Ma quale sciopero generale


La reazione del Paese alla manovra di Tremonti del Governo è lo sciopero generale? Oppure è la reazione della Cgil che quasi come per riflesso condizionato ha subito mobilitato le centrali che hanno deciso il fermo del Paese (si parla di stop per il 26 giugno)?

La manovra straordinaria di finanza pubblica colpisce sicuramente alla cieca, come ha sostenuto autorevolmente Luca Ricolfi su La Stampa. Ma politicamente, visto che il Governo si assume pienamente la responsabilità dei provvedimenti, il punto rilevante sembra l’elastico che si è creato con la manovra: si tira, si allenta, si allarga e si tende di nuovo. L’emblema della divisione all’interno dell’Esecutivo e della mancanza di serietà nell’impianto generale è la norma sull’abolizione delle Province, un primo e ancora timido tentativo di riformare lo Stato e le sue istituzioni e di riduzione permanente delle strutte ridondanti, prive di reale potere decisionale che abbia incidenza sovraordinata ed organica rispetto a territori che appaiono spesso eterogenei e amministrati da troppi poteri conflittuali. Riforma strozzata sul nascere.

Ma lasciando la parte più politica e generale ad una riflessione successiva, considerati i tempi di discussione ed approvazione dei provvedimenti in manovra, giova comunque valutare un aspetto importante connesso alla parte “sviluppo” della manovra.

La manovra in sè viene contestata dalle opposizioni e dalla parte maggioritaria della rappresentanza sindacale (Cgil) con argomentazioni deboli quanto di sicura presa sebbene normali in presenza di categorie specifiche chiamate a pagare per una generalità di contribuenti e cittadini che non godono di difensori civici di potenza mediatica e di interdizione quanto la potente organizzazione rossa. In sostanza la Cgil boccia senza appello la manovra, raccoglie il malcontento diffuso e si erge a paladina di cittadini eventualmente colpiti da tagli indiscriminati (che però conosciamo in termini di ampiezza ma non di qualità) e di categorie iscrivibili alla parte debole della società perchè dipendenti (pubblici) o fruitori di servizi ritenuti intangibili a prescindere dalla reale condizione del Paese (le pensioni non si toccano, non si fa macelleria, le tariffe sono quelle, l’evasione non si combatte mai abbastanza duramente).

Nel provvedimento del Governo c’è una parte che riguarda il salario di secondo livello, ulteriormente incentivato a partire dal 2011 (il limite viene alzato dagli attuali 35 a 40 mila euro lordi annui), in cui la parte legata alla produttività aziendale verrà ridefinita in base alle esigenze aziendali e produttive (tanto che si parla già di “salario alla tedesca”) all’interno della soglia dei 6 mila euro (confermata).

Ora, visto che le nostre imprese soffrono di problemi legati alla flessibilità dei fattori produttivi, alla necessità di definire e concordare livelli di rendimento, sarebbe davvero utile che un sindacato riformista attento e responsabile iniziasse da subito a contrattare in ogni realtà produttiva la parte da destinare ai premi in base alle esigenze contingenti e di mercato in modo da legare produttività e redditività, rendendo partecipi i dipendenti di scelte ed obiettivi aziendali.

Forse è il caso di pensare che per tornare a competere e recuperare margini di efficienza è utile creare le condizioni per una più generale condivisione di obiettivi e di risultati e far così ripartire il sistema produttivo. Se le aziende vogliono competere e migliorare, se si vogliono ridurre i margini di evasione e dare uno stimolo concreto al capitale umano è ora di pensare che servono molte meno ore di sciopero e molte più ore di proposta e contrattazione in loco per dare risposte a quei lavoratori che credono nell’impresa in cui lavorano e cercano un modo per riscattare buste paga magre e spesso al di sotto della media europea. Un processo difficile ma un obiettivo concreto, misurabile e rappresentabile. Molto più delle astratte ragioni di uno sciopero che finirà per scontentare tutti, ridurre il salario (le ore di sciopero bastano di per sè a privare di una parte di reddito), per lasciare la manovra immutata nei saldi finali (si vogliono forse nuove imposte o aliquote più alte?) ma a non risolvere strutturalmente i problemi che anche dopo uno sciopero, per quanto generale, verranno comunque rinviati a momenti successivi. Magari aggravandosi.

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