Riformismo dall’alto

Berlusconi e Bossi si incontrano in segreto. Ormai è chiaro che fanno come i ladri: la notte è il momento per agire.

Perchè questa maggioranza sta rubando al popolo la speranza di avere riforme vere, quelle promesse che hanno portato montagne di voti e che sono state (ampiamente ) disattese. Le altre saranno cancellate domenica dal referendum.

 

Referendum e Berlusconi

Tanti andranno a votare. Tanti non lo dicono apertamente ma voteranno proprio sul legittimo impedimento.

Alla fine i tanti che hanno voluto Berlusconi adesso non lo vogliono più.  Tra poco nessuno conoscerà più Berlusconi. Già, Berlusconi chi? Eh, vuoi vedere che…alla fine Berlusconi dovrà pagare per avere amici? Un pò come per i festini, un pò come per le puttane insomma.

(P.s. Nel frattempo qualcuno dica a D’Alema di stare calmo. La riforma elettorale è importante, importantissima. Ma non è la prima riforma che serve ai cittadini, che pure questo Parlamento l’hanno votato. E di certo non vorrebbero, seguendo il baffetto, una legge che mette a posto la casta).

Governo breve

“Un incidente e si vota”. Così il premier sul braccio di ferro con i finiani in vista della sfiducia a Caliendo. Nel frattempo si preannunciano giorni infuocati per la maggioranza di governo.

Ritorna d’attualità il processo breve, le preoccupazioni sul legittimo impedimento, la fretta di approvare il Lodo Alfano costituzionalizzato (da votare 4 volte in Parlamento, due alla Camera e due al Senato per rendere tale legge costituzionale, una modifica piena della Carta).

Poi, giustamente, bisogna al più presto indagare su quel furbastro di Fini. Il Minculpop esorta indagini urbi et orbi, perchè senza sapere cosa ha fatto il compagno Fini il Paese è bloccato.

Sì, l’impressione è che queste siano davvero tutte priorità per gli italiani. Che agosto di fuoco!

(P.s. in attesa del Consiglio di Stato nessuno rispetta l’ordinanza del Tar: per i pedaggi autostradali sono rimasti in vigore gli aumenti)

Troppe riforme

La prossima sarà quella della Giustizia…

Roma, 28 lug. (Apcom) – “Io conto di fare un intervento presto per anticipare una grande riforma della giustizia penale che oggi per il nostro Paese rappresenta un grande problema”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, partecipando alla conferenza degli ambasciatori.

Ma quale sciopero generale

La reazione del Paese alla manovra di Tremonti del Governo è lo sciopero generale? Oppure è la reazione della Cgil che quasi come per riflesso condizionato ha subito mobilitato le centrali che hanno deciso il fermo del Paese (si parla di stop per il 26 giugno)?

La manovra straordinaria di finanza pubblica colpisce sicuramente alla cieca, come ha sostenuto autorevolmente Luca Ricolfi su La Stampa. Ma politicamente, visto che il Governo si assume pienamente la responsabilità dei provvedimenti, il punto rilevante sembra l’elastico che si è creato con la manovra: si tira, si allenta, si allarga e si tende di nuovo. L’emblema della divisione all’interno dell’Esecutivo e della mancanza di serietà nell’impianto generale è la norma sull’abolizione delle Province, un primo e ancora timido tentativo di riformare lo Stato e le sue istituzioni e di riduzione permanente delle strutte ridondanti, prive di reale potere decisionale che abbia incidenza sovraordinata ed organica rispetto a territori che appaiono spesso eterogenei e amministrati da troppi poteri conflittuali. Riforma strozzata sul nascere.

Ma lasciando la parte più politica e generale ad una riflessione successiva, considerati i tempi di discussione ed approvazione dei provvedimenti in manovra, giova comunque valutare un aspetto importante connesso alla parte “sviluppo” della manovra.

La manovra in sè viene contestata dalle opposizioni e dalla parte maggioritaria della rappresentanza sindacale (Cgil) con argomentazioni deboli quanto di sicura presa sebbene normali in presenza di categorie specifiche chiamate a pagare per una generalità di contribuenti e cittadini che non godono di difensori civici di potenza mediatica e di interdizione quanto la potente organizzazione rossa. In sostanza la Cgil boccia senza appello la manovra, raccoglie il malcontento diffuso e si erge a paladina di cittadini eventualmente colpiti da tagli indiscriminati (che però conosciamo in termini di ampiezza ma non di qualità) e di categorie iscrivibili alla parte debole della società perchè dipendenti (pubblici) o fruitori di servizi ritenuti intangibili a prescindere dalla reale condizione del Paese (le pensioni non si toccano, non si fa macelleria, le tariffe sono quelle, l’evasione non si combatte mai abbastanza duramente).

Nel provvedimento del Governo c’è una parte che riguarda il salario di secondo livello, ulteriormente incentivato a partire dal 2011 (il limite viene alzato dagli attuali 35 a 40 mila euro lordi annui), in cui la parte legata alla produttività aziendale verrà ridefinita in base alle esigenze aziendali e produttive (tanto che si parla già di “salario alla tedesca”) all’interno della soglia dei 6 mila euro (confermata).

Ora, visto che le nostre imprese soffrono di problemi legati alla flessibilità dei fattori produttivi, alla necessità di definire e concordare livelli di rendimento, sarebbe davvero utile che un sindacato riformista attento e responsabile iniziasse da subito a contrattare in ogni realtà produttiva la parte da destinare ai premi in base alle esigenze contingenti e di mercato in modo da legare produttività e redditività, rendendo partecipi i dipendenti di scelte ed obiettivi aziendali.

Forse è il caso di pensare che per tornare a competere e recuperare margini di efficienza è utile creare le condizioni per una più generale condivisione di obiettivi e di risultati e far così ripartire il sistema produttivo. Se le aziende vogliono competere e migliorare, se si vogliono ridurre i margini di evasione e dare uno stimolo concreto al capitale umano è ora di pensare che servono molte meno ore di sciopero e molte più ore di proposta e contrattazione in loco per dare risposte a quei lavoratori che credono nell’impresa in cui lavorano e cercano un modo per riscattare buste paga magre e spesso al di sotto della media europea. Un processo difficile ma un obiettivo concreto, misurabile e rappresentabile. Molto più delle astratte ragioni di uno sciopero che finirà per scontentare tutti, ridurre il salario (le ore di sciopero bastano di per sè a privare di una parte di reddito), per lasciare la manovra immutata nei saldi finali (si vogliono forse nuove imposte o aliquote più alte?) ma a non risolvere strutturalmente i problemi che anche dopo uno sciopero, per quanto generale, verranno comunque rinviati a momenti successivi. Magari aggravandosi.

D’Alema apre a Fini ma vuole solo rilanciarsi

Maria Teresa Meli intervista D’Alema sul Corriere della Sera. Un dialogo che registra il momento, le difficoltà del centrodestra, l’impotenza del Pd.

Secondo il Lider Maximo Gianfranco Fini è un interlocutore importante ma dal tono dell’intervista si capisce che in questa legislatura non si faranno riforme quindi è lecito pensare che Fini possa essere un sabotatore che ha credito proprio perchè contribuisce al fallimento di questa legislatura.

Sul Pd: appare evidente nelle parole dell’ex premier che non ci sono proposte chiare al paese, che gli italiani non possono chiedere quello che non c’è e che il Pd non riuscirà a dire neanche nei prossimi 30 caminetti da qui alle elezioni più o meno naturali. Tanto la colpa di questo probabile fallimento è e ricadrà sul centrodestra.

Questa intervista è piena di banalità ed evidenze che poteva tranquillamente essere evitata. Ovvio non per D’Alema che ha bisogno di tendere la mano per battere un colpo e rilanciarsi. Ma niente di nuovo, non siamo ad una svolta.

Stano, la giustizia è improvvisamente impazzita

Secondo Napolitano i magistrati devono fare autocritica. Strano, finora avevo sentito tante critiche al loro operato ma gli atti formali delle istituzioni preposte non mi sembra che abbiano migliorato la situazione (se portiamo l’analisi al 1992 possiamo solo osservare che ci dimeniamo oggi con i problemi di allora e l’imputato massimo è ancora questa classe politica incapace e ladra che si sente immune da qualsiasi contropotere che eserciti un controllo di legittimità).

C’è da domandarsi se il Presidente della Repubblica fino ad oggi abbia svolto pienamente il suo ruolo e abbia fatto quanto andava fatto per comporre il periodico scontro in atto. Di certo i magistrati non fanno le leggi e proprio dalle leggi pare provenire questa condizione in cui versa lo Stato e la magistratura stessa. Non credo (e non voglio credere) che i magistrati siano improvvisamente impazziti. E’ strano quindi non aver sentito dire a Napolitano ciò che Giulia Bongiorno ha detto nei giorni scorsi: dipendesse dall’Esecutivo i processi a rischio di cancellazione sarebbero 600.000 (leggasi seicentomila). Una goccia sugli 8.000.000 (leggasi otto milioni) pendenti e in attesa di sentenza. Ma chi ha perseguito i reati l’ha fatto secondo la legge o no? Questo sarebbe da appurare. Il resto mi sembra sia frutto di tardivi rimpianti. Eppure per anni, per troppi anni, ci siamo sentiti dire che la giustizia andava riformata. Ecco: forse come nel caso del decreto salva-liste si vuole intervenire sui giudici a processi pendenti? E allora a me non sembrano impazziti i giudici. Ma, ancora una volta, c’è una impropria fibrillazione politica, che per calcolo e quindi convenienza, vuole scaricare le colpe sugli altri. In sostanza: è impazzita la politica o c’è in Italia un problema giustizia che la politica non sa e non vuole risolvere?

Nome e cognome di vuole nominare ancora i parlamentari

Adesso vediamo davvero chi vuole davvero le riforme. E di chi si oppone.

(IRIS) – ROMA, 8 APR – Il dibattito sulla legge elettorale non è una priorità.

E’ quanto espone il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, parlando con i giornalisti.

“Non è obbligatorio” proporre “il sistema francese anche per quanto riguarda il sistema elettorale” afferma La Russa.

In merito al confronto sulle riforme La Russa spiega: “Nessun modello viene mai copiato pari pari. Ispirazione non vuol dire copia e incolla, c’è sempre una interpretazione che non li rende mai identici neanche nelle proposte, figuriamoci poi nella definizione degli iter”.

Autore: SteI