Turchia. Intera comunità rom scacciata dal proprio paese


(Da Osservatorio sui Balcani) A Selendi, nella provincia di Manisa (Turchia occidentale), fino a una settimana fa viveva una popolazione rom di 74 persone, di cui 15 bambini e 20 donne. Lo scorso 7 gennaio, scortati dalla polizia, sono stati tutti deportati nella località di Gördes. Le autorità avevano mostrato di essere incapaci di difenderli dagli attacchi degli altri abitanti della cittadina.

L’episodio è scaturito da una discussione avvenuta la notte di capodanno. Burhan Uçkun, cittadino rom di Selendi, è entrato in un bar per bere un tè. “Non serviamo da bere agli zingari”, gli avrebbe detto il proprietario del locale, che sostiene però di aver solamente intimato a Uçkun di rispettare il divieto di fumo. Sta di fatto che dagli insulti si è passati alle mani, coinvolgendo più persone da entrambe le parti. Alla fine Uçkun è stato portato prima in ospedale e poi al comando di polizia mentre suo padre, non reggendo l’agitazione, è morto di infarto.

Cinque giorni dopo, quando il bar ha riaperto, è scoppiata una nuova rissa tra i parenti del defunto e i frequentatori del locale. A questo punto si è formato un gruppo di circa mille persone che ha attaccato le abitazioni dei rom. Le case sono state prese a sassate, alcuni veicoli sono stati bruciati ed è stato necessario l’intervento della gendarmeria per calmare la folla, che poi è stata mandata a casa.

I rom, invece, sono stati caricati su pullman e trasferiti provvisoriamente nella vicina Gördes. E’ chiaro che per loro al momento non si parla di far ritorno nella cittadina dove vivevano da oltre trent’anni, visto che immediatamente dopo il trasferimento i bulldozer hanno raso al suolo gli accampamenti e le baracche in cui abitavano.

I rom attribuiscono gran parte della responsabilità dell’accaduto al sindaco di Selendi, Nurullah Savaş, che avrebbe incitato la folla all’aggressione, e ricordano che prima della sua elezione l’anno scorso dalle file dell’MHP (Partito di Azione Nazionale), non si era mai verificato un caso del genere.

Secondo altre testimonianze, il presidente della provincia di Manisa, Celalettin Güvenç, avrebbe poi chiesto ai rom di firmare un foglio in cui dichiaravano di trasferirsi volontariamente. Güvenç avrebbe anche affermato che erano obbligati ad andarsene, e che non avrebbero potuto più restare nella cittadina.

L’ampio spazio dedicato dai media turchi al caso dei rom di Selendi, descritto come eclatante caso di razzismo, ha tuttavia portato le autorità a dichiarare pubblicamente sostegno e a offrire garanzie agli sfollati. Abdullah Cıstır, presidente dell’Associazione rom di Izmir, ha riferito alla NTV che il presidente della provincia di Manisa avrebbe quindi garantito la protezione dello Stato ai rom che volessero far ritorno a Selendi, aiutandoli a pagare per sei mesi o anche un anno l’affitto di case prefabbricate che verrebbero costruite per loro. Ma sono pochissimi quelli che prendono in considerazione un eventuale ritorno.

“Anziché avere un tetto preferisco dormire all’aperto ma essere in salvo”, ha detto un giovane commentando l’invito a tornare. Dodici famiglie intanto, circa quaranta persone, sono state trasferite, sembrerebbe in modo definitivo, nella città di Salihli, nella stessa provincia. Sarebbe stata garantita loro una casa, un sussidio per l’affitto, viveri e riscaldamento per aiutarli a iniziare una nuova vita.

Gli abitanti di Selendi sembrano intanto molto contrariati per il fatto di essere stati bollati come “razzisti”, e accusano i media di aver distorto i fatti. Nelle diverse interviste continuano a ripetere che i rom sono dei ladri e degli usurai che bestemmiano e bevono.

L’ex imam della cittadina ha detto che il padre di Uçkun, morto d’infarto la notte di capodanno, “bestemmiava contro Allah e la moschea. Alla fine è stato fulminato e giustizia è stata fatta. Quell’uomo venticinque anni fa aveva sparato ad una persona. Se fossimo razzisti non l’avremmo tenuto qui a quel tempo.”

C’è anche chi dice che “i rom potrebbero anche fare ritorno, purché vivano come esseri umani”, mentre altri si alterano anche solo a considerare una tale eventualità. Un ex insegnante racconta che in passato ci sono state famiglie che hanno dovuto andarsene via a causa degli atteggiamenti violenti dei rom, e pur affermando che non ci sono scuse per quello che è stato fatto la notte del 5 gennaio conclude: “Ora che se ne sono andati siamo sereni. Se tornassero, loro stessi non lo sarebbero”.

La discriminazione dei rom in Turchia in materia di accesso all’istruzione e alle strutture sanitarie, partecipazione sociale, ricerca di un lavoro e ottenimento dei documenti di identità è una situazione oggettiva citata anche nell’ultimo rapporto dell’Unione europea sul Paese. Il governo dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), che finora ha fatto ben poco per rimediare a questo stato di cose, il 10 dicembre scorso ha realizzato il primo incontro del gruppo di lavoro costituito per valutare la condizione dei rom.

La sociologa Neşe Erdilek ricorda che i rom della Turchia hanno iniziato a emergere in pubblico come gruppo sociale dieci anni fa; che precedentemente, proprio perché venivano automaticamente emarginati per la loro identità, hanno cercato sempre di non manifestare la propria origine. Ma la loro situazione ha assunto una fisionomia diversa quando hanno iniziato a costituirsi in associazioni, e la popolazione rom ha smesso di auto-denominarsi “zingaro” (çingene), termine associato ad un’identità negativa, per adottare il termine roman.

La Erdilek spiega però che, facendo ciò, hanno optato per una posizione a favore dell’autorità e del più forte – atteggiamento che avrebbe consentito loro la sopravvivenza anche al tempo degli ottomani – ed è per questo che una gran parte di essi sottolinea sempre la fedeltà allo Stato e alla bandiera turca evidenziando con enfasi la propria differenza da altri gruppi sociali come i kurdi.

Non sarà un caso che Burhan Kuzu, presidente della commissione per la redazione della Costituzione, commentando i fatti di Selendi abbia detto: “I rom sono i nostri cittadini più fedeli, quelli che non hanno mai problemi con il sistema, con il regime e le altre persone. Sono cioè quelle persone che sono da considerarsi le più innocenti e – non che qualcuno debba essere emarginato – proprio quelle da emarginare di meno.”

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