Scoperto nuovo tipo di fulmini, quelli “vulcanici”


Alcuni studiosi dell’Istituto di Geofisica di Fairbank, in Alaska, hanno analizzato i fenomeni elettrici che avvengono durante le eruzioni, classificandoli come “fulmini vulcanici”.

L’interesse per questo nuovo tipo di fulmini è scattato durante l’eruzione nel 1992 del monte Spurr. Studiando i dati dell’evento, i sismologi si sono accorti di alcuni strani picchi: i sismografi stavano, in pratica, registrando dei fulmini. Ma l’occasione per osservare meglio e capirne di più si è presentata quando, il 22 marzo 2009, si è verificata l’eruzione del monte Redoubt, che solo nel ‘900 aveva dato vita a fenomeni importanti: la polvere si è alzata per circa 20 km nell’aria, e i quattro dispositivi per registrare i dati, posti ognuno ad una certa distanza dal vulcano, hanno raccolto informazioni essenziali. 

Anche se non è ancora del tutto chiaro il meccanismo di formazione dei fulmini tradizionali, di solito si ritiene che il ghiaccio o la pioggia polarizzino le particelle nelle nuvole, separando le positive da quelle negative, fin quando le cariche sono uguali e, allora, scatta il fulmine. A volte, però, non è necessaria pioggia o grandine per far sì che avvenga questa polarizzazione nelle nuvole e, in tal caso, si producono i cosiddetti fulmini “secchi”, come può accadere, ad esempio, poco prima di alcuni incendi. 
Lo stesso fenomeno si verifica in prossimità dei vulcani; tuttavia, a causa della frequenza e della durata del fenomeno, gli scienziati ritengono che qui non si tratti di fulmini “secchi”, bensì di un tipo del tutto nuovo di fulmini: nel corso dell’eruzione osservata, infatti, si è assistito a 20-30 minuti di fulmini con una frequenza maggiore rispetto a quelli scatenati dalle tempeste.

Solo ulteriori studi potranno stabilire quanto questa scoperta potrà tornare utile ai sismologi nelle ricerche sui vulcani, per ora non resta che godersi questo affascinante spettacolo naturale.

 

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