Clegg, gli inglesi non vanno a destra


Ma non era Cameron l’astro nascente britannico? Non era Cameron che avrebbe dovuto riportare il paese ai fasti thatcheriani? A quanto pare dopo 13 anni di labour la Gran Bretagna di Blair prima e di Brown ora non se la sente di cambiare, crisi o non crisi. Clegg, l’astro nascente liberaldemocratico sarà il terzo incomodo decisivo alle elezioni del 6 maggio. Dopo anni di ombra, a discapito dei buon risultati elettorali, il partito che fu di Ashdown si avvia ad un risultato elettorale determinante per il futuro governo di Sua Maestà. E mentre anche l’Ungheria vira “violentemente” a destra  si può proprio dire che i sudditi della Regina Elisabetta non se la sentono proprio di essere conservatori. O, in altre parole, di andare a destra.

(Articolo di Barbara Spinelli su La Stampa di oggi) – Quel che sta accadendo nel Regno Unito è una storia importante perché in essa ci siamo anche noi, e l’Europa, e l’America. È la storia di una grande illusione che s’infrange, e del fascino che hanno esercitato, specie in Italia, persone come Margaret Thatcher e Tony Blair. È la storia di un terzo uomo, che in queste ore sta infiammando il suo Paese e ha deciso di far scoppiare la bolla inglese.

Molte ragioni spiegano l’ascesa di Nick Clegg, il candidato liberal-democratico che scompiglia l’Inghilterra alla vigilia delle elezioni del 6 maggio. Lo scompiglio è dovuto in parte alla crisi del 2007-2009: ovunque, essa sovverte pronostici, calcoli, abitudini. In Gran Bretagna, demolisce certezze decennali: un laburismo chiamato «nuovo», che per 13 anni è vissuto del modello Thatcher; un partito conservatore che è figlio dello stesso modello, pur esibendo la maschera modernista di David Cameron.

Ma ci sono motivi più antichi, profondi. Quel che scricchiola, per la prima volta, è l’identità postbellica dell’Inghilterra, è il suo rapporto con l’Europa e l’America. Su questi e altri temi, il linguaggio di Clegg è come un vento forte e insolito: ha toni eretici, e per i connazionali più che blasfemi. Per certi versi, la sua ascesa somiglia a quella di Obama.

Nell’immobile firmamento delle certezze britanniche è apparso un guastafeste, che dice verità scomode: come Al Gore sul clima, come Obama sulla razza. Clegg non ha la straordinaria scaltrezza di Obama né la sua eloquenza, ma anch’egli è un outsider. È un europeista: il che vuol dire, per gli inglesi, un alieno. Quando sulla Manica scende la nebbia, non è convinto che il continente sia «tagliato fuori», come titolò un giornale nel 1940. È convinto che sia Londra a tagliarsi fuori con le proprie mani. Tanti inglesi sembrano aver sete di verità, sconveniente o no. Migliaia di giovani potenzialmente astensionisti stanno correndo a registrarsi per il voto. I giornali parlano di cleggmania.

Le verità di Clegg è altamente sgradita da laburisti e conservatori, perché non solo spezza un duopolio ma svela le menzogne di cui esso si nutre. Svela la bolla della potenza inglese, innanzitutto, con disinvoltura iconoclastica. In sostanza dice questo, agli elettori e a noi europei: le potenze vincitrici dalla seconda guerra mondiale sono in declino, perché la vittoria stessa le ha ossificate, ingabbiandole nell’illusione. Sia America che Inghilterra hanno dormito su quegli allori, persuase che la loro supremazia mondiale fosse imperitura e che ancora esistesse la sovranità assoluta dello Stato-nazione. Ambedue hanno una storia imperiale alle spalle, che complica il congedo dal nazionalismo occultandone le insidie.
La megalomania inglese ha assunto proporzioni grottesche, secondo Clegg. In un articolo scritto sul Guardian il 19 novembre 2002, la profanazione del tempio è stata radicale. Il Regno Unito è accusato di arroganza nazionalista, il suo disprezzo per l’Europa e soprattutto per i tedeschi è ridicolizzato. L’articolo conclude: «Tutte le nazioni hanno una croce da portare, e nessun Paese più della Germania, con le sue memorie del nazismo. Ma la croce inglese è ancora più insidiosa. Un mal riposto senso di superiorità, sostenuto da illusioni di grandeur e da una tenace ossessione dell’ultima guerra, è qualcosa di cui ci si libera molto più difficilmente. Abbiamo bisogno di essere rimessi al nostro posto». I giornali vicini alla destra, imbestialiti, ritirano fuori l’articolo e accusano Clegg di tradimento.

Eppure la storia lo conferma: ricostruirsi e ripartire è spesso più arduo per i vittoriosi che per i vinti. I secondi hanno di fronte a sé una montagna, devono riesaminare se stessi, agguerrirsi per uscire dalla prova vivi e liberi. I primi non hanno davanti a sé che pianure verdi, apparentemente eterne, ignare di baratri. L’Inghilterra è in caduta libera da decenni, ma infinita è la fatica di aprire gli occhi. L’operazione di Clegg è quella di Buñuel nel Chien Andalou: nel cielo una nube solca la bianca luna, ed ecco la camera si sposta su una pupilla femminile tagliata dal rasoio, perché l’occhio infine veda (il film esce nel 1929, anno della grande crisi).

Anche il rasoio di Clegg è affilato: smaschera la chimera inglese, la stoffa di cui è fatta, le condotte drogate che secerne. Hanno questo fondamento chimerico le relazioni privilegiate con l’America, il desiderio di ostacolare l’unità in Europa come se ancora fossimo agli inizi del ’900. Margaret Thatcher e Blair sono stati i due campioni della grande illusione, e le elezioni del 6 maggio sono in realtà un giudizio su di loro, sui falsi miti che hanno fabbricato in trent’anni. Ambedue hanno creduto nella sovranità inviolata della nazione, coltivando con l’America quella relazione speciale che era la linfa vitale del mito. Clegg sconcerta perché annuncia che l’imperatore, nudo, non è più prediletto ma «asservito alla potenza Usa» (Daily Telegraph, 29-1-2010). Negli anni di Blair, «l’Inghilterra ha agito come un passivo Stato satellite»: ha partecipato all’illegale guerra in Iraq, ha «vergognosamente taciuto» sulle torture a Guantanamo, sulla deportazione dei sospetti di terrorismo nelle prigioni segrete all’estero (l’eufemismo usato è extraordinary rendition, consegna straordinaria), sulla guerra israeliana a Gaza, sull’obsoleta atomica inglese. Non si è accorta che Obama punta su Londra solo se essa rafforza l’unione nel vecchio continente, «in modo che l’America possa parlare all’Europa come a un unico soggetto». La preminenza globale americana ha ceduto il passo a un mondo in cui contano Cina e India, nuove superpotenze dell’Oriente, e ciò rende Britannia ancora più piccola. Nel secondo dibattito televisivo, giovedì scorso, Clegg ha difeso l’Unione europea perché «size does matter», la dimensione geografica non è irrilevante in una terra che cambia.

Il vincitore inglese che riposa sugli allori non vede neppure le difficoltà crescenti della propria democrazia. Non solo la sua atomica è obsoleta ma anche il suo bipartitismo, che ha finito col perpetuare status quo e chimere, nascondendo le mutazioni avvenute dentro casa oltre che fuori. Sono anni che gli inglesi hanno smesso di concentrarsi sul duopolio, scegliendo una moltitudine di partiti d’altro colore o l’astensione. È quello che rende non solo ingiusta ma inefficace la loro legge elettorale, rigidamente maggioritaria. Secondo il presente sistema (lo stesso che vorrebbe introdurre Berlusconi in Italia, per l’elezione del Presidente della Repubblica) il partito che prende più voti si conquista una smisurata maggioranza, senza dover negoziare alcunché con altre forze rappresentative.

Tutto va bene se altre forze non esistono, come nell’Inghilterra degli Anni 50. Allora, solo il 2 per cento degli elettori sceglieva partiti estranei a conservatori e laburisti. La snodata società odierna non si esprime più così. Nelle elezioni locali del 2009 il 40 per cento degli elettori ha votato partiti diversi, fuori dal duopolio, e nelle ultime politiche 6 milioni hanno preferito i liberali. Tanto più assurde diventano le vecchie regole: il Labour ha ottenuto un’enorme maggioranza parlamentare con poco più del 22 per cento dei voti. I liberali, con un quarto di elettori, hanno meritato solo 10 deputati. È il motivo per cui Clegg ha poche possibilità. Ma può disturbare parecchio: Gordon Brown ha già assicurato una mini-riforma del sistema elettorale, e le urne potrebbero incoronare un premier che senza liberali non sarà in grado di governare.

La maledizione che grava sui vincitori delle guerre è questa, sempre. Arriva il giorno in cui il piedistallo sul quale troneggiano vacilla, e il trono stesso si rivela finto. Il modello economico della Thatcher è fallito. Quello del Nuovo Labour pure, a meno che Brown non lo resusciti, magari non stavolta ma la prossima. Blair ha creato questo marasma (la pace in Irlanda è probabilmente l’unico suo successo politico). Ha distrutto la socialdemocrazia e i suoi principi, per consegnare l’una e gli altri ai liberali e al loro terzo uomo.

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