80 in più o in meno

Ebbene ci risiamo. La politica…la politica economica e la politica che vuole tutto a spese di tutti.

Il Governo del cambiamento (?) fa filtrare indiscrezioni e poi nega, nega e ancora nega. Molto nuovo è evidente.

Dunque levare gli 80€ dell’odiato Renzi per rendere giustizia di un provvedimento mal digerito e da molti (con più ragioni) osteggiato. Ma cosa vuol dire levare gli 80€?

Schematizzo alcuni pensieri, a ruota libera, che magari aiutano a capire. Non tanto a dire che cosa sono gli 80€ di Renzi, che quelli, si sa, erano una mancia di benvenuto, il pass del 2014 per vincere le Europee e poi sventolare per 4 anni il mitico “oltre il 40%”, il risultato che afferma il Pd come primo partito italiano e primo partito del Socialismo Europeo.

Per capirci:

  1. Il Governo Conte potrebbe togliere gli 80€. Ma politicamente conviene? Renzi ci ha costruito sopra una fortuna politica, tra risate e detrattori. Tornare indietro vorrebbe dire scontentare molti. Vale la pena?
  2. Gli 80€ dovevano essere una misura stabile. Il carattere instabile del Paese rende tutto diverso, anche gli 80€; poi le nuove tensioni economiche, le nuove paure e forse pure il nuovo modo di intendere la spesa pubblica. Dunque la stabilità vacilla, di solito non porta bene, un sistema stabile è preferibile
  3. Riportare gli 80€ nel perimetro dell’intermediazione statale del denaro – prima di dare agli 80 una nuova destinazione – vuol dire sottrarre al mercato una quota consistente di spesa: d’accordo ripensarci ma la coerenza dello Stato viene meno
  4. 80€ sono circa 9 miliari di spesa pubblica restituita ad alcuni a spese di tutti: si poteva fare altro ovviamente, ma dire cosa è difficile, troppi appetiti
  5. 9 miliardi disintermediati possono essere 4,5 di consumi stabili – e quanto servono al Paese!. Rimettere tutto in discussione vuol dire incidere sulla domanda interna
  6. 4,5 miliardi risparmiati – sì, non credo proprio che tutti spandano tutti gli 80€ ogni mese – vuol dire rimettere in moto la fiducia: in parte spendo, in parte prevengo un nuovo peggio, non si sa mai
  7. L’alternativa agli 80€ era una riduzione del costo del lavoro: spero che non si proponga oggi perché togliere 80€ vuol dire dare meno certezze, far calare la spesa per consumi e allora…perché mai un imprenditore dovrebbe assumere persone se poi i consumi stagnano?

Ecco, non ho la pretesa di dire fate così, fate altro o andate a casa a quelli di oggi. Ma a me stesso dico che 80€, che io non prendo, sono un impegno dello Stato non di una forza politica. Se lo Stato vuol tradire se stesso faccia pure. Ma poi non cerchi colpevoli attuali o futuri se così non funzionerà. Perché non può funzionare. Chi ha avuto non perdonerà chi gli leverà, promettendo un domani diverso. Gli 80€ ci sono oggi.

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Refusi di Governo: solve et repete

La parola del giorno sembra essere “refuso”. Un Governo pasticcione e in seria difficoltà a far votare alla sua maggioranza le norme della manovrina di Tremonti pare se le stia inventando proprio tutte per infilare una zeppa qua e una zeppa là nel testo di correzione per raccimolare manciate di soldi…sulla pelle della gente. Si tratti di andare in pensione senza garanzia di 40 anni effettivi di contributi versati, di tagliare tredicesime a poliziotti, magistrati e insegnanti o di camuffare i condoni con tautologie verbali che sono grotteschi mezzucci e pilateschi espedienti per spalmare gli effetti più duri della correzione di bilancio. L’effetto è una goffaggine estrema e il sintomo di una chiara difficoltà politica che non viene affrontata a livello centrale ma scaricata malamente sugli enti locali e su bilanci spesso già risicati. Insomma una chiara brutta figura.

Quel che ai più potrebbe invece essere sfuggito è il carattere arbitrario e illiberale con cui opera il Ministro dell’Economia (che speriamo non diventi il prossimo paladino della sinistra, assurgendo al ruolo di cancelliere dello scacchiere salvatore della finanza pubblica e quindi interprete di un’ortodossia rigida quanto salvifica che consenta manovre destabilizzanti nel Pdl). Insomma, confidando che nel centrosinistra non ci siano alzate d’ingegno a favore di Tremonti, ci si domanda con forza e con tanta preoccupazione come sia possibile (re)introdurre nel nostro ordinamento misure di stampo forcaiolo, totalmente prive di garanzie a favore dell’imputato e sicuramente restauratrici del peggior spirito di stato di polizia tributaria. Argomenti? Sì, un Governo liberticida sta davvero portando il Paese alla deriva. E non è tutto merito di Silvio.

AgoraVox:

Tempo addietro vi abbiamo segnalato la rivoluzioneche Giulio Tremonti si accinge ad introdurre nel sistema tributario italiano: dal prossimo anno tornerà il principio del “solve et repete“, in base al quale i debiti verso la pubblica amministrazione devono essere pagati anche prima di essere accertati. Una vessazione che era stata espunta dal sistema tributario italiano nel preistorico 1961, per opera della Corte costituzionale: ma si, quella che applica i precetti di una carta cattocomunista e retrograda, ricordate? E del ritorno del solve et repete si occupa un Focus dell’Istituto Bruno Leoni, curato daSerena Sileoni.

Scrive l’autrice:

«Se la carcerazione preventiva priva l’individuo della libertà personale, della libertà sul proprio corpo senza la presenza di una ragione giudiziariamente accertata, così il solve et repete lo priva della proprietà dei suoi averi senza la presenza di una ragione giudiziariamente accertata, ma solo sulla “presunzione della colpevolezza” derivante da una posizione debitoria ancora da accertare!»

Non male, per un esecutivo ed una maggioranza che fanno del garantismo senza se e senza ma(soprattutto a beneficio degli appartenenti ad una ristretta cerchia di famigli) il segno distintivo del proprio cosiddetto operato. Né si tratta di un ipotetico efficientamento dei tempi procedurali, bensì

«…della spoliazione del diritto fondamentale di difendersi e di non essere depredati senza giusto titolo dei propri beni»

Tremonti ha scoperto le virtù dell’accelerazione delle procedure d’incasso, e ha deciso di mettersi sotto le suole delle scarpe le garanzie a tutela del contribuente.

Neppure Vincenzo Visco era mai arrivato a tanto. Superfluo aggiungere che, se tale norma venisse effettivamente implementata, verrebbe impallinata alla prima occasione dalla Consulta. La quale però, ricordate, è “a maggioranza di sinistra”.

Se si pensa che, secondo le statistiche esaminate nel paper,

“le pretese creditorie dell’amministrazione finanziaria più di una volta su due sono infondate, e che dunque più di una volta su due lo Stato incassa soldi che non gli sono dovuti, si comprende la gravità della norma. Se le statistiche si mantengono costanti, di 3,2 miliardi accertati e a rischio di confisca ogni anno almeno 1,6 sono riscossi senza giusto titolo. 1,6 miliardi rubati ai risparmi immediati e alle possibilità di investimento dei cittadini”.

Per non parlare del red tape e del tempo sottratto dai cittadini alla propria attività ed alla propria vita per “difendersi” nel giudizio tributario. Un esempio da manuale di semplificazione, non c’è che dire.

Conclude Sileoni:

Non sono in gioco solo i nostri averi. È in gioco il nostro essere, la nostra libertà di disporre di quanto abbiamo almeno finché non è accertato (davvero accertato) che lo abbiamo indebitamente, poiché tale libertà è ciò che contribuisce allo sviluppo della nostra personalità, alla realizzazione di sé che è appunto un obiettivo dell’essere, e non dell’avere.”

Chissà se lo capiranno anche alcuni confusi soggetti che sprecano il proprio tempo libero a pontificare contro “il ritorno dei comunisti al governo”, in caso l’attuale esecutivo cadesse, vittima del proprio stato confusionale e del degrado, giuridico e civile, in cui sta gettando il paese.

Il Focus: Solve et repete. Verso lo stato di polizia tributaria?” di Serena Sileoni è liberamente scaricabile qui.(PDF) Leggetelo, ne vale davvero la pena, visto che il comunismo è alle porte.

Di Pietro promuove Berlusconi e la sua riforma del fisco

Sembra scoppiato l’inciucio. Anzi. In Italia pare vada di moda l’inciucite. No, non si tratta di parolacce. E neanche del tentativo del Parlamento, sentito il clima di larghe intese tra Pdl e Pd, di fare riforme bipartisan.

Adesso è Di Pietro a sparigliare: subito in aula l’annunciata riforma del fisco. E subito una grande disponibilità al voto. L’IdV è pronta a sostenere il cambiamento della tassazione. Va bene così: non conta che la proposta venga dal Premier e dalla sua maggioranza. Questa riforma va bene e va votata in fretta.

Che strano. Di Pietro, l’opposizione dura e radicale, è pronto per dire sì ad un provvedimento della maggioranza. Peccato che si annunci un voto (favorevole) su qualcosa che la maggior parte degli italiani non conosce. Quale tassazione? Quale pressione fiscale? Insomma: a chi toccheranno sacrifici e risparmi? E’ sgradevole constatare che su come prelevare soldi dalle tasche degli italiani si possa trovare un accordo…a prescindere!

Milano, 9 gen. – (Adnkronos) – Antonio Di Pietro ‘promuove’ la riforma del fisco annunciata oggi dal premier Silvio Berlusconi in un’intervista ma chiede che il governo la porti immediatamente in Parlamento al posto delle leggi ‘ad personam’. “L’Italia dei Valori non e’ il partito che sa dire solo no. Se una cosa e’ giusta, come ridurre le tasse e farle pagare a tutti, Berlusconi compreso, allora siamo d’accordo. Noi rilanciamo e chiediamo a Berlusconi di portare questa riforma -ha spiegato il leader dell’Idv- in Parlamento la settimana prossima al posto delle leggi ad personam. Se vuole la ridistribuzione e l’equita’ fiscale noi votiamo a favore ma lui pensa solo all’equita’ personale”.

Quei soldi che Arnold Schwarzenegger deve al fisco

Arnold Schwarzenegger: I’ll Be Back Taxes

Posted Nov 27th 2009 1:00AM by TMZ Staff

The United States government might have a bigger budget to work with — if one bodybuilding governor would pay the back taxes it appears he never got around to paying.

According to documents filed in L.A. County Superior Court, Arnold Schwarzenegger owes the IRS $39,047 from 2004 and $40,016 from 2005.

In total the Guv owes $79,064.00 … and as we all know, he’s definitely not saving the money for rainy day traffic violations.

An official at the L.A. County Recorder’s Office tells TMZ their system shows the lien is still active.

Calls to Arnold’s office have not been returned.

Il mistero Berlusconi: ancora sulle orme dei soldi di famiglia

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Da Banca Rasini e del percorso dei soldi di famiglia abbiamo parlato. E abbiamo anche saputo da L’Espresso del mistero della Banca Arner.

Ma attorno a Berlusconi e ai suoi affari di famiglia ruota altro. Tanto altro. Vero o falso che sia. E ora la Mondadori minaccia di querelare Il Riformista che ha scritto

Inchiesta sul conflitto di interessi di Berlusconi / 1

La voce del padrone
di Fabrizio d’Esposito

Racconta un amico strettissimo del Cavaliere: «Silvio non ha mai smesso i panni dell’imprenditore. Ancora oggi, da premier, quando incontra industriali italiani o stranieri la prima cosa che fa è informarsi sulle loro aziende e poi chiedere la pubblicità per le sue tv e i suoi giornali. Per lui è una cosa naturale». Già, «naturale». Lo spot prima di tutto. Non a caso Indro Montanelli lo chiamò «il più grande piazzista del mondo».

Ma oggi, purtroppo, il fondatore del Giornale e della Voce non c’è più e sono tre lustri esatti che il principale vulnus di questa sgangherata Seconda Repubblica rimane il gigantesco conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi. Nel frattempo le sue fortune si sono moltiplicate. Come ha documentato Giovanni Valentini nel suo recente libro La sindrome di Arcore il quattro volte presidente del Consiglio è diventato «l’uomo più ricco d’Italia e uno dei più ricchi del mondo con un patrimonio valutato intorno ai dodici miliardi di dollari». Come una sostanziosa legge finanziaria oppure il Pil di un piccolo Stato.

L’impero economico del Cavaliere è vastissimo e da oggi il Riformista inizia una lunga serie di incursioni nell’immane conflitto tra l’interesse pubblico e gli affari propri del presidente del Consiglio. Il punto di partenza lo offre la cronaca di queste settimane e si chiama Mondadori, oggi guidata da Marina Berlusconi, primogenita del premier. Due le immagini-simbolo. La prima l’ha rivelata il settimanale A e risale al 7 ottobre scorso. Il giorno fatale per il lodo Alfano, bocciato dalla Corte costituzionale. Berlusconi è rinchiuso a Palazzo Grazioli, la sua residenza privata a Roma. Non è solo. Oltre ai suoi legali e ai più fidati collaboratori, c’è sua figlia Marina. In un’altra stanza del palazzo di via del Plebiscito, la presidente del gruppo editoriale discute con uno stuolo di avvocati il ricorso in appello alla sentenza del Tribunale civile di Milano che riconosce alla Cir di Carlo De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori. Tutto al secondo piano di Palazzo Grazioli. Lodo continuo sulla famiglia. Da una parte il padre alle prese con quello intestato al guardasigilli Alfano, confezionato per i suoi guai giudiziari. Dall’altra la figlia che si barcamena con una vicenda dei primi anni novanta. Un passato che si ostina a non passare.
La seconda istantanea del versante Mondadori del conflitto d’interessi berlusconiano è stata scattata dagli investigatori. Il presidente del Consiglio era al corrente del video con Marrazzo e la trans Natalì, al centro del ricatto dei quattro carabinieri infedeli. Questo, almeno un mese prima del blitz giudiziario. Ma il sospetto è che il premier sapesse qualcosa già a luglio, quando il nastro sarebbe stato offerto anche al futuro direttore del Giornale Vittorio Feltri. In ogni caso, è stato Berlusconi stesso ad ammettere il suo conflitto rivelando la catena informativa che lo ha coinvolto. Per il video era stato interpellato Alfonso Signorini, doppio direttore di Sorrisi e di Chi. Signorini poi ha chiamato il suo editore Marina Berlusconi e infine la figlia ha telefonato al papà.

Sin dai tempi del Noemigate di Casoria, primavera dello scorso anno, Alfonso Signorini riveste un ruolo cruciale nella strategia comunicativa del Cavaliere malato di satiriasi. In pratica, il giornalista più rosa d’Italia è stato l’inventore del pink-tank di Palazzo Grazioli (a proposito, una precisazione per i compagni finiani di Fare Futuro: il copyright è del Riformista, non di Repubblica) e sta seduto settimanalmente su almeno un milione e mezzo di copie vendute. Le 900mila e passa di Sorrisi. E le oltre 400mila di Chi.
Solo in Italia, i periodici della Mondadori sono trenta. Si va dall’auto alla casa, dal gossip alla moda, dai giardini agli adolescenti (o minorenni), dalla salute alla scienza, dalla tv alla tecnologia. Insomma, il conflitto d’interessi del premier è visibile per strada, ogni volta che passiamo davanti a un’edicola. Una valanga patinata che arricchisce la famiglia Berlusconi e che quando è il caso mistifica e falsifica le notizie sul Cavaliere. Come dimostra la disinformazione di Signorini sugli scandali sessuali del suo editore. Alcuni settimanali, poi, sono solo un pretesto per rastrellare inserzioni. Meri contenitori pubblicitari con tanto di direttore responsabile. L’elenco delle testate nella tabella sopra, curata da Gianmaria Pica, dà un senso evidente della potenza in mano a Berlusconi. Un sovrano di carta, non solo dell’etere.

Gli affari che si muovono attorno a Mondadori sono a più livelli. E il conflitto d’interessi non manca di incrociare se stesso quando sfogliando Chi o Sorrisi o Panorama si scorgono pagine che reclamizzano Mediaset Premium. Chi paga chi? Su Sorrisi una mezza pagina di pubblicità costa 46.500 euro se orizzontale, 51.150 euro se verticale. La più cara è la seconda di copertina: 170.450 euro. Un poco più basse le tariffe su Chi: una mezza pagina verticale viene venduta a 31.750 euro; una pagina intera a 42.350. La seconda di copertina è offerta a 131.700.

Con la sua corazzata mondadoriana, il Cavaliere rastrella una bella fetta della torta pubblicitaria su carta (in ogni caso inferiore a quella televisiva). Altro capitolo è quello delle inserzioni di carattere istituzionale. Un esempio: Geo del mese di novembre. Le prime due pagine celebrano una montagna di neve immacolata con pini imbiancati. «Concediti più di una vacanza. Sei in Lombardia». È la pubblicità del «Sistema turistico della Regione Lombardia». Due pagine al costo di quasi centomila euro. Per la precisione: 98.390 euro. Ora, quella regione è governata da una giunta di centrodestra presieduta dal ciellino Roberto Formigoni. Quindi se qualcuno chiede pubblicità per un periodico di proprietà del padrone del Pdl chi è che può dire di no? Anche questo è un aspetto non secondario della confusione tra pubblico e privato che fa capo al presidente del consiglio. Tutte le strade portano al conflitto d’interessi.

Inchiesta sul conflitto di interessi di Berlusconi / 2

Solo per Silvio la pubblicità non finisce mai
di Gianmaria Pica

In tempi di crisi l’editoria – in particolare la carta stampata – è uno dei settori maggiormente colpiti. Mondadori, però, resiste. Infatti, gli inserti pubblicitari ospitati dai 40 periodici pubblicati in Italia dalla società di Segrate – azienda editoriale controllata dalla Fininvest, finanziaria della famiglia Berlusconi – proprio negli ultimi mesi hanno subito un incremento in controtendenza.

Sfogliando gli ultimi numeri del settimanale Panorama si nota il massiccio peso della pubblicità: sul totale della foliazione, che in due mesi è passata dalle 196 pagine del numero di metà settembre alle 264 pagine del numero del 29 ottobre, gli inserti commerciali occupano 127 pagine, quasi la metà della foliazione.

Con un breve calcolo non è difficile arrivare all’ammontare totale delle entrate pubblicitarie. Sul sito della «più grande concessionaria di spazi pubblicitari di periodici in Italia», come si definisce Mondadori Pubblicità, sono facilmente reperibili i grafici e le tabelle con le varie tariffe pubblicitarie. Anche quella relativa a Panorama. Dal listino emerge che la pubblicità meno costosa, una colonna, è di 32.850 euro. Seguono la mezza pagina verticale, 49.250 euro; le due colonne, 55.495 euro; e la pagina intera, 65.650 euro. Poi vi sono le posizioni speciali: per avere una pagina intera di pubblicità nella prima metà di Panorama bisogna spendere 75.500 euro. La seconda di copertina costa 119.350 euro (la seconda più la prima romana 198.150 euro). Ci vogliono, invece,75.625 euro per la terza di copertina.

La pubblicità dell’ultimo numero del settimanale era così suddivisa: 73 pagine intere nella prima metà del periodico e 44 nella seconda; 11 mezze pagine e una sola pubblicità a due colonne. Per un totale complessivo – secondo il tariffario online – di 9.451.770 euro. Una cifra cospicua che in un periodo di congiuntura negativa è una vera e propria boccata d’ossigeno.

La pubblicità raccolta settimanalmente dall’Espresso, principale concorrente di Panorama, è meno della metà di quella del periodico di casa Mondadori: su un totale di 184 pagine, l’Espresso del 24 settembre scorso aveva solo 54 pagine occupate dagli inserti pubblicitari, mentre Panorama 127 pagine.

Poi, bisogna anche considerare che le entrate pubblicitarie settimanali vanno sommati ai ricavi di vendita: Panorama esce in edicola 53 volte all’anno. Viene venduto al pubblico italiano a 2,80 euro. Considerando la sua diffusione media – 422.882 copie – la Mondadori ottiene dalla sua vendita quasi 1,3 milioni di euro alla settimana, 67,2 milioni di euro all’anno. Soldi che si sommano ai ricavi pubblicitari. Anche il settimanale Chi diretto da Alfonso Signorini ha cifre interessanti. Vediamo il numero dell’11 novembre. Prendendo il tariffario della Mondadori Pubblicità, la foliazione presentava una colonna pubblicitaria per 16.100 euro, tre mezze pagine per vendute 31.750 l’una, 33 pagine intere nella prima metà del periodico (48.700 euro), 38 pagine intere nella seconda metà (42.350 euro), più la seconda-terza-quarta di copertina: totale: 3.605.600 euro. Le pubblicità del primo competitor di Chi, Novella 2000, nel numero del 3 novembre aveva solo 25 pagine di pubblicità.

Ricavi pubblicitari che crescono di mese in mese per tutte e quaranta le testate periodiche italiane di Mondadori. Nell’ultimo bilancio semestrale della società di Segrate, il consiglio di amministrazione scrive che «in un mercato che ha visto scendere le diffusioni nel primo semestre a un ritmo del 10 per cento, Mondadori conferma la propria leadership complessiva (oltre il 35 per cento di quota di mercato, stabile rispetto all’esercizio precedente)».

Com’è possibile? Tutta la stampa è in crisi e i periodici Mondadori non sono in frenata? L’azienda ha tirato fuori una serie di assi che teneva ben nascosti nella manica. Ha puntato sui femminili Donna Moderna e Grazia che hanno performato meglio della concorrenza in ambito pubblicitario.

Stesso concetto, come abbiamo visto, per Panorama nel settore dei newsmagazine. Sulla stessa linea le guide televisive Mondadori, in particolare Tv Sorrisi e Canzoni, che pur calando in termini di copie vendute (diffusione media 949.155 copie alla settimana) è stato il settimanale che è riuscito a raccogliere più pubblicità rispetto al suo segmento nel suo complesso. Anche Starbene, Cosmopolitan, Men’s Health, Cucina Moderna, Pc Professionale hanno registrato ottime performance di vendita e di pubblicità nei mensili.

Mondadori non è solo Italia. È molto forte la sua presenza nei mercati internazionali. All’estero continuano a crescere i ricavi da licensing (più 23 per cento) delle testate Mondadori. Ovviamente c’è la crisi internazionale che influisce sui ricavi delle singole edizioni e di conseguenza sulle royalties, ma il maggior numero di licenze compensa la situazione negativa di questo periodo.

Entro la fine dell’anno si aggiungeranno alle attuali 11 edizioni di Grazia, altre pubblicazioni: Francia, Indonesia e Thailandia. Buone performance anche per le licenze di Casaviva, Flair, Sale & Pepe e Interni. Ma il mercato maggiore Mondadori ce l’ha (dopo l’Italia) in Francia, dove la divisione periodici Francia ha conseguito nel primo semestre 2009 un fatturato complessivo di 170 milioni di euro. Mondadori France ha avviato anche un processo di negoziazione in esclusiva per la cessione di Auto-Journal e Sport Auto e Emas: se l’operazione andasse in porto, Mondadori avrebbe una bella somma da investire. Anche in vista di una ripresa dei ricavi pubblicitari di Mondadori France che si attestano a 40 milioni euro: in calo del 25,3 per cento.

Inchiesta sul conflitto di interessi di Berlusconi / 3

Le mani sulla Mondadori

di Fabrizio d’Esposito e Gianmaria Pica
Per la fenomenologia dell’imprenditore-premier Silvio Berlusconi e del suo conflitto d’interessi, la lettura della sentenza del Tribunale civile di Milano sul lodo Mondadori è indispensabile. I fatti sono noti: il giudice monocratico Raimondo Mesiano ha riconosciuto alla Cir un risarcimento di 749.955.611,93 euro.
La cifra è indicata verso la fine di 146 pagine che sono un macigno per la Fininvest e mettono a nudo i metodi senza scrupoli seguiti dal Cavaliere per mettere le mani sulla corazzata Mondadori. Senza contare che nel frattempo l’esecutività della sentenza è stata sospesa e il giudice Mesiano è stato linciato da un servizio confezionato da una tv del padrone.
Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, Berlusconi mosse la cosidetta guerra di Segrate su ordine di Bettino Craxi. Era la Prima repubblica e l’allora imprenditore rampante di Arcore era perfettamente inserito nel sistema politico-affaristico di quel tempo. Altro che uomo nuovo, quindi, della Seconda repubblica. Del resto, basta guardare la cronologia dei fatti. La sentenza della Corte di Appello di Roma firmata dal giudice Vittorio Metta (una sentenza già scritta) che favorì la Fininvest è del gennaio 1991. Due anni dopo il Cavaliere prepara la discesa in campo. Insomma, il lodo Mondadori è il prequel del film infinito del conflitto d’interessi e contiene in nuce tutti gli elementi nocivi del berlusconismo. Uno su tutti: la corruzione, da cui l’attuale premier si salvò soltanto grazie alla prescrizione. Si legge a pagina 12: «L’avv. Vittorio Ripa di Meana (difensore della Cir) ha dichiarato nel corso della sua testimonianza in sede penale che, durante le vacanze natalizie 1990-1991 si trovò a parlare col dott. Bruno Pazzi, allora presidente della Consob, presso la sede della medesima e che lo stesso gli riferì che l’esito della sentenza sarebbe stato sfavorevole alla Cir. Ha dichiarato infatti il citato teste: “Lui mi rispose, con mio grande stupore che la sentenza era già stata decisa e che quindi ci era sfavorevole. Espressi molto stupore, sia per la notizia, sia per il fatto che lui me la desse”».
Questo grazie al ruolo cruciale dell’avvocato Cesare Previti, il cui studio legale a Roma viene identificato di fatto come una «seconda sede della Fininvest». Corruttore di giudici con i quali aveva «rapporti di confidenza», Previti in un primo momento, quando Berlusconi vinse le elezioni del ’94, era stato designato alla funzione di Guardasigilli. Poi si “accontentò” della Difesa. Pagina 93, sui «rapporti tra gli imputati secondo le dichiarazioni di Stefania Ariosto». La teste «aveva conosciuto Cesare Previti negli anni ottanta, attraverso Giorgio Casoli, magistrato, amico di famiglia fin dagli anni Settanta. Era diventata buona amica di Previti, che la invitava spesso a casa per ricevimenti e cene o colazioni, e che le aveva confidato di avere fondi illimitati messi a disposizione da Silvio Berlusconi per corrompere magistrati».
Poi arriva «l’atto corruttivo» di Vittorio Metta. Il giudice Mesiano nella sentenza con cui ha condannato la Fininvest a risarcire con circa 750 milioni di euro la Cir debenedettiana ha ritenuto «che nella presente causa civile sia provata, in termini di rilevante probabilità» la circostanza che i 400 milioni di lire in contanti utilizzati da Metta per comprare un appartamento a Roma, in via Casal de Merode, «provengano dalla provvista di 2,732 miliardi di dollari» bonificati nel febbraio 1991 «dalla Fininvest di Silvio Berlusconi a Cesare Previti» e che dunque «rappresentino il prezzo, o quanto meno una parte di esso, promesso e pagato a Metta per la decisione favorevole a Fininvest della controversia Mondadori».
Ma da dove provenivano questi soldi? Si parte da una data: il 13 febbraio 1991, appena venti giorni dopo la pubblicazione della sentenza Metta. Il sotto-conto in dollari del c/c n.Q5 – 772077 2010 denominato All Iberian (accesso presso la banda Sbs di Lugano) registrò un addebito di 2,732 miliardi di dollari: la stessa cifra poi ricevuta da Previti. Dalla documentazione risulta che l’apertura del conto All Iberian fu richiesta da Candia Camaggi e il beneficiario economico viene indicato nel «Gruppo Fininvest c/o Fininvest Service SA» con sede in Svizzera.
Altro conflitto d’interessi del presidente del Consiglio. Anzi tre in un solo colpo. Perché proprio sotto il secondo governo Berlusconi, il suo ministro dell’Economia (ad personam) Giulio Tremonti escogitò una misura per far rientrare in Italia i capitali illegali detenuti all’estero: lo scudo fiscale. Oggi siamo alla terza edizione del condono valutario. Le norme con cui si può organizzare un corridoio preferenziale tra i paradisi fiscali e il nostro paese sono state ideate proprio da Tremonti nel 2001 e nel 2003, anni in cui lo scudo fiscale era coperto anche dal cosiddetto condono tombale. Tradotto significa che lo Stato fa leggi per far rientrare in patria i soldi evasi, il truffatore-evasore paga una piccolissima aliquota sulla somma, ma poi può stare certo che non verserà, per il resto della sua vita, all’Erario un euro sulla somma illegale rimpatriata. Ma con la nuova edizione dello scudo c’è di più. Infatti, nella circolare dell’Agenzia delle entrate con cui si rende operativo il condono c’è scritto espressamente che le persone «politicamente esposte» residenti in Italia possono usufruire dello scudo fiscale nello stesso regime di segretezza di tutti gli altri. Onorevoli state tranquilli: «Ghe pensi mi».
Il pagamento Fininvest dei 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti è stato sospeso in attesa della sentenza d’appello. E proprio sul ricorso Fininvest si è consumato l’ennesimo conflitto d’interessi di Berlusconi. Alcuni osservatori hanno notato che insieme al ricorso sono stati presentati due documenti con cui si “smonta” la ricostruzione di Mesiano. Chi c’è tra i firmatari dei documenti? Il professor Roberto Poli: presidente di Eni, l’azienda energetica la cui maggioranza delle azioni è posseduta dallo Stato (il ministero dell’Economia ha il 20,31 per cento e la Cassa depositi e prestiti il 9,99 per cento). Poli è stato nominato al vertice del cane a sei zampe nel 2002, con il Cavaliere a Palazzo Chigi. Poli è stato anche presidente di Publitalia – la concessionaria di pubblicità delle reti televisive del gruppo Mediaset – e consulente finanziario Fininvest. Oggi siede tra i consiglieri Mondadori e – guarda caso – nel cda Fininvest.

Inchiesta sul conflitto di interessi di Berlusconi / 4

Supermulta Mondadori. Marina vuole il Giornale
di Fabrizio d’Esposito e Gianmaria Pica

La marchetta d’autore arriva in prima serata, nel telegiornale più visto dagli italiani. Va’ dove ti porta il conflitto d’interessi. Edizione serale del Tg1 di giovedì scorso. Direttore Augusto Minzolini, già collaboratore di Panorama. I telespettatori che pagano il canone e finanziano in questo modo anche lo stipendio di “Minzo” sono costretti a sorbirsi uno spot travestito da servizio giornalistico dell’ultimo numero del newsmagazine della Mondadori berlusconiana. Titolo reclamizzato da Panorama: «Guardate la malasanità: viaggio shock negli ospedali».

Ma c’è un motivo perché il conflitto d’interessi del premier-imprenditore arriva a mostrarsi in maniera così scoperta e spudorata: negli ultimi tempi gli affari di Mondadori non vanno bene. Anzi, non vanno per nulla bene. Colpa della crisi economica. Colpa, forse, di un modo di concepire i periodici fermo ancora al secolo scorso, cioè al Novecento. Fatto sta che il principale settimanale della corazzata editoriale guidata da Marina Berlusconi, primogenita del Cavaliere, senza gadget et similia, ossia in versione “nuda”, venderebbe in edicola nemmeno 50mila copie. E solo con le edizioni arricchite da dvd, libri e altro ancora arriverebbe a superare le 100mila copie effettive. Un flop tremendo.

Anche per questo le pagine di pubblicità sarebbero svendute a prezzi irrisori. Addirittura tra i 5 e i 15mila per una pagina intera. A fronte degli oltre 65mila previsti dal tariffario ufficiale. E le cose dovrebbero peggiorare nel 2010. Nel forecast presentato in questi giorni si parla di un meno 26 per cento per il prossimo anno. Cifre da brivido che hanno innescato una politica spietata di tagli. Per esempio, sugli 82 giornalisti da mandare a casa e spalmati sui 40 periodici del gruppo, circa 30 sarebbero di Panorama, oltre un terzo del totale dei redattori da prepensionare. E sempre per quanto riguarda i periodici un’altra mazzata è arrivata dall’Inpgi, l’ente di previdenza dei giornalisti, che dopo un’ispezione durata due anni ha vergato una supermulta di 3 milioni di euro per evasione contributiva dal 2005 a oggi. Lavoro nero, in un’azienda del presidente del Consiglio. La Mondadori ha impugnato il verbale davanti a una commissione amministrativa, ma il ricorso è stato respinto e adesso sono pronti i decreti ingiuntivi. Nel frattempo, però, l’Inpgi ha varato una sorta di sanatoria generale che scatterà nel 2010 e Mondadori potrebbe attutire il danno. Tutto questo rende ancora più pesante il clima nel gruppo.

Qualcuno dice che proprio su Panorama, Marina Berlusconi interverrà drasticamente. Nell’hinterland di Segrate si mormora che la numero uno del gruppo editoriale vorrebbe una trasformazione “funzionale”, per ripianare le perdite, del settimanale diretto da Giorgio Mulè. Si dice che a breve Panorama potrebbe passare da settimanale a mensile, con una maggiore foliazione e quindi con più pubblicità. Un primo step sarebbe la fusione tra Panorama e First. Sono solo voci, ma al Riformista risulta che le redazioni di tutti i periodici Mondadori e, in particolare, in quella del newsmagazine la tensione tra i giornalisti sarebbe molto alta. Marina Berlusconi avrebbe offerto ai redattori romani del settimanale una integrazione salariale a patto che lascino Roma per Milano. Altrimenti sarebbe licenziamento assicurato.

Alcuni raccontano che, conti alla mano, alla Mondadori non converrebbe più tenere in vita gli uffici capitolini di Panorama. Anche perché la vendita dei rami secchi dell’azienda, con la conseguente cessione di alcuni beni immobiliari legati agli asset non produttivi, darebbe una boccata d’ossigeno alla Mondadori soffocata dalla crisi economica. Infatti, nel secondo trimestre del 2009 non ha mostrato segni di ripresa e sul 2008 ha segnato una contrazione del 29 per cento. In continua diminuzione pure il mercato dei collaterali (le riviste, i gadget, i libri allegati ai periodici Mondadori) con un calo del 19 per cento. Il fatturato pubblicitario dell’azienda di Segrate ha subìto – da un anno all’altro – una flessione che supera i 50 milioni di euro: i ricavi da pubblicità sono crollati da 175 milioni di euro del 2008, ai 123 del 2009.

Da ambienti milanesi fanno sapere che Marina starebbe lavorando anche per avere, in tempi brevi, un rientro della spesa straordinaria che avrebbe fatto in favore del quotidiano di suo zio Paolo Berlusconi: nei mesi scorsi la Berlusconi avrebbe versato nelle casse del Giornale un’iniezione di liquidità di circa 60 milioni di euro per ripianare i debiti della testata. È complessa la partita sul Giornale. Sembra che il controllo della testata a breve passerà dallo zio alla nipote. Ma la vicenda è ulteriormente complicata dalle tensioni nella famiglia Berlusconi. Ai primi di agosto un’altra figlia del premier, Barbara, rilasciò un’intervista a Vanity Fair in cui rivelò di aspirare a un ruolo di primo piano proprio nella Mondadori.

Per alcuni osservatori, la crisi della pubblicità, causa prima di una tale disfatta, sarebbe originata da una struttura burocratica e ingessata, nonché impigrita dal meccanismo perverso dei centri media con gli accordi quadro annuali per la spartizione della torta pubblicitaria. Non solo. Aumenta sempre più il numero degli inserzionisti che decide di non investire più sul cartaceo e frammenta il suo budget in altre direzioni. Di qui la decisione di svendere le pagine, in una corsa al ribasso che porta anche a sconti dell’80 per cento per una singola inserzione. Una situazione completamente differente, per esempio, da quella tedesca, dove dal tariffario ufficiale si registra al massimo un discostamento del 5-10 per cento. In ogni caso, come già accennato nelle precedenti puntate della nostra inchiesta, tutte le strade portano al conflitto d’interessi. Perché nella divisione della torta pubblicitaria complessiva del nostro paese la parte del leone la fanno comunque le televisioni del Cavaliere. Insieme, Rai e Mediaset arrivano al 55 per cento, a scapito di quotidiani e rotocalchi. E all’interno del duopolio, è Mediaset a trasmettere il doppio degli spot rispetto alla Rai. Ma questa è un’altra storia.

Fisco e paradisi fiscali: adesso il Liechtenstein collabora

(ANSA) – BRUXELLES, 2 APR – Il Liechtenstein ha avviato uno scambio di informazioni in materia fiscale con la Gran Bretagna che l’aveva richiestoLo ha annunciato in un comunicato il piccolo Principato racchiuso tra Svizzera e Austria, dopo che recentemente ha allentato il principio del segreto bancario per venire incontro alle richieste della comunita’ internazionale