WordPress.com=censura? Per così poco si perde la faccia


Di sicuro WordPress.com ha perso un’occasione per far bella figura. Ma il giudizio (finale) di Mantellini mi pare eccessivo…

Nel caso del post di Sybelle censurato da WordPress.com è rintracciabile tutta la retorica classica della comunicazione di rete. C’è la scarsa abitudine alle opinioni contro, ci sono i commenti acidi ed anonimi che attaccano l’azienda (un marchio di abbigliamento romagnolo dal nome anglofono, John Ashfield), ci sono le risposte spesso ingenue e altrettanto anonime degli “amici” dell’azienda. Poi ci sono le reazioni dietro, la lettera di un avvocato magari, o comunque qualcosa o qualcuno che consiglia WordPress di chiudere il blog e poi di riaprirlo eliminando il post in questione (il tutto senza degnarsi di informare la tenutaria del blog e anzi aggiungendo un account di amministratore al blog stesso). Poi c’e’ la reazione della rete, la cache di Google, il mirroring degli altri utenti, il ribaltamento dello scenario con l’azienda che da cacciatore diventa selvaggina. In questa dinamica molte volte osservata alcune cose vanno perdute (per esempio il senso del contendere) ed altre si chiariscono. Per quanto mi riguarda senza entrare in valutazioni troppo complesse, mi pare che almeno una cosa si possa affermare senza troppi problemi. Potendo, meglio non avere un blog su WordPress.com.

Il post incriminato:

John Ashfield ADV: pleeease!

Quando scrivo di qualcosa che non mi piace so essere particolarmente acida.
Questa è una di quelle occasioni.

Parliamo delle campagne stampa di John Ashfield che mi sorbisco costantemente in quanto lettrice di XL.
Compro il voluminoso giornale e mi ritrovo a fissare quelle che possono esser catalogate tra le più sgraziate pubblicità mai viste.

John Ashfield è una marca d’abbigliamento che s’appoggia su una ben costruita brand image: produce un vestiario (e relativi accessori) che si rivolgono a un pubblico giovane, tra i 23 e i 35 anni (secondo la mia percezione) rievocando l’atmosfera dello sport, in particolare del cricket e del golf.
Quindi viene in mente Londra, i tornei tra prati verdi perfettamente tagliati e una certa noblesse d’animo.

Niente male per un’azienda della provincia di Forlì e Cesena, insomma.
Quando ho scoperto questo piccolo particolare mi son meravigliata.

Non apprezzo molto lo stile che questa marca propone, un casual sui toni del blu, del beige e del verde, ma ammetto d’esser affascinata da certe iconografie (come l’uso di stemmi) e dalle camicie dai sobri ma inconsueti dettagli, cose che John Ashfield mostra in ogni collezione.

Comunque, torniamo alle campagne stampa.
Questo mese sulla quarta di copertina di XL si può ‘ammirare’ la pubblicità in questione della collezione primavera/estate 2009.
Rappresenta due modelli (sempre gli stessi da qualche stagione) su un campo da golf.

Rabbrividisco.

1) Le fotografie dei modelli non sono a fuoco. Oltretutto le loro figure sono scontornate male. E la sovrapposizione del ragazzo sulla ragazza è pessima: si vede che non son stati fotografati insieme: lei pare sproporzionata rispetto a lui;
2) Che razza di fotografia hanno scelto come sfondo? Siamo in Svizzera? Cosa sono quelle casette che si vedono a sinistra? Le luci inoltre non combaciano: mentre i modelli son illuminati da riflettori frontali, nella fotografia di sfondo il sole cade da destra. Insomma, gli elementi si fondono alla grandissima! Eh!
3) Che espressione ha il modello? Terrorizzata? E’ colto di sorpresa? Sempre meglio della modella che pare pensare ‘Che ci sto a fare qui?’.
4) Marchio e logo. Penso siano stati realizzati con Paint, più o meno. Kitch a dir poco. Il font usato, oltretutto, è stra-usato e non centra assolutamente niente.

Signor John Ashfield, please!
Change!

(P.s. Vedo che anche Piovono Rane si occupa di questo caso increscioso. Riportando da Friendfeed le parole di Sybelle:

Scrive Sybelle su Friendfeed:

«Il 5 Aprile ho pubblicato un post in cui analizzavo una campagna stampa di John Ashfield, brand d’abbigliamento italiano ma dal sapore inglese, dopo averla vista per mesi pubblicata su una rivista.


Nei commenti intervengono ex dipendenti e attuali presunti manager di John Ashfield che iniziano a dibattere, nonchè altri possibili clienti che chiedono ulteriori informazioni.

Venerdì sera un amico mi avverte che il blog è inaccessibile: scrivo a WordPress e mi viene chiesto (in inglese) di rimuovere dal post tutto ciò che non posso certificare come vero.

Nel mio post sono contenenti opinioni sulla campagna stampa (che ritengo sia carente da certi punti di vista), ma ripeto: opinioni. Credo che il post sia stato segnalato (non so bene da chi, ma un’idea ovviamente ce l’ho) ma che non sia stato letto da qualcuno che conosce l’italiano».

Forse il post è stato oscurato per un commento:

«Conosco l’azienda, ci ho lavorato (la più tremenda esperienza lavorativa della mia vita). Si spacciano per “british” in realtà il prodotto è elaborato in una sorta di garage nella provincia di Forlì, e relativi piani superiori di una ex palazzina d’abitazione.La produzione vera e propria, poi, è fatta perlopiù in Bangladesh e relativi Stati dove la manodopera costa un fico secco… Campano sostanzialmente di outlets dove l’ignaro cliente crede di acquistare un prodotto britannico od anglosassone, a prezzi anche contenuti e illudendosi di risparmiare (non sapendo che, la camicia pagata 25 euri, ne è costata a malapena 5 o 6 fra tessuto e confezione).
E’ anche vero che questo modo di fare oramai ha preso piede un po’ per tutti i marchi, però loro, per quel brutto periodo che mi hanno fatto passare, meritano di essere descritti per quello che sono… tutto qui..
(ah, le campagne fotografiche sono “bricolage”, se le fanno da soli in un stanzetta della “ditta”.. Non mi aspetterei nulla di più di quel che han proposto… almeno è esemplificativo di quello che sono loro, della loro essenza ve
ra». )

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