Primo maggio: era la festa degli operai


Ci sono diversi modi di vivere questa festa. Ricordarsi di un tempo che fu (e magari andare in piazza a manifestare). Oppure andare a lavorare come se fosse un giorno qualunque (beninteso: per chi il lavoro ce l’ha).

Una festa del lavoro, per il lavoro. Ci ha accompagnati per molti anni. Ancora si vedono i simboli di una cultura profonda che ha accompagnato l’evento: tante aziende di trasporto pubblico non lavorano (il Primo maggio è “sacro” per gli autisti); operai e sindacalisti in corteo nelle principali piazze del paese. Discorsi di speranza dei sindacalisti. Tutti, chi più chi meno, ricorderanno Portella della Ginestra.

Però questo Primo maggio è diverso. Viene nel cuore della crisi reale, quando ancora partite importante per il futuro di tanti sono aperte. Viene in un momento di confusione politica e di relativismi imperanti. Per tanti non sarà il solito Primo maggio.

I commercianti vogliono un’apertura straordinaria per far fronte ai magri fatturati ordinari e magari rimpinguare gli incassi con l’entusiasmo di turisti vaganti per nostre province alla ricerca di arte, cultura e qualche sprazzo di sole.

Credo che siamo ad una svolta vera: stiamo cancellando le nostre tradizioni e sacrificando sull’altare del guadagno ogni pausa che pure è parte di una storia profonda, fatta di sangue e di sudore, di lotte, feste e di un senso comune che genera appartenenza.

Non ci sono scuse: qui non è lo straniero che si impone, non ci sono ragioni supreme che portano al cambiamento, non c’è una punizione divina che sradica cultura e tradizione. E’ solo il nostro tempo, il nostro egoismo e un mondo che non sappiamo più ascoltare e capire che ci spinge a ricercare lucro e risarcimenti senza spirito e senza rimpianti. Poi magari voteremo Lega perchè il mondo che cambia, le tradizioni che spariscono e i nuovi stimoli che ci pungolano alimentano incertezza e sete di nuove scoperte. Ma siamo noi, solo noi, che cambiamo il nostro mondo.

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