Le pensioni di oggi e domani: chi paga?


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Il Riformista:

Gli immigrati ci stanno già pagando la pensione di Giuliano Cazzola

Integrazione con il lavoro. Gli extracomunitari contribuenti sono 1,5 milioni: 1 milione i dipendenti, poi collaboratori domestici, operai agricoli e pure autonomi.

Osservando i dati riguardanti la previdenza obbligatoria si vede che il processo di integrazione dei lavoratori stranieri non è un obiettivo da realizzare, ma un processo in atto da tempo. Basta considerare il fenomeno dal lato delle entrate e da quello delle uscite osservando, cioè, quanti sono i lavoratori extra comunitari che versano i loro contributi all’Inps e quanti, invece, percepiscono un trattamento pensionistico a vario titolo. Gli stranieri contribuenti sono più di 1,5 milioni. In maggioranza (1,1 milioni) sono lavoratori dipendenti (il loro numero è in costante crescita dal 2003), a cui vanno aggiunti i collaboratori domestici (quasi 260mila) e gli operai agricoli, ma non mancano i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti, persino coltivatori diretti), gli operai agricoli e i cosiddetti parasubordinati (titolari di un contratto di collaborazione). È questa complessità di profili professionali la prova più vera dell’integrazione.

I contributi versati ammontano – su base annua – a poco meno di 6 miliardi di euro, un ammontare rilevante che si aggiunge a quanto proviene dalle ritenute fiscali (per la sola imposta sul reddito sono stimate 1,5 miliardi di entrate). Va da sé che sono tanti di più i lavoratori stranieri contribuenti rispetto a quelli che percepiscono le prestazioni. La questione è facilmente comprensibile. Vengono da noi persone sostanzialmente giovani allo scopo di trovare lavoro e, con il lavoro, una migliore condizione di vita. Essi percepiranno la pensione dopo aver maturato i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla legge. Eppure, non sono pochi i trattamenti erogati a persone di nazionalità extra Ue. Le pensioni vigenti al primo gennaio 2010 sono più di 190 mila per un importo medio mensile di 630 euro circa. Come si vede, attraverso una semplice moltiplicazione (630 x 13 mensilità x 190 mila prestazioni) emerge una spesa complessiva (1,5 miliardi) allineata con l’entrata; ma questo è un conteggio che – pur essendo significativo – non porta da nessuna parte, perché anche per i lavoratori stranieri verrà il momento in cui i pensionati saranno in aumento e comunque in un numero equivalente a quello delle persone attive.

Oggi gli stranieri attivi fanno fronte con i loro versamenti all’onere dei pensionati extracomunitari. È evidente, però, che neanche gli immigrati potranno risolvere gli squilibri del nostro sistema pensionistico. Assai più interessante – ecco che ritorna il discorso dell’integrazione – è notare che la maggioranza dei trattamenti viene erogata a stranieri che risiedono in Italia; a prova del fatto che essi preferiscono rimanere da noi anche dopo aver cessato l’attività lavorativa. Ben 152 mila assegni sono riscossi in Italia, contro 37 mila che l’Inps invia in Paesi stranieri. Le pensioni pagate in Italia sono anche d’importo più elevato: mediamente 707 euro al mese contro i 311 euro delle prestazioni all’estero. La cosa si spiega, in generale, così: gli stranieri in pensione che hanno scelto di abitare in Italia, si sono integrati prima, hanno maturato una maggiore anzianità contributiva; mentre chi è rientrato ha compiuto un percorso diverso e più breve. Quanto alla tipologia delle prestazioni sono in netta maggioranza quelle previdenziali per eccellenza, come le pensioni di vecchiaia (quasi 65 mila, di cui circa 10mila pagate all’estero). In numero quasi pari sono i trattamenti ai superstiti che, anche nel caso degli immigrati, vengono erogati quasi interamente a donne rimaste vedove. Sono oltre 61 mila, 34 mila erogate in Italia e 27 mila all’estero, a prova che molte donne – ormai sole – tendono a tornare in patria.

Meritano attenzione le prestazioni assistenziali riservate ai lavoratori stranieri. Vi sono 21,5 mila pensioni e assegni sociali tutti goduti in Italia. Lo stesso discorso vale per le oltre 28 mila pensioni di invalidità civile. Nel 2008, l’attuale Governo ha inasprito i criteri e i requisiti per il conseguimento dell’assegno sociale (la prestazione riconosciuta agli anziani che non hanno contributi sufficienti per ottenere la pensione) portando a dieci anni non continuativi il requisito della residenza. Non è mai simpatico fare la «faccia feroce» con i poveri: ma i dati dimostrano che non sono infondate le considerazioni di quanti sostengono che molti ricongiungimenti familiari servono ad assicurare una prestazione assistenziale a familiari anziani che, nel loro Paese, non possono contare su di alcuna misura di sostegno.

Quanto alla nazionalità dei pensionati stranieri, il maggior numero dei trattamenti di vecchiaia pagati in Italia riguarda cittadini dell’Africa (28 mila), seguono quelli dell’Europa extra Ue con 15 mila. In complesso, i tre grandi gruppi che vantano una certa consistenza riguardano l’Africa, l’Europa e l’America latina (sia pure quest’ultima abbastanza distanziata). A cittadini africani vanno 63 mila assegni, a europei extracomunitari quasi 65 mila, a latino-americani poco meno di 34 mila. È curioso notare che le donne sud-americane sono in testa per quanto riguarda le pensioni ai superstiti.

Per concludere, dai dati sinteticamente esposti (e dalla tabelle) emergono alcune considerazioni: l’immigrazione è ormai carne della nostra carne. Chi scrive si augura che il «fermo» di tutti gli stranieri residenti in Italia, programmato per il primo marzo, sia confermato ed abbia successo; e serva a dimostrare che di loro non è possibile fare a meno. È doveroso, tuttavia, ammettere, nello stesso tempo, che non saranno gli stranieri a salvare l’Inps e il sistema pensionistico, se non interverranno ulteriori riforme.

lunedì, 1 febbraio 2010

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