L’altro modo di conoscere Haiti


(Kelebek) – Arrivano sode e tonde le cifre dei morti nel terremoto di Port-au-Prince, ovviamente molto prima che qualcuno abbia contato realmente i cadaveri. E’ l’effetto dell’asta mediatica, vinta da un senatore haitiano che ha sparato la cifra trionfale di “500k”, come titolano i giornali anglosassoni per risparmiare spazio.

E’ il perfetto trauma – per usare il termine di Mario Perniola – privo di qualunque contesto, che fa provare una gradevole eccitazione, da alternare alla dose quotidiana di urli di calciatori vincenti, ballerine provocanti e politici che si fanno le pernacchie.

La Nazione, un quotidiano che si distingue per feroci titoli sul tema Allarme Extracomunitari, oggi urla a pagina intera, AIUTIAMOLI, un titolo così grande da mettere in ombra addirittura quest’altro, “Coppa Italia, viola ai quarti Fiorentina – Chievo 3-2.”

Trovo invece sempre più incerte le cifre sui vivi: l’altro ieri ho citato quella di 1,7 milioni di abitanti a Port-au-Prince, presa da Wikipedia; Repubblica invece parla di 3,5 milioni, un altro sito parla di 1,2 milioni, con 2,5 milioni nell’area metropolitana; ma c’è anche chi parla di 4 milioni.

Qualunque sia il numero, è evidente che il vero disastro è quello, e dipende in larga misura da scelte umane e politiche.

A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, l’immensa macchina dei think tank statunitensi, che trasformano gli interessi delle imprese americane in decisioni politiche, scelse di appoggiare il pittoresco dittatore Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier, allo scopo di trasformare Haiti nel “Taiwan dei Caraibi”, sostituendo l’agricoltura con la produzione industriale per l’esportazione, grazie al costo assai ridotto della manodopera locale.

Aiutare, far progredire, modernizzare, inserire nel mercato globale, urrà!

USAID, l’agenzia politico-umanitaria dell’Impero, usò il bastone e la carota per cacciare i contadini dai campi e mandarli nelle fabbriche: le eccedenze agrarie statunitensi, ampiamente sussidiate, furono riversate nel paese sia come “aiuti diretti”, sia come prodotti venduti a bassissimo costo – il dittatore provvide ad abolire praticamente i dazi.

Il risultato inevitabile fu la distruzione della società contadina.

Grazie ad altri aiuti, i contadini poterono costruirsi baracche fragilissime, ovviamente nei pressi del polo industriale, cioè a Port-au-Prince.

E lì quelli che trovarono lavoro si dedicarono a inscatolare prodotti provenienti dal nuovo sistema agricolo industrializzato, che aveva bisogno di pochissima manodopera; oppure a produrre cappellini da baseball e magliette della Disney  – nel solo 1993, Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, guadagnò 203 milioni di dollari, pari a 325.000 volte lo stipendio di un suo operaio haitiano.

Poi, siccome viviamo in un mondo flessibile, gli Stati Uniti mollarono tutto il progetto, lasciandosi dietro le conseguenze.

Ma no, che diciamo? Ieri Obama ha dichiarato al popolo dell’Haiti,  “Non sarete abbandonati e dimenticati, gli Stati Uniti e il mondo sono con voi”. Fissando intensamente le telecamere come sa fare solo lui, ha tratto l’inevitabile conclusione, ”Questo – ha aggiunto – è un momento che richiede la leadership dell’America”.


LIl signor Michael Eisner con due simpatici amici

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