Margini per una riduzione strutturale della spesa

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Si parla di taglio delle tasse. Bene. Ma dove tagliare? Non mi piacciano molto le frasi ermetiche. Cosa si vuole ridurre?

Da Libertiamo:

– Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del PdL:

“Per ritrovare la via della crescita, dopo la crisi ma soprattutto dopo quindici anni di stagnazione, l’Italia ha bisogno di una robusta riduzione del carico fiscale, per eliminare un potente disincentivo al lavoro e all’investimento. E’ quindi molto positivo  e lungimirante che Silvio Berlusconi abbia annunciato l’impegno del Governo ad un piano di riforma fiscale che possa portare alle due aliquote Irpef del 23 e del 33 per cento, come già prevedeva la riforma Tremonti del 2003. Questo può e deve essere l’obiettivo di questa legislatura, e bene ha fatto il premier a indicare la riforma fiscale come quella prioritaria.

Abbattere la pressione fiscale senza danneggiare la tenuta dei conti dello Stato è possibile, perché nel bilancio pubblico vi sono i margini per una riduzione strutturale della spesa e perché – come prevede il programma elettorale del PdL – a questo si può accompagnare un piano di abbattimento del debito pubblico attraverso la valorizzazione e la collocazione sul mercato di una quota importante di patrimonio pubblico”.

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Studio delle Nazioni Unite: Human Development Report

La Norvegia ha i più alti standard di vita di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite.

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–>UN Studie Lebensqualität, iStock 

1° posto: Norvegia

Secondo lo “Human Development Report”  delle Nazioni Unite, la Norvegia è, fra i paesi più sviluppati, quello in cui si vive meglio.
 
UN Studie Lebensqualität, Queensland Tourism
2° posto: Australia
Al secondo posto, l’Australia. I criteri determinanti non sono state belle spiagge e sole, ma tre elementi fondamentali: una vita lunga e sana, l’accesso alla conoscenza e uno standard di vita molto buono.
UN Studie Lebensqualität, AP
3° classificato: Islanda
L’ Isola del Nord Atlantico raggiunge il terzo posto per gli elevati standard di vita. C’è, però, da dire, che i dati per l’indagine risalgono al 2007, per cui la relazione non riflette ancora gli effetti della crisi economica globale, che hanno portato l’Islanda sull’orlo della bancarotta nazionale.
UN Studie Lebensqualität, AP
Posizione 6: Paesi Bassi
I Paesi Bassi hanno scambiato il settimo posto con la Svezia e ora si trovano al sesto posto.
UN Studie Lebensqualität, iStock
8° posizione: Francia
I francesi hanno fatto strada nella top ten, dopo aver precedentemente occupato l’undicesimo posto.
 UN Studie Lebensqualität, Reuters
10° posto: Giappone
Il Giappone conserva tenacemente il suo decimo posto per una qualità di vita molto alta. Grazie al sistema sanitario, e probabilmente anche grazie al cibo, l’aspettativa di vita si aggira intorno a una media di 82,7 anni.
UN Studie Lebensqualität, AP
Posizione 13: Stati Uniti
Per lo Human Development Report, gli Stati Uniti devono ritenersi soddisfatti di occupare la posizione numero 13. Per questa indagine sono stati utilizzati, tra l’altro, i dati sul reddito, istruzione e aspettative di vita.
UN Studie Lebensqualität, ddp
14° posto: Austria
Un buon risultato quello raggiunto dall’Austria, salita di due posti, rispetto al passato, per il miglioramento dello stato delle Alpi.
UN Studie Lebensqualität, Reuters
15° posto: Spagna
Con questa posizione, invariata, la Spagna è ancora migliore di altri Paesi del sud Europa.
UN Studie Lebensqualität, iStock
18° posto: Italia
L’Italia è solo diciottesima in classifica, ma è migliorata di una posizione.
 UN Studie Lebensqualität, AP
Posto 21: Regno Unito
Gli inglesi non sono riusciti a migliorare la loro posizione, ma almeno non è peggiorata.
UN Studie Lebensqualität,
22° posto: Germania
Non è molto contenta la Germania di essere così bassa in classifica. Tuttavia, può consolarsi con il fatto che il suo standard di sviluppo è considerato “molto elevato”.
UN Studie Lebensqualität, AP
Posizione 92: Cina
Su un totale di 182 Paesi, la Cina è novantaduesima, circa a metà. La Repubblica Popolare ha così rafforzato la sua posizione di sette posti.
UN Studie Lebensqualität, AP
182° posto: Nigeria
I risultati peggiori sono stati riscontrati in Sierra Leone, Afghanistan e Nigeria.
Il paese più povero, secondo la relazione, è la Repubblica Democratica del Congo, con un reddito medio annuo pro capite di 204 euro. La metà della popolazione dei 24 paesi più poveri non sa leggere. In Afghanistan, a causa delle devastazioni della guerra, l’aspettativa di vita è di 43,6 anni.

Africa, la ripresa economica è nelle mani dei BRIC

Ad Addis Abeba i nuovi rapporti dell’Africa con la comunità internazionale vengono già da un po’ così riassunti: Washington ha il compito di riunire i donatori occidentali, l’Europa garantisce il denaro e… i cinesi si rubano tutti gli affari.

La conquista cinese del continente nero degli ultimi anni, infatti, sta mettendo fortemente in discussione tutte le idee dell’Occidente sull’Africa.

Nella sola Etiopia, la Cina sta costruendo strade e dighe e sta finanziando, con 1,5 miliardi di dollari, l’ampliamento della rete telefonica mobile, fornendo di fatto all’azienda cinese Zte il monopolio del mercato. Complessivamente, banche e aziende cinesi stanno garantendo più di 4 miliardi di dollari di credito e di aiuti legati ad Addis Abeba, che oggi può così ignorare più facilmente le critiche mosse dai governi occidentali per il mancato rispetto dei diritti umani.

Altri Paesi africani sono stati, però, meno fortunati nei loro rapporti con Pechino: la Repubblica Democratica del Congo è rimasta invischiata nella situazione di stallo venutasi a creare tra il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Cina su un progetto di sviluppo da 9 miliardi di dollari di Pechino nel Paese africano. Il Fmi ha infatti obiettato che, con tale somma, Kinshasa non avrebbe più potuto godere della cancellazione del debito.

Altri governi stanno invece diventando “schizofrenici” nei loro rapporti con la comunità internazionale. E’ il caso del Senegal, dove il ministro delle Finanze si occupa delle relazioni con i donatori occidentali, mentre il figlio del Presidente gestisce progetti, contratti e prestiti con Paesi arabi ed asiatici.

Oltre alla Cina, anche Brasile, India e Russia guardano sempre più all’Africa come a una buona opportunità.

Alla vigilia del vertice del G8, è facile prevedere che verranno sollecitati nuovi aiuti al continente africano per consentirgli di fronteggiare la crisi economica mondiale, di cui paga gli effetti pur non essendone responsabile. Tuttavia, come sottolinea il Financial Times, i tempi della ripresa delle economie africane saranno determinati dal ritmo con cui la Cina, il Brasile, l’India e la Russia stanno rilanciando il loro sviluppo economico.

La ripresa della domanda e dei prezzi delle materie prime africane sarà infatti guidata in larga parte dalle cosiddette economie BRIC (acronimo usato per indicare Brasile, Russia, India e Cina). E, una volta che i prezzi torneranno a salire, riprenderanno anche gli investimenti nel continente africano.

Dunque: se è vero che il commercio europeo con l’Africa sia ancora oggi due volte tanto quello cinese, l’interscambio commerciale tra Africa e Bric sta aumentando a un ritmo molto più rapido.

Secondo l’ambasciatore cinese in Etiopia, Gu Xiaojie, i governi africani sono a disagio quando trattano con i paesi sviluppati, pensano che gli europei vogliano imporre le loro idee e, inoltre, hanno una lunga storia di violenza.

Conclude il Financial Times: “Era tutto molto più semplice per i governi occidentali in Africa quando potevano comandare, ma era anche il più giusto?”

Pontiac, una città che rischia di scomparire

Esiste un vecchio detto: “quando GM starnutisce, gli Stati Uniti prendono il raffreddore”. E il detto si sta avverando.

Pontiac (Michigan), è una città che rischia il declino, come è già successo alla vicina Flint, città natale di Michael Moore. Il regista immortalò Flint nel suo primo film, Roger & Me (1989), documentando il saccheggio della città ad opera della GM, che aveva spostato 11 fabbriche da Flint all’estero, licenziando 30.000 operai. Ora Pontiac subirà lo stesso destino per lo stesso motivo: la fabbrica di automobili del gruppo General Motors, da 80 anni motore dell’economia, chiude.

Ma uffici e negozi chiusi fanno intendere che la crisi deve aver colpito duro Pontiac, prim’ancora che la General Motors fallisse decretando anche qui la chiusura di 11 stabilimenti. I residenti hanno l’impressione che la città si stia addormentando, e temono che più che un sonno, sarà un vero e proprio coma.

La General Motors inventò il marchio Pontiac nel 1926, dando vita a una serie di auto sportive di successo che portavano il nome della città dove erano costruite. Ora anche il marchio scomparirà dalla circolazione.

L’Islanda vuol chiedere l’ingresso nell’Unione Europea

Johanna Sigurdardottir, Primo Ministro islandese
Johanna Sigurdardottir, Primo Ministro islandese

Il primo atto del nuovo governo di centro-sinistra islandese, appena insediatosi, sarà chiedere al Parlamento di votare per l’adesione all’Unione Europea. Un processo tutt’altro che semplice, perché se in Parlamento potrebbe esserci la maggioranza per sostenere l’ingresso, la questione spacca in due lo stesso governo: i Socialdemocratici sono favorevoli, mentre il partito Sinistra-Verdi è contrario. Alla fine, sarà un referendum popolare a decidere. Le prime voci in supporto all’entrata nell’UE si sono sollevate già a partire dallo scorso ottobre, all’indomani della crisi del settore finanziario islandese, che ha portato al crollo delle principali banche nazionali e alla perdita di 320.000 posti di lavoro. Tutto ciò ha innescato la crisi politica che, sull’onda di massicce manifestazioni di piazza, ha allontanato i conservatori dal potere, che detenevano da 20 anni. Molti pensano che diventare membri dell’UE sia il mezzo migliore per evitare il ripetersi di quegli eventi, ma altri temono che l’Islanda possa perdere i suoi diritti sulla pesca, danneggiando la grande e influente industria marittima del Paese.

La disoccupazione sta mettendo in ginocchio la Spagna

La crisi ha colpito tutti in Europa ma sembra che nessuno stia peggio della Spagna. Da 30 anni non c’erano cosí tanti disoccupati. I dati del primo trimestre 2009  sono drammatici: sono stati persi 800.000 posti di lavoro, e il tasso di disoccupazione ha superato il 17% della popolazione attiva. I nuovi iscritti alle liste di collocamento sono più di 4 milioni, molti provengono dal settore delle costruzioni, che dopo aver creato il miracolo spagnolo ora sta trascinando il Paese nel baratro.

Il governo Zapatero è corso ai ripari, licenziando il ministro dell’economia Pedro Solbes e sostituendolo con Elena Salgado. E ha lanciato un piano di stimolo fiscale da 70 miliardi di euro.

Il premier ha assicurato la creazione di nuovi posti di lavoro nei servizi sociali e alla persona ma soprattutto nell’economia verde e nelle biotecnologie.

 

Manifestazioni anti-G20, scontri con la polizia nel centro di Londra

Il centro di Londra è rimasto paralizzato oggi per le quattro manifestazioni di protesta contro il G20, che in qualche caso hanno registrato una appendice violenta.

Davanti alla sede della Royal Bank of Scotland, la polizia ha caricato per liberare l’edificio, nel quale erano riusciti a penetrare diversi dimostranti. Migliaia di persone sono rimaste bloccate nella piazza, circondata dagli agenti.

Una ventina di persone sono state arrestate, con accuse che vanno dalla detenzione di armi da taglio alla resistenza a pubblico ufficiale.

Alle manifestazioni di Londra, oltre ai noglobal e agli ecologisti, hanno partecipato anche gruppi politici anticapitalisti.

Nel mirino dei dimostranti anche i rischi di degrado ambientale generati dal modello economico dominante.

Più radicali le proteste inscenate davanti all’ambasciata statunitense, dove migliaia di persone hanno chiesto un cambio di direzione delle politiche economiche della superpotenza americana.

G20, si moltiplicano le manifestazioni in Europa

A pochi giorni dal vertice del G20 di Londra si moltiplicano in Europa le manifestazioni di protesta contro la risposta data finora alla crisi. In migliaia nella capitale britannica sono scesi in piazza per ricordare ai governi dei paesi piu’ industrializzati che nel trovare una soluzione bisogna ripartire dalle necessité della società civile mondiale non privilegiando banche e mercati. Hannah Sell, Partito socialista dei lavoratori: “Il messaggio che vogliamo inviare al G20 è che la gente comune non deve pagare per questa crisi del sistema capitalista. I leader del G20 hanno soccorso le banche per salvare il sistema finanziario ma nulla è stato fatto per la gente comune” Cortei simili si sono svolti nelle principali città europee: anche a Berlino, Parigi e Francoforte in migliaia hanno marciato per riportare in cima all’ agenda dei governi le necessità dei cittadini.

La morte del capitalismo in scena a Berlino. Nella capitale tedesca circa 10.000 persone hanno protestato contro le politiche dei paesi ricchi e il prossimo G20.

“Non saremo noi a pagare per la vostra crisi”, questo lo slogan della manifestazione cui hanno partecipato rappresentanti dei sindacati, del partito di sinistra die Linke, dei verdi, di associazioni ambientaliste e del movimento no-global Attac.
I manifestanti accusano il governo tedesco di aver tolto poveri per dare ai ricchi utilizzando le tasse per soccorrere le banche.

Durante la protesta ci sono stati scontri con la polizia, fermati alcuni manifestanti.