Sono finite le rendite


Il voto di questi ballottaggi ci consegna un’Italia cambiata nelle sue viscere. Non solo i supplementari non premiano il centrosinistra ma rompono la regola quasi consolidata di un riequilibrio a favore della parte che perde la tornata principale. E’ proprio cambiata l’ossatura del paese, segno evidente che gli antichi legami, le ataviche paure e le confortanti certezze di un ceto locale più attento al sociale, formato da politici di lungo corso e da interessi consolidati quanto geograficamente riconoscibili non sono più gli ingredienti di un alternanza tra locale e nazionale. Ormai esiste un pieno raccordo tra realtà del posto, le vecchie borgate paesane e il sentire generale che esprime la classe governante nazionale.

Qualcuno si era forse illuso che i Castelli e i Brunetta non fosse casi isolati; qualcuno aveva pensato e creduto che un sistema di contrappesi intrecciato nei diversi livelli di amministrazione avrebbe mantenuto inalterata la struttura del potere. Invece no. L’Italia è diversa: il centrosinistra viene espugnato e sradicato senza appello.

Oggi abbiamo la riprova che le rendite di posizione sono saltate, che un ciclo è chiuso e che la prova del Governo spetta ad altri. Adesso conta molto meno il professionismo della politica e quel che ne rimane si è forse riposizionato al servizio del nuovo imperatore. O forse è saltato ogni meccanismo di sudditanza storica e ci avviamo ad un nuovo pragmatismo, molto volatile e percettivo, poco disposto a mediazioni infinite e sterili, disposto a proposte spot, dirompenti, demagogiche ma comunicative ed efficaci ad appagare il senso di smarrimento diffuso e confuso con una nuova alba di cui non ha splendori ma l’energia della persuasione icastica.

C’è un mondo che viene spazzato via, che non reagisce a tatticismi e formule ma cerca direttamente risposte che non hanno domande ma sono i nuovi dogmi di un popolo che si cerca perchè frastornato da scandali, crisi e misteri buffi. Insomma servono nuove certezze, quelle che sono venute meno affidandosi ai “professori” che pure hanno colpe eguali ai pulpiti da cui hanno preconizzato quella società che si ribella, drogata da nuove e molteplici illusioni che sono il solo baluardo di rivolgimenti continui e dissacranti ma linfa essenziale di quella confusione che porta ad isolamento e paura.

La destra, le destre si nutrono di questi umori; ingrassano e prosperano con il loro popolo, che è maggioranza e segue come setta il volere di un capo capace di guidare nel branco. Le parole del capo sono le lame che tagliano, sfoltiscono le mille boscaglie dell’io moderno, si tratti leggi, di regole o di odiosi precetti che suonano come moralismi fastidiosi sempre provenienti da una parte “comunista”. Il centrosinistra è come una sorta di anima critica, l’angelo nero che macchia il cammino trionfale di cavaliere capace al limite dell’onnipotenza e in quanto tale abile nell’addormentare le volontà e sostituirgli la sua forza che trova solo nel vecchio quella resistenza ormai inaccettabile alla nuova proiezione del paese e di un’immagine nel mondo di cui è testimonial assiduo quanto scellerato.

Si sono rotti definitivamente i meccanismi di costruzione lineare del consenso, mai più fatto in orizzontale ma ora pieno di discese in campo e di ascese per volere del capo stesso. Ormai è tutto terreno di conquista dove la rendita ideologica ingrassa solo i falsari dell’alternativa che è sempre e solo incentrata sulla presunzione di battere il capo sul suo terreno, con i suoi mezzi; c’è l’assurda pretesa di detronizzarlo e sostituirsi a lui, con i suoi mezzi e con gli effetti della sua politica (Grillo, Di Pietro, Veltroni: leaders mediatici e catodici, smaniosi di affermare il loro io; egocentrici e incostanti; televisivi e iterativi nei loro comportamenti).

Ma tutti leaders consumati, con altre storie alle spalle, mai vero nuovo, mai vero elemento di innovazione.

Così è ora. Così sarà per anni. Gli anni più bui, non per luce del vincitore ma per stanchezza dello sconfitto.

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