Fuori tempo massimo


E’ inutile sperare in un salvacondotto. Ed è inutile, bisogna forse ricordarlo, da quando Fini ha rotto con il Cavaliere.

La parabola discendente di Berlusconi, dell’imputato di concussione Silvio Berlusconi, ha avuto una tragica accelerazione nella giornata di ieri che segna il punto di non ritorno. Stiamo parlando di un Presidente del Consiglio accusato di fatti oggettivamente gravi, aggravati dalla sua posizione specifica di guida politica del paese. A dire il vero in poco meno di 3 anni di Governo questo ruolo di spinta per attuare una delle mitiche versioni miracolistiche del programma l’abbiamo visto poco; piuttosto c’è stato un continuo avvitarsi su questioni personali (anche il divorzio) che l’ha visto lontano dai problemi quotidiani che condannano milioni di persone a subire gli effetti di una dannosa crisi economica mondiale.

La verità è che tutte le mosse del Cavaliere non sono state tarate bene e anche la telefonata alla Questura è stato solo un tardivo intervento per confessare la sua impotenza a sfuggire da una vita tanto libertina da essere ormai fuori dal pieno controllo personale e istituzionale.

Ma l’idea attuale, un salvacondotto in camera caritatis per cedere lo scettro al fido Letta, sembra l’ennesimo colpo a salve del regime al tramonto.

E’ sconfortante assistere a questo balletto ipocrita dove si cerca di riparare a rapporti insicuri, a chiacchiere in libertà e ad una stampa assetata di dettagli tanto da trasformare gli organi di informazione in appendici patinate dei periodici scandalistici in gran spolvero sull’onda di scoop e sensazionalismi che drogano informazione e opinione pubblica quasi che anche la rivolta magrebina che infiamma l’Africa e il Medio Oriente sia trascurabile di fronte ad un paese sedicente civile esposto allo scherno di capi di stato e di governo in evidente imbarazzo per i fatti italiani.

Tornare con i piedi per terra sembra l’ultima tentazione berlusconiana, aprendo all’ipotesi del voto per ricevere un giudizio divino dal popolo che possa assolverlo da accuse tanto infamanti quanto paralizzanti della sua immagine pubblica. Anche questo appare uno sproposito necessario per il premier, un modo per cambiare le carte in tavola, farsi giudicare dal popolo e non dai giudici. Sovvertendo logica e fatti. Mistificando cosa davvero rappresenta il voto popolare: la scelta di rappresentanti parlamentari e di una linea di governo che premi o bocci la politica precedente, valutando sia l’operato del governo uscente sia il gradimento verso nuove opzioni. E’ chiaro che il voto popolare non può in alcun modo essere un giudizio sull’operato privato e pubblico di amministratore ed eletti. Ma la grancassa del Capo suonerà un’altra musica, dividerà animi nella speranza di raccattare qualche manciata di voti in libertà e contando di mantenere i blocchi della contrapposizione tra chi è pro e chi è contro, tra chi è dei miei e chi è coglione o comunista e preferisce la DDR alla libertà berlusconiana (la sua personale libertà, la sua personale impunità di corrompere, di pensare ai cazzi suoi e non ad altro, di sovvertire regole e regolamenti in scia ad un nuovismo che tutto tutto può cambiare tranne l’arbitrio del Capo).

Ha ragione Gilioli nel ricordarci cosa sia la sovranità del Parlamento. Va ricordato, alla nausea, che stiamo parlando di un continuo stravolgimento di regole. Basti pensare che il processo a Silvio Berlusconi è fatto senza richiesta alcuna al Parlamento, senza cioè dover dimostrare al Parlamento stesso se esista o meno una colpa a carico dell’On.Silvio Berlusconi. Il passaggio che i pm di Milano hanno fatto in Parlamento, esibendo carte e chiedendo autorizzazioni, deve farci ricordare perchè fu fatta tale richiesta. Il poderoso incartamento che i magistrati hanno mandato alla competente Giunta per le Autorizzazioni della Camera non chiede alcuna facoltà, alcuna autorizzazione a processare un uomo per cui la Procura riteneva di poter procedere. Quei fascicoli sono arrivati alla Camera dei Deputati, di cui Berlusconi è membro, per chiedere di procedere nella perquisizione degli uffici del ragionier Spinelli, colui che pagava i conti di Berlusconi, quello che faceva i bonifici infruttiferi a nome e per conto del Capo alle olegettine, le prostitute retribuite da Silvio Berlusconi per le serate di bunga-bunga ad Arcore. E si badi bene che i magistrati Forno, Sangermano e Bocassini già disponevano di traccia evidente di quei bonifici e quindi con la perquisizione negli uffici di Spinelli volevano trovare conferma di ciò che già stava diventando evidente, un giro di marchette stabilmente retribuite dal Capo del Governo.

Quando la polizia giudiziaria tenta di perquisire gli uffici di Spinelli si sente opporre la pertinenza di quegli uffici alla Presidenza del Consiglio, quindi immuni da ogni atto di visione da parte dell’autorità giudiziaria. E allora la Procura chiede alla Giunta della Camera di poter compiere quell’atto, non già di poter procedere contro la persona di Silvio Berlusconi, al centro di questo giro squallido di pagamenti per retribuire stabilmente ragazze disinibite.

A sproposito ora il Ministro Alfano parla di sovranità delle Camere: quando mai si è impedito al Parlamento di legiferare? Di proporre e di votare per tempo tutte leggi che servono solo a testimoniare l’impotenza del popolo sovrano davanti al cancro dei reati commessi dal Capo e di cui c’è prova evidente che nè popolo, nè Parlamento, nè giudici possono cancellare? Quando mai si è impedito di votare sulla richiesta di perquisizione agli uffici di Spinelli e quando mai si è mancato di rispetto a tale decisione?

Si dovrebbe, sommessamente, prendere atto che siamo di fronte all’indifendibile.

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