D’Alema non vada ai servizi


Mi auguro che D’Alema ci ripensi: domani non si faccia eleggere Presidente del Copasir.

Non sarebbe un esilio dorato, ma semplicemente l’ennesima beffa di uno sconfitto, per interposta persona, che ottiene una sedia. La poltrona, quasi un premio per l’ottimo lavoro fatto. In Puglia. Al cospetto di un Vendola che ormai ha uno spessore nazionale. Un vincente, vincente davvero, a suon di voti, di consenso.

E’ facile la retorica. E’ difficile mettere la testa nel letamaio che si è prodotto all’ombra del Pd. Come se non bastasse, dopo la Puglia, ecco la tegola di Bologna. Ed ecco l’altro grande protagonista, Prodi, colui che aveva sponsorizzato il sindaco della città felsinea, sconfitto. D’Alema e Prodi. Quasi una caduta simultanea, rovinosa, non tanto per i destini personali (ecchisenefrega!) ma per l’opposizione, per quel che rimane di centrosinistro. E ora solo sconforto, la peggiore tristezza. Quasi come perdere Roma, la città dopo le elezioni nazionali. Una stracciata.

Con il berlusconismo ringalluzzito non tanto da vittore proprie (ché c’è ben poco di che vantarsi) ma da sonore batoste dei migliori, gli artefici di strategie elettorali e disastri di governo. Persone che ora rischiano in proprio: su di loro c’è la sindrome della sconfitta, la sconfitta vera che porta alla diaspora il Pd.

Non si capisce certo chi comanda: Bersani? Oppure la Bindi che chiede a squarciagola le primarie ma urla nel deserto e viene accontentata solo quando le manovre di palazzo sono inutili e anzi prefigurano sventure anche peggiori? Sempre con la sindrome di D’Alema, mai smentita, mai efficacemente messa in discussione, portata allo scoperto.

Possibile che un presunto leader (ora leader minino, sia chiaro) non capisca che dopo aver osato sfidare l’Europa e aver perso la Puglia un ciclo è finito? E’ finito proprio dove è cominciato: in Puglia. Lì nessuno firma cambiali in bianco, ognuno pensa che esistano strategie e ricette, tutti cercano quel protagonismo che solo con Vendola ha potuto trovare sintesi. Non l’ha trovata in Emiliano e non l’ha ottenuta con Blasi. Solo Vendola. Che si sentiva solo, ma che ce l’ha fatta. Contro gli apparati, contro chi voleva imporre una logica romana, centralista e disfattista. Contro chi è da tempo assente e distante dagli umori più profondi.

E poi vai tu a dire: la sanità, gli scandali e un partito in sofferenza. No, nulla di tutto questo. Solo un modo diverso di sentire e concepire il rapporto tra istituzioni e partiti. In questo caso Vendola ha fatto bene, benissimo. Di questo lo hanno tributato gli elettori di ieri alle primarie. Un valido amministratore.

Ora Roma rifletta: perchè lasciare che gli umori più profondi si scarichino contro un partito già in agonia? Perchè negare che proprio quel partito non è uno strumento perfetto e compiuto, è oggi il frutto di una sintesi sbagliata e perniciosa che sta condannando tutta l’opposizione all’isignifanza. Perchè quel partito è il partito del destino di D’Alema e dei “compagni di scuola” che hanno ormai esaurito la loro presa e la loro capacità di capire la società e di guidarla. Di questo bisogna subito prendere atto. Valeva ieri per Veltroni e vale oggi per D’Alema che è stato elettore di Bersani e adesso è lo sconfitto sicuro di strategie occulte quanto incomprensibili (bocciate sonoramente).

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