Appello ad Obama


Dopo le nuove rivelazioni di Wikileaks (a proposito, non l’avevano chiuso?) siamo ormai convinti che in tutto il mondo ci sopportano solo perchè siamo utili. Insomma si servono di noi che non siamo credibili, che non siamo affidabili e che abbiamo un Presidente del Consiglio già irricevibile; un clown dal quale è meglio tenersi lontani per non compromettersi troppo.

Però se tutto questo è vero dobbiamo anche ammettere che questi atti riservati, che non sono certo un’ingerenza perchè diffusi clandestinamente da Wikileak, sono l’esatta fotografia di come ci considerano all’estero. Uno zerbino su cui fare i propri bisogni. Sembrerà un’immagine forte ma non so in quale altro modo definire, se non con terra di conquista, il nostro paese.

Fin qui cose immaginate, meno note ma non sorprendenti.

Però. Sì, ovviamente c’è un però. Io credo sia improprio per un cittadino italiano, il quale ha comunque un governo da cui non si sente rappresentato, fare appello ad Obama. Ma questo appello va fatto. Va fatto perchè, come ci dimostrano le recenti rivolte nordafricane, come già ci aveva dimostrato la guerra in Bosnia-Erzegovina, come già ci hanno sempre testimoniato tutti i momenti di tensione dell’Europa del 1900, senza l’America, senza gli Stati Uniti qui non se ne esce.

Anche per l’Egitto, per la caduta di Mubarak sono stati decisivo il pensiero, l’invito, la pressione dell’Amministrazione Obama per far cadere il regime, per cambiare assecondando piazze e rivoltosi che avevano buone ragioni per chiedere un forte cambiamento al vertice. E gli Usa, che tante volte non capiamo, che tante volte sottovalutiamo, che tante volte sentiamo lontani, sono stati vicini, incuranti persino dello scacchiere internazionale: la rivolta, il panico, l’instabilità e istituzioni dittatoriali sono e saranno considerati inaccettabili per una sana democrazia. Sottolineo: prima ancora di poter dare convincenti garanzie ad Israele gli Usa di Obama hanno chiarito che la gente aveva ottime ragioni, che protesta era fondata, che un popolo non può vivere in schiavitù sottomesso ai voleri di un despota irresponsabile e incapace di dare una prospettiva chiara di pace, stabilità e di prosperità economica. Ha prevalso il realismo. Le rivolte e il dissenso non favoriscono sviluppo, minano la coesione sociale e sono solo bombe ad orologeria, pronte ad esplodere per colpa di fanatismi irriducibili e per l’aggravarsi di degrado e miseria diffusi.

Veniamo a noi. All’Italia. Difficile accomunare l’Italia all’Egitto. Eppure va fatto un sforzo per comprendere come siamo siamo ridotti. Siamo di fronte a scontri istituzionali che tolgono ogni credibilità all’azione dello Stato; siano a deputati-escort che passano nottetempo da uno schieramento a quello avversario sulla base di pentimenti folgoranti quasi da far dimenticare San Paolo e mettere in ombra ogni interesse generale che non coincida con il proprio particolare. Ecco, siamo deboli, divisi, non rappresentati, certamente in piena crisi morale e impresentabili perchè impresentabile è l’immagine del paese all’estero, impresentabile è il Presidente del Consiglio, impresentabile è ogni nostra deviazione da accordi e leggi che pure abbiamo sottoscritto ma con leggi interne vogliamo non rispettare (e pagheremo multe perchè non rispettiamo quote e accordi).

Ecco, questa Italia ha bisogno del 17 marzo, di ritrovarsi e di ritrovare unità negli intenti. Per questo abbiamo bisogno di passi ufficiali, non più note riservate, in cui tutti, gli Usa in testa, chiedano conto al Paese della sua politica, di come sono trattati i cittadini, dello stato di questa democrazia. Chiediamo tutti ad Obama di fare chiarezza, in tutte le sedi e se quello che l’Amministrazione Usa pensa in via riservata è davvero un pensiero compiuto allora quel pensiero può e deve diventare pubblico. Deve essere l’impegno alla trasparenza e alla coerenza. Che in Italia non c’è a cominciare dal Premier.

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