Mucchetti e Google


Sinceramente fatico a comprendere perchè Mucchetti, oggi sul Corsera, si scagli con grande veemenza contro Google.

Siccome voglio cercare di capire mi riferisco solo all’ultima parte del suo articolo in cui si dice: “quando si hanno in casa 25 miliardi di dollari e se ne guadagnano 6 l’anno, si hanno mezzi per pagare le forniture(…), per evitare i danni ai più deboli(…) e per onorare i debiti fiscali(…)”.

Per dirla tutta Mucchetti oggi riprende in buona sostanza l’articolo da lui cofirmato il 23 dicembre sempre sul Corriere.

Quel che capisco è che contro Google si sta scatenando di tutto. Ma trovo, sebbene non abbia competenza specifica, alquanto discutibili argomentazioni che imputino a Google uno strapotere sulla rete e un suo dovere pratico (oltre che morale) di rispondere della condotta che adotta.

Facciamo chiarezza sui punti contestati da Mucchetti.

1. si hanno mezzi per pagare le forniture: qui si sostiene che Google, riprendendo gli articoli dei quotidiani on line, si avvale del lavoro altrui. Una tesi in parte discutibile ma che ancora una volta non distingue tra mezzo (la rete) e contenuto fornito (notizie). Faccio un ipotesi per chiarire: supponiamo che Google abbia un software (come ha) che capta le notizie e le fornisce infarcendole nei rimandi di sua pubblicità. Quindi gli editori non guadagnano sulla loro pubblicità ma guadagna Google che incassa il prodotto finale rivendendolo con la sua etichetta. Ora che una notizia abbia il copyright è opinabile, come l’idea che quella notizia sia di esclusiva proprietà dell’editore che ne diffonde il contenuto primario. Google se ne serve senza pagarla. Di questo si è già detto molto, su questo si fonda la guerra di Murdoch a Google. Ma supponiamo ora che Google offra il suo servizio (quello con cui capta le notizie) a pagamento a utenti disposti a vedere le notizie proprio a pagamento oppure semplicemente tramite una registrazione. Le notizie mi arrivano via mail in forma riservata, quasi come mi arrivasse un sms. E siamo al punto: se con un sms mi mandano la divina commedia chi può dire che io debba pagare per il testo che mi è stato mandato? E chi dice che debba pagare Google visto che la cominicazione tra me e il Signor Google è privata e non pubblica? In altre parole: siamo sicuri che mi manda qualcosa debba rispettare un protocollo che abbia preventivamente impedito di accedere a supporti protetti da diritti d’autore? D’altra parte Google capta notizie in rete, è chi non le capta? Gli editori vogliono tenersele con sè? Ma soprattutto: quando si hanno informazioni che hanno rilievo pubblico e queste vengono diffuse sono pubbliche perchè rilevanti oppure sono solo di chi le ha immesse in rete? Prendete il caso dell’attentatore nigeriano: se io ho registrato il filmato dell’innesco di una bomba su un aereo, a parte il rilievo penale dell’azione compiuta dal nigeriano, ho diritto a farne ciò che voglio o no? E se il filmato è mio qualcuno può riprenderlo? Io ho il filmato, lo diffondo. Sfido qualunque testata giornalista a riprenderlo. E’ mio. Se lo toccano voglio i diritti d’autore. Se la rete è libera prima o poi tutti saremo editori. Forse poi. Ma tutti avremo notizie. Notizie nostre. Solo nostre. E’ questo che vogliamo? Ha senso?;

2. si hanno mezzi per evitare i danni ai più deboli: questa affermazione è suggestiva. Vera in parte. Ma ci sono controindicazioni specifiche. Si possono mettere molti filtri, più o meno selettivi. Suggerisco più. Ma questo cozza con l’immediatezza di una notizia. E’ vero che una notizia può provocare allarme o distorcere eventi, con conseguenze gravi. Ma talvolta non darla in tempo equivale a censurarla e lasciare che altri filtri sopravvengano in modo da togliere importanza e quindi attualità ad un fatto. Non credo sia questo che intendesse Mucchetti. Ma tant’è: o la notizia può essere diffusa oppure rimane una non notizia, un non evento. E siccome rete e realtà finiscono per coincidere all’infinito mi domando una cosa: si può preventivamente censurare la realtà perchè non ci piace, è pericolosa o può destare allarme? E’ vero che la rete è un medium: media appunto dalla realtà la realtà stessa. Ma perchè censurarla? Perchè ritardare e soprattutto come ritardare? Ma soprattutto: possibile anche qui non comprendere che la realtà quando soffocata finisce per travolgere? Io credo che se un sito è osceno, improbabile o inattendibile finisce per essere abbandonato. E’ questo che si può fare. Lasciare la scelta e portarci su un altro segmento di analisi: ci sono siti che abitualmente (e non potenzialmente!) diffondono contenuti pericolosi? Se c’è abitudine allora sorge il problema. Non se si reprime preventivamente;

3. si hanno i mezzi per onorare i debiti fiscali: questo è l’aspetto più interessante dell’analisi di Mucchetti e toccherà ritornarci. Qui è insito il tema del guadagno attraverso la divulgazione di contenuti e la tassazione del guadagno (che avviene tramite pubblicità). Io modestamente propongo di applicare una tassazione che tenga conto della tipologia di spot immesso in rete. Per esempio se il prodotto è italiano (e la pubblicità lo reclamizza) la tassa può gravare alternativamente su chi diffonde lo spot o si chi ne beneficia (chi fa il prodotto). La tassazione diviene certa. Se la Perugina vuol reclamizzare i baci pagherà lei la tassa (alla fonte) e poi si accorderà con Google. Chiaro no?

Chiudo qui questa carrellata di osservazioni. Però ci ritorno….

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