I Migranti? Li dimenticheremo presto

Ha ragione Ugo Finetti: se si ripete una situazione come quella della Diciotti e “se il magistrato di turno invoca la flagranza c’è l’arresto senza bisogno di autorizzazione”. Ministro avvisato…

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In Cina si uccide ancora

(ANSA) – ROMA, 4 DIC – Tre persone sono state condannate a morte in Cina in relazione alle rivolte scoppiate lo scorso luglio a Urumqi, capitale dello Xinjiang. Lo ha riportato l’agenzia Nuova Cina. Dal 10 ottobre scorso, giorno della prima condanna a morte, sono almeno 20 le sentenze capitali emesse dai tribunali cinesi per lo scontro etnico tra han e uighuri, nella regione autonoma.

Shell alla sbarra per l’uccisione di Ken Saro-Wiwa

Quattordici anni dopo la morte dello scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa, il colosso petrolifero Shell comparirà domani davanti a una corte di giustizia di New York per rispondere dell’accusa di complicità con il regime militare nigeriano del Presidente Sani Abacha, che nel 1995 lo condannò a morte.

Ken Saro-Wiwa e altri otto attivisti vennero impiccati il 10 novembre 1995 al termine di un processo farsa.

Fondatore del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (MOSOP), Saro-Wiwa si batteva da anni contro i danni ambientali causati dalle attività petrolifere della Shell nella regione dell’Ogoniland, nel sud della Nigeria, e contro la miseria e l’arretratezza a cui il governo nigeriano condannava il suo popolo. Lo scrittore era riuscito a mobilitare migliaia di persone, a bloccare la produzione di greggio della Shell e a minare il sistema di corruzione e autoritarismo su cui si reggeva il regime di Abacha.

Per il figlio dell’attivista, Ken Saro-Wiwa Junior, l’avvio del processo segna una prima vittoria della lotta della padre, portata avanti in tutti questi anni.

Shell ha sempre respinto tutte le accuse, affermando di non aver mai in alcun modo incoraggiato nè sostenuto alcun atto di violenza contro gli attivisti della gente Ogoni, ma di aver anzi cercato di persuadere il governo a essere clemente.

Saro-Wiwa Junior sostiene, invece, che ci sono le loro impronte digitali su tutti i casi di tortura, uccisione ed esecuzioni extra-giudiziari della gente Ogoni tra il 1993 e il 1996, e che garantivano sostegno logistico ai soldati coinvolti in questi abusi contro gli Ogoni.

La Shell, in ogni caso, non ha potuto più operare in Ogoniland dal giorno della morte di Saro-Wiwa e oggi sarà chiamata a rispondere anche di complicità nella tortura, nella detenzione e nell’esilio del fratello dell’attivista, Owens Wiwa.

I militanti Ogoni sono riusciti a portare in aula una causa vecchia 14 anni in virtù di una legge che consente di perseguire un’azienda anche per crimini commessi all’estero. E i querelanti auspicano che la causa rappresenti anche un monito alle aziende che operano oggi nel Paese.

Anche se vecchia di 14 anni, infatti, la vicenda è ancora di forte attualità in Nigeria, dove i militanti non-violenti del MOSOP di Saro-Wiwa, che praticavano la disobbedienza civile, sono stati rimpiazzati dai militanti del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (MEND), che ricorrono a sequestri, boicottaggi e scontri armati per perseguire gli stessi obiettivi.

Secondo il MEND, la disobbedienza civile non funziona, ha solo portato attacchi da parte dell’esercito nigeriano contro la popolazione, villaggi rasi al suolo, l’uccisione di un numero imprecisato di giovani e lo stupro delle donne. Per questo ha deciso di adottare la lotta armata.

Sebbene la Nigeria sia uno dei principali produttori di petrolio, la maggioranza della popolazione nigeriana vive ancora oggi in condizioni di estrema povertà a causa della corruzione e dell’incapacità della classe di governo. Si stima che dal giorno dell’indipendenza, nel 1960, la corruzione sia costata alla Nigeria oltre 380 miliardi di dollari.

Da parte sua, l’industria petrolifera ha causato gravi danni ambientali alla regione meridionale del Paese. “Nessuno nega alla Shell il diritto di produrre idrocarburi – sottolinea Saro-Wiwa Junior – ma bisogna farlo rispettando l’ambiente e i diritti umani”.

Torture dei soldati USA, spuntano on-line le nuove foto

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Barack Obama aveva dichiarato di non voler divulgare le immagini che dimostrano, ancora una volta, le torture che i soldati statunitensi hanno inflitto a detenuti in Iraq e Afghanistan, ma le foto sono spuntate, poco dopo le dichiarazioni del Presidente, su un sito austrialiano (www.smh.com.au/), e in breve hanno fatto il giro del mondo.

Lo scandalo che, al tempo, provocarono gli scatti delle violenze compiute nel carcere di Abu Ghraib, è rinfocolato da queste nuove foto.

Le immagini risalgono al 2006, e Obama avrebbe tentato di tenerle lontane dai media per non accentuare l’odio contro gli americani da parte del mondo musulmano e non mettere in pericolo le truppe ancora presenti nei territori iracheni ed afgani. Non ci è riuscito perché la rete si è dimostrata una cassa di risonanza senza precedenti.

Le foto, particolarmente cruente e shockanti, sono pubblicate nella gallery del Corriere della Sera (Torture dei soldati USA).

Sul waterboarding la CIA mentì al Congresso

Il vaso di Pandora delle torture della CIA è ormai definitivamente scoperchiato, e aumenta lo scontro fra repubblicani e democratici negli Stati Uniti.

La polemica si sposta sul ruolo del Presidente della Camera, Nancy Pelosi, accusata dai repubblicani di sapere da anni, ma di puntare il dito contro il waterboarding e altre forme di tortura solo ora per convenienza politica.

Ma lei gira l’accusa all’intelligence, affermando che la CIA, nel 2002, mise il Congresso al corrente delle tecniche d’interrogatorio che usava, tecniche previste dal quadro, ma disse di non praticare il waterboarding. E ora sappiano che invece lo usava.

Dal canto suo, la CIA risponde picche all’ex Vice presidente Dick Cheney: chiedeva di pubblicare i documenti che dimostrano come quelle tecniche d’interrogatorio abbiano evitato alcuni attentati.

Fra l’incudine e il martello c‘è Obama. Che con la scelta di non rendere pubbliche le nuove foto sulle torture delle carceri americane, si è attirato le critiche di chi difende la libertà d’informazione.

Anchorman Shepard Smith: ‘We Are America! We Do Not F***ing Torture!’

Gli spettatori della Fox News hanno assistito, mercoledì scorso, a una scena che sa dell’incredibile. L’anchorman Shepard Smith e la collaboratrice della Fox, Judith Miller, stavano ripetutamente e appassionatamente condannando la tortura, quando Smith a un certo punto ha dichiarato:

“Noi siamo l’ America, noi non torturiamo! E dal momento che non è questo il caso, voglio scendere dal treno! Questo governo è della gente, fatto dalla gente, e per la gente — il che significa che è mio. Il che significa — non sto dicendo cosa è o non è la tortura, ma sto dicendo, qualunque cosa sia, voi non la fate per me! Quando il governo parte, io voglio scendere dal treno — voglio scendere, alla prossima fermata, adesso!”

Ecco il video della trasmissione, il commento di Smith comincia verso 3:45:

Smith era talmente infervorato che è andato avanti sull’argomento, finché non è stato ‘sfumato’ per l’interruzione pubblicitaria: “Se vogliamo diventare la Luminosa Città sulla Collina di Ronald Reagan, non usiamo la tortura. Noi non la facciamo!”

Successivamente, durante lo show online The Strategy Room su FoxNews.com, Smith ha dato voce alla sua opposizione togliendo ogni freno inibitorio al suo linguaggio:

“Noi siamo l’America!” ha urlato sbattendo la mano sul tavolo. “Non me ne frega un cazzo se serve. Noi siamo l’AMERICA! Non torturiamo un fottuto nessuno!!” 

 Guardate e …ascoltate: http://www.eyeblast.tv/public/checker.aspx?v=yd6UnzkUkU

Waterboarding autorizzato (verbalmente) da Condoleza Rice

Washington, 23 apr. (Ap) – Il capitolo oscuro sull’utilizzo di tortura negli interrogatori da parte di agenti americani si arricchisce di nuovi particolari e di una protagonista illustre, Condoleezza Rice. Nel luglio del 2002 la Rice, allora consigliere per la Sicurezza nazionale, approvò verbalmente la richiesta della Cia di utilizzare la tecnica del waterboarding (annegamento simulato) sul presunto terrorista di al Qaida Abu Zubaydah. Pochi giorni dopo, il Dipartimento di Giustizia approvò l’utilizzo di questa tecnica, come riportano i memo segreti che l’amministrazione Obama ha reso pubblici, tra mille polemiche, la settimana scorsa. Il ruolo dell’ex Segretario di Stato viene descritto in un rapporto mostrato ieri dalla Commissione per l’intelligence del Senato. In questo documento vengono riportati nel dettaglio i passaggi con cui le pratiche più dure e crudeli utilizzate dalla Cia furono ideate e approvate ai più alti livelli della Casa Bianca nell’era di George W. Bush. In questa cronologia appare chiaro come il ruolo rivestito dalla Rice fu molto più importante di quello da lei ammesso lo scorso autunno in una testimonianza scritta presentata alla Commissione armamenti del Senato. Nella sua testimonianza l’ex Segretario di Stato sostiene di aver solo preso parte a riunioni in cui si era discusso sulle richieste di interrogatorio della Cia, ma si era poi deciso di chiedere una valutazione legale al ministro della Giustizia. La Rice aveva detto di non ricordare i dettagli delle riunioni. Invece, il braccio destro di Bush ebbe un ruolo diretto nella vicenda dando per prima il via libera all’allora direttore della Cia George Tenet. Pochi giorni dopo, e dopo l’approvazione del ministero della Giustizia, come si legge nel memorandum segreto del 1 agosto 2002, il detenuto Zubaydah veniva sottoposto a waterboarding almeno 83 volte nel solo mese di agosto. Un portavoce della Rice, contattato dalla Ap, si è rifiutato di commentare la notizia. Nel documento reso pubblico ieri appare inoltre evidente come i pareri negativi di alcuni legali dell’amministrazione Bush su queste pratiche furono repentinamente accantonati. Questo documento del Comitato per l’Intelligence è stato rivelato pochi giorni dopo che la Commissione armamenti del Senato ha realizzato un esaustivo rapporto in cui vengono descritti minuziosamente i legami tra gli interrogatori brutali della Cia e gli abusi ai prigionieri di Guantanamo, a Cuba, ma anche in Afghanistan e nel carcere di Abu Ghraib in Iraq.