Baldassarri salva il Pdl


Può darsi che ai più sia sfuggito il dettaglio decisivo: Baldassarri aveva detto già mercoledì, quindi ben prima del voto in Commissione, che avrebbe bocciato il federalismo.

La Lega minacciava le elezioni? Il Premier era sicurissimo di poter varare un decreto? La firma del Capo dello Stato era scontata? No, nulla di tutto questo.

La verità è che il testo sul federalismo era già morto prima del voto in Commissione; che la Lega conosceva tutti i malumori della sua base e dei suoi sindaci; che l’opposizione gridava contro un “morto ambulante” e che serviva un colpevole a cui affibbiare una fetta consistente di colpa (Baldassarri di Fli, quindi un uomo di Fini e del vituperato Terzo Polo).

Serve a poco ricordare che il testo aveva subito numerose revisioni e suscitava forti perplessità di tutti gli amministratori locali. Adesso sappiamo come sono andate le cose.

La verità è che la Lega si è spesa molto su questo provvedimento, ci ha messo la faccia e ha minacciato fino all’ultimo. Ma i vertici della Lega (semplifico dicendo Bossi, Calderoli, Maroni e Giorgetti) sapevano benissimo che la conseguenza non sarebbe stata la fine anticipata della legislatura, che non hanno mai realmente voluto. Le elezioni in questa fase non le vuole davvero nessuno.

La Lega contava e conta ancora di trovare un colpevole (o i colpevoli) del proprio fallimento: l’opposizione irresponsabile, gli scandali, il Terzo Polo (e dico Fini e dico Casini, i professionisti della politica), il Quirinale per non rimanere con il cerino acceso in mano. Ma in tutta questa vicenda ci colpisce il fatto che il Pdl abbia tenuto un atteggiamento pragmatico (difesa di un provvedimento non suo), defilato (non si ricordano interventi netti di esponenti Pdl a favore del provvedimento che non siano dichiarazioni di rito e rituali spot sulla bravura e sull’efficienza di questo governo). Insomma non si è capito nel merito come la pensa il partito di Berlusconi, che sulle tasse si gioca l’intera credibilità residua.

Ecco la magia leghista: tenere le posizioni, lasciare il Pdl indenne da tutto (possibile che gli amministratori locali del partito del capo non abbiamo fatto 2 conticini sulla riforma e non abbiano capito quanto costa al Sud e al cittadino?), forzare inutilmente le procedure (il decreto doverosamente respinto da Napolitano) e prendere tempo.

Ora bisogna capire se questa strategia pagherà: si torna in aula sia alla Camera che al Senato. Per il federalismo fiscale (che parolaccia) non sarà una strada così in discesa come sembra. Ma intanto il tempo passa, si salva l’alleato, si cerca di non perdere la faccia, si cerca un colpevole e si attende Milano. Qualcuno, prima o poi, farà finire il teatrino. E’ facile prevedere che sarà senza federalismo o con un provvedimento di facciata?

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