Libertà di Espressione


Juan Kalvellido

Freedom of Expression
“Ammetti che adesso hai più libertà di espressione . . . o ti ammazzo!”


Juan Kalvellido, nato a Cádiz, Andalucía, Spagna, nel 1968, è un vignettista della classe operaia.

Annunci

Nigeria: Mend nuovamente all’attacco di Shell

https://i1.wp.com/www.informa-azione.info/files/mend2.JPG

(ANSA) – ROMA, 5 LUG – I ribelli del Mend rivendicano un nuovo attacco contro un’installazione del colosso petrolifero anglo-olandese Shell nel delta del Niger.Il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend), che da anni combatte l’industria petrolifera della regione rivendicando una partecipazione delle poverissime popolazioni locali ai suoi proventi, afferma di aver colpito durante la notte il gruppo di pozzi numero 20 della Shell.

Africa, la ripresa economica è nelle mani dei BRIC

Ad Addis Abeba i nuovi rapporti dell’Africa con la comunità internazionale vengono già da un po’ così riassunti: Washington ha il compito di riunire i donatori occidentali, l’Europa garantisce il denaro e… i cinesi si rubano tutti gli affari.

La conquista cinese del continente nero degli ultimi anni, infatti, sta mettendo fortemente in discussione tutte le idee dell’Occidente sull’Africa.

Nella sola Etiopia, la Cina sta costruendo strade e dighe e sta finanziando, con 1,5 miliardi di dollari, l’ampliamento della rete telefonica mobile, fornendo di fatto all’azienda cinese Zte il monopolio del mercato. Complessivamente, banche e aziende cinesi stanno garantendo più di 4 miliardi di dollari di credito e di aiuti legati ad Addis Abeba, che oggi può così ignorare più facilmente le critiche mosse dai governi occidentali per il mancato rispetto dei diritti umani.

Altri Paesi africani sono stati, però, meno fortunati nei loro rapporti con Pechino: la Repubblica Democratica del Congo è rimasta invischiata nella situazione di stallo venutasi a creare tra il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Cina su un progetto di sviluppo da 9 miliardi di dollari di Pechino nel Paese africano. Il Fmi ha infatti obiettato che, con tale somma, Kinshasa non avrebbe più potuto godere della cancellazione del debito.

Altri governi stanno invece diventando “schizofrenici” nei loro rapporti con la comunità internazionale. E’ il caso del Senegal, dove il ministro delle Finanze si occupa delle relazioni con i donatori occidentali, mentre il figlio del Presidente gestisce progetti, contratti e prestiti con Paesi arabi ed asiatici.

Oltre alla Cina, anche Brasile, India e Russia guardano sempre più all’Africa come a una buona opportunità.

Alla vigilia del vertice del G8, è facile prevedere che verranno sollecitati nuovi aiuti al continente africano per consentirgli di fronteggiare la crisi economica mondiale, di cui paga gli effetti pur non essendone responsabile. Tuttavia, come sottolinea il Financial Times, i tempi della ripresa delle economie africane saranno determinati dal ritmo con cui la Cina, il Brasile, l’India e la Russia stanno rilanciando il loro sviluppo economico.

La ripresa della domanda e dei prezzi delle materie prime africane sarà infatti guidata in larga parte dalle cosiddette economie BRIC (acronimo usato per indicare Brasile, Russia, India e Cina). E, una volta che i prezzi torneranno a salire, riprenderanno anche gli investimenti nel continente africano.

Dunque: se è vero che il commercio europeo con l’Africa sia ancora oggi due volte tanto quello cinese, l’interscambio commerciale tra Africa e Bric sta aumentando a un ritmo molto più rapido.

Secondo l’ambasciatore cinese in Etiopia, Gu Xiaojie, i governi africani sono a disagio quando trattano con i paesi sviluppati, pensano che gli europei vogliano imporre le loro idee e, inoltre, hanno una lunga storia di violenza.

Conclude il Financial Times: “Era tutto molto più semplice per i governi occidentali in Africa quando potevano comandare, ma era anche il più giusto?”

Gli USA “celebrano” con proteste il 6° Anniversario della guerra in Iraq

21 Marzo 2009

Washington: Marcia sul Pentagono                                                           

 Washington: Proteste anti-guerra

Washington: Dimostranti per la fine della guerra in Iraq                 

Hollywood: Marcia anti-guerra

San Francisco: Membri di “ANSWER South Bay” contro la guerra

 

St.Paul(Minnesota): Marcia contro l’occupazione di Iraq e Afghanistan  

Il 2009 sarà l’anno decisivo per l’Iraq

iraq

L’Occidentale, 6 Gennaio 2009

Con le elezioni provinciali fissate per la fine di gennaio, l’Iraq sembra tormentato da problemi politici più vicini a un dramma shakespeariano che a una democrazia nascente. Diversi esperti temono che il venir meno progressivo della influenza americana – come risultato dell’accordo di sicurezza raggiunto con gli Stati Uniti – potrebbe complicare la necessaria reazione contro quei politici locali che proveranno a sovvertire il sistema per il proprio tornaconto personale.

Alla fine di dicembre si è parlato di un colpo di stato per estromettere il primo ministro Maliki. Il portavoce del parlamento ha rassegnato le proprie dimissioni rilasciando pesanti dichiarazioni e muovendo dure accuse ai suoi colleghi. Ci sono stati diversi arresti di personalità del mondo politico e militare sospettate di aver cospirato contro il governo, sia a Baghdad che nella provincia di Diyala. Dietro questo turbine di accuse e voci che si rincorrono c’è un gioco di potere in cui le diverse fazioni del governo — e al di fuori di esso — si scontrano per guadagnare terreno ora che gli americani andranno via e il Paese si avvicina a nuove tornate elettorali che potrebbero mutare il panorama politico nazionale. La vera battaglia oggi riguarda l’identità del paese che si trova di fronte a scelte decisive: il governo sarà controllato da Baghdad o dalle province? Chi manterrà il potere e chi dovrà rinunciare a esso? Gli americani continuano a ripetere è che l’Iraq resta “fragile” – per usare le parole dell’ambasciatore Crocker e del generale Petraeus. Dal punto di vista politico questo è assolutamente vero. Recentemente si è diffusa una certa frustrazione dovuta al sospetto che l’unica fonte di unità politica sia stata l’abilità manipolatoria di Maliki, che ha ordinato una serie di arresti e ha sfruttato le tribù delle province per costruire la base del suo potere personale. I suoi avversari, consci del lungo passato dittatoriale dell’Iraq, stanno cercando di far sentire la loro voce in ogni modo. Uno dei membri sunniti del parlamento, Abdul Sattar, ha manifestato il suo malcontento dicendo che “Maliki sta monopolizzando tutte le decisioni politiche, economiche e relative alla sicurezza”. Sattar ha stilato un elenco di partiti diventati ostili al primo ministro, compreso il “Supremo Consiglio Islamico dell’Iraq”, il potente partito sciita che sta osteggiando le manovre di Maliki tese a centralizzare il potere a Baghdad, spingendo per una sua maggiore distribuzione tra le province— dove il Consiglio Islamico ha importanti basi di sostegno, in particolare nel sud. “Stiamo assistendo semplicemente alla storia della trasformazione di un primo ministro democratico in un dittatore” ha concluso Sattar.

E’ evidente l’immaturità del sistema politico iracheno e la lotta per il potere in atto. Nessuno conosce realmente le motivazioni che spingono Maliki ad agire: c’è chi è convinto che intenda deliberatamente trasformarsi in un dittatore, ma c’è anche chi ritiene siano gli eventi a spingerlo comunque in quella direzione. Nel frattempo la politica interna ha subito un forte scossone determinato dall’arresto di alcuni membri del Ministero dell’Interno di Baghdad, e di altre figure del contesto istituzionale, accusati di tramare un colpo di stato. L’ufficio di Maliki ha negato con veemenza che dietro gli arresti ci fosse il sospetto di un putsch. Ma numerosi funzionari del governo hanno confermato che la retata ha avuto comunque una chiara motivazione politica.

Il progetto di Maliki di formare dei consigli tribali che abbiano una relazione diretta con il suo ufficio e ricevano finanziamenti dal budget governativo appare controverso. Questi gruppi, noti come i “Consigli di supporto”, sono stati creati sia nelle zone a prevalenza sciita che in quelle a prevalenza sunnita. Il loro mandato è piuttosto vago ma la loro funzione è quella di attirare le tribù più potenti nell’orbita politica di Maliki in modo da assicurargli un potere radicato su scala locale. Del resto il partito del primo ministro non esercita una particolare influenza nelle province, a differenza di altre formazioni politiche rivali. Ma proprio questi tentativi di aumentare il proprio potere personale coinvolgendo nelle decisioni dell’esecutivo soltanto un ristretto circolo di persone, ed escludendo tutti gli altri attori politici, sta suscitando un crescente risentimento. Per molti bisognerebbe costringere Maliki a dimettersi negandogli la fiducia con un voto parlamentare. Il primo ministro sarebbe costretto a lasciare il suo incarico per permettere una nuova nomina. Già nel 2007 c’è stato un (fallimentare) tentativo di destituirlo, ma oggi le cose sono diventate più serie.

I leader delle maggiori forze politiche governative si sono incontrati nell’Iraq settentrionale per discutere sul ruolo di Maliki e la eventualità di liberarsi di lui, secondo quanto riferito da importanti personalità della scena irachena e da alcuni diplomatici occidentali. Uno dei membri al vertice della “Alleanza Unita Irachena”, una coalizione di partiti sciiti e indipendenti che rappresenta il blocco più ampio nel parlamento, ha dichiarato: “abbiamo contato i voti e ne abbiamo abbastanza per ritirare la fiducia e nominare un nuovo primo ministro”. Quello che manca, tuttavia, è un accordo su chi debba prendere la guida al vertice – un aspetto che i partiti vogliono assolutamente definire prima di procedere a una qualsiasi mossa. I partiti sunniti lamentano di sentirsi offesi dalla mancanza di fiducia nei loro confronti e dalla esclusione dai processi decisionali. I curdi sono furibondi perché, nonostante le promesse da parte di Maliki, non c’è stato ancora il voto che deciderà se le aree contese nel nord, compresa la ricchissima Kirkuk, debbano diventare o meno una parte della regione del Kurdistan. I curdi sono anche turbati dal fatto che il premier abbia radunato gli arabi nel nord del Paese, cercando di spostare gli equilibri di potere attuali. Ma se Maliki si mostrasse disponibile ad accogliere alcune delle richieste curde – in particolare sul “referendum Kirkuk” potrebbe guadagnarsi il consenso di queste forze.

Tra i seguaci sciiti del premier la dinamica in atto è più complessa. Alcuni partiti come il “Supremo consiglio” condividono con i curdi il desiderio di affidare maggiori poteri alle province, in parte anche per limitare la forza del governo centrale. Ma altri gruppi sciiti, come quelli allineati all’anti-americano Moktada al Sadr, sono più cauti circa questa possibilità, sostenendo una visione opposta che mira a rafforzare l’’identità nazionale irachena attraverso un forte governo centrale.

L’ex portavoce del parlamento al-Mashhadani, che si è dimesso alla fine del 2008, accusa i suoi avversari di averlo fatto fuori perché “sperano che dopo sarà più facile estromettere Maliki”. Ma il voto di sfiducia al premier non rappresenterebbe un colpo di stato: piuttosto possiamo considerarlo un modo democratico e regolare di cambiare governo. Nonostante tutto, a meno che non si riesca a trovare un compromesso sul successore, il governo in carica e quello futuro rischieranno di venire trasportati dalla corrente per mesi, come è successo dopo le elezioni del 2005 e nel 2006, dopo la destituzione di Ibrahim al-Jaafari.

C’è un ulteriore problema da considerare: le “qualità” di Maliki, che i membri del parlamento non riescono proprio a sopportare. Le sue maniere forti e l’abitudine cesarista a selezionare gruppi di sostenitori locali che sono alla base del suo successo popolare. Meglio conservare il premier al suo posto o tentare di estrometterlo dal governo? Una domanda dalla difficile risposta.

Iranian President’s Christmas message

Mahmoud Ahmadinejad’s “alternative” Christmas message

Times, December 24, 2008

Mahmoud Ahmadinejad’s unexpected Christmas message is full of seasonal goodwill, but the Iranian President clearly believes that if Jesus Christ were alive today he would be on the side of Iran not the West.

In a pre-recorded speech, Mr Ahmadinejad suggests that Christ would have rallied against any global superpower who sees fit to occupy or bully other nations or send troops to expand their power.

“If Christ was on earth today undoubtedly he would stand with the people in opposition to bullying, ill-tempered and expansionist powers,” he said in a message of defiance clearly aimed at the US and its allies.

“If Christ was on earth today undoubtedly he would hoist the banner of justice and love for humanity to oppose warmongers, occupiers, terrorists and bullies the world over.”

“If Christ was on earth today undoubtedly he would fight against the tyrannical policies of prevailing global economic and political systems, as He did in His lifetime.”

President Ahmadinejad’s message will be aired by Channel 4 as an alternative Christmas message to the traditional speech by the Queen. The message, which the President has given in Farsi, will be subtitled in English.

The controversial decision by Channel 4 to air the message by a man derided as anti-Semitic and anti-gay was defended by Dorothy Byrne, the broadcaster’s head of news.

“As the leader of one of the most powerful states in the Middle East, President Ahmadinejad’s views are enormously influential,” she said. “As we approach a critical time in international relations, we are offering our viewers an insight into an alternative world view.”

President Ahmadinejad’s message goes on to suggest an optimistic reading of the current global economic crisis and its fallout.

“Fortunately, today as crises and despair multiply, a wave of hope is gathering momentum,” he said. “Hope for a brighter future, hope for the establishment of justice, hope for real peace, hope for finding virtuous and pious rulers who love the people and want to serve them – and this is what the Almighty has promised.

“We believe, Jesus Christ will return, together with one of the children of revered messenger of Islam and would lead the world to a rightful point; to a world of love, brotherhood and justice. The responsibility of all followers of Christ and followers of Abrahamic faiths is to move towards that and to prepare the way for the fulfilment of this divine promise and the arrival of that joyful, shining and wonderful age. I hope that the collective will of nations will unite in the not too distant future and with the grace of the Almighty Lord, that shining age will come to rule the earth.

“Once again, I congratulate one and all on the anniversary of the birth of Jesus Christ and I pray for the New Year to be a year of happiness, prosperity peace and brotherhood for humanity. I wish you every success.”

Iraq: via le truppe Usa entro il 2011

Il governo iracheno ha approvato l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti che prevede il ritiro totale delle truppe

usa-iraq280x200

BAGDAD – Il governo iracheno ha approvato l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti che prevede il ritiro totale delle truppe americane entro la fine del 2011. L’accordo è stato approvato con 28 voti favorevoli su 38. C’era bisogno di una maggioranza di due terzi perché si potesse procedere a presentare l’accordo al parlamento. In questa sede per l’approvazione basta la maggioranza semplice.

150MILA SOLDATI – L’accordo è il risultato di un negoziato durato un anno e che spesso è stato condotto con toni aspri. Prevede la partenza dei circa 150mila soldati americani, che attualmente sono distribuiti su oltre 500 basi. Dalle città i soldati se ne andranno entro il 2009 e da tutto il territorio iracheno entro la fine del 2011, vale a dire otto anni dopo il crollo del regime di Saddam Hussein. La riunione del consiglio dei ministri è durata circa due ore. Il premier Nuri al Maliki, che ha fortemente voluto l’accordo, era già praticamente certo di ottenerne l’approvazione perché poteva contare sul sì della coalizione sciita e dei partiti curdi, che insieme hanno 19 ministri. Aveva anche l’appoggio degli indipendenti e di una parte dei ministri sunniti.

LA DECISIONE DEL PARLAMENTO – Il parlamento deve ora procedere a una doppia lettura con un voto definitivo a distanza di almeno sei giorni. Seguirà la ratifica da parte del consiglio presidenziale e solo a questo punto si potrà procedere alla firma ufficiale dell’accordo, presumibilmente a Washington, da parte di Maliki e del presidente americano George W. Bush. La Casa Bianca ha definito il testo un buon accordo, soddisfacente per entrambe le parti. Anche il grande ayatollah Sistani, maggiore autorità religiosa sciita del paese, ha dato un suo informale consenso. L’accordo dà un quadro giuridico certo alla presenza militare americana in Iraq alla scadenza del mandato Onu, alla fine di quest’anno.