Viva Leroy Nash


Washington, Stati Uniti, 15-02-2010

E’ morto a novantaquattro anni, per cause naturali, Viva Leroy Nash, il più anziano condannato a morte degli Stati Uniti. Bianco, pluriomicida, ha finito i suoi giorni nell’infermeria del carcere di Florence, in Arizona in condizioni pietose, quasi cieco, sordo, sulla sedia a rotelle e affetto da una grave demenza senile.

Viva Leroy era nel braccio della morte da 25 anni, da quando il Tribunale supremo dello stato ratificò definitivamente la sua condanna capitale per l’uccisione di un commerciante di Phoeniz, sempre in Arizona.

L’ultimo episodio di una vita passata praticamente sempre in carcere, interrotta solo da brevi momenti di libertà durante i quali ha ucciso e rubato. “Nato nel 1915 – racconta il suo ultimo avvocato – Viva Leroy è finito in galera quando era ancora un ragazzo. Ed è rimasto rinchiuso nei successivi 80 anni della sua vita, più o meno sempre”. I media americani, appassionati di statistiche, hanno calcolato che ha vissuto in carcere oltre 65 anni, più di due terzi della sua esistenza.

La storia criminale di Viva Leroy inizia nei ruggenti anni ’30, quando giovanissimo spargeva il terrore con le sue rapine tra lo Utah e l’Arizona. Era già stato arrestato più volte, quando nel 1947, poco più che trentenne, ammazza un poliziotto nel Connecticut e si becca una condanna a 25 anni. Uscito di galera continua a rubare e a sparare.

Nel 1977 viene condannato all’ergastolo per l’uccisione di un corriere a Salt Lake City. Nel 1982, però, riesce a evadere dal carcere. Solo tre settimane dopo, l’ultimo crimine della sua vita maledetta. Durante l’ennesima rapina a mano armata in un negozio di monete di Phoeniz, spara al commesso e lo fredda. Anche stavolta non la fa franca. Grazie all’intervento del proprietario di un negozio vicino che lo blocca con la pistola in pugno, viene nuovamente assicurato alla giustizia.

Nell’85 la sentenza definitiva di condanna a morte, che in Arizona significa iniezione letale. Viva Leroy si trasferisce a 68 anni nel braccio della morte, però le sue condizioni di salute non sono per nulla buone. I legali di Nash iniziano così una lunga battaglia legale, presentando una lunghissima serie di di ricorsi, per tentare di salvargli la vita. Al momento della sua morte, stavano mettendo a punto l’ennesimo appello, stavolta alla Corte Suprema per dimostrare che a causa delle sue precarie condizioni mentali, ucciderlo sarebbe stato un atto di crudeltà, pertanto una palese violazione della Costituzione americana.

Il suo avvocato, Thomas Phalen, racconta che il suo assistito ha sofferto nel corso degli anni di molti attacchi cardiaci, l’ultimo il mese scorso. Quindi, a modo suo, canta vittoria, per essere riuscito in tanti anni a perseguire il suo obbiettivo: “Le sue condizioni erano talmente gravi che perfino il personale della prigione, negli ultimi tempi, ha deciso di ricoverarlo. Oggi è un momento da celebrare: l’uomo è morto, tutti possono ora vivere in pace e nessuno di noi ha assistito ancora una volta all’orrore di un’esecuzione”.

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