Loriscosta’s Weblog

news from all over the world

Per una Pesc democratica

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Piacerebbe che il prossimo Mr.Pesc dicesse qualcosa a questo riguardo

(ANSA) – TEL AVIV, 15 NOV – Il capo dello stato israeliano Peres si oppone al progetto dell’Anp di ottenere dall’Onu il riconoscimento di uno stato palestinese. Nei confini antecedenti il conflitto del 1967, con Gerusalemme est come capitale.”E’ impossibile costituire uno Stato senza un accordo di pace” ha osservato Peres. Il negoziatore palestinese Erekat ha affermato che l’Anp ha gia’ ottenuto il sostegno da parte dei paesi arabi e segnali positivi anche dalla Russia e dal segretario generale Onu,Ban Ki-moon

 

Novembre 15, 2009 Pubblicato da loriscosta | news from all over the world | , , , , , | Ancora nessun commento.

Uragani d’America

Ginevra, 6 mag. (Adnkronos/Dpa)- Nessun uragano sull’oceano Atlantico si chiamera’ piu’ Gustav, Ike o Paloma. Lo ha deciso l’Organizzazione meterologica mondiale dell’Onu (Wmo), a causa dell’alto numero di danni e vittime causati nel 2008 da uragani che portavano questi nomi. Un’analoga decisione e’ stata presa per il nome Alma nell’oceano Pacifico settentrionale. I nomi degli uragani vengono riutilizzati ciclicamente e quelli cancellati sarebbero tornati nel 2014. Ora saranno sostituiti con Gonzalo, Isaias e Paulette nell’Atlantico e Amanda nel Pacifico. In passato sono stati eliminati anche i nomi Katrina e Mitch, data l’enorme gravita’ dei danni che causarono questi uragani.

Maggio 6, 2009 Pubblicato da loriscosta | news from all over the world | , , , | Ancora nessun commento.

Corea del Nord: non c’è accordo all’Onu

Forse non è stato “sparato” il missile? 

Oppure i membri del Consiglio di Sicurezza non sono gli stessi che erano al G20 (non è durato abbastanza?).

Oppure finanaza globale sì e terrore no.

Oppure attendiamo il prossimo lancio della Corea (del Nord).

Aprile 6, 2009 Pubblicato da loriscosta | news from all over the world | , | Ancora nessun commento.

Gaza, la difficile vita di un territorio sotto assedio

La vita a Gaza: era difficile prima, lo è ancora di più ora. 66 mila persone, calcola un’organizzatione non governativa, dopo l’offensiva israeliana piombo fuso, vivono disolcate a casa di parenti e amici o bivaccano sotto un tetto di fortuna, tra le macerie. 

Cibo, acqua, carburante, medicine. Ma anche strade, infrastrutture, scuole, macchinari. Manca tutto a Gaza. Ogni cosa che deve valicare la frontiera, è una procedura infinita. Con le autorità israeliane prima, con quelle palestinesi poi.

Il consiglio economico palestinese per lo sviluppo e la ricostruzione stima i danni a 1.54 miliardi di euro. Le case distrutte sono 5000, quelle danneggiate circa 20 mila e solo per la ricostruzione delle abitazioni si spenderanno 370 milioni di euro. Gli ostacoli più difficili da sormontare si pongono per i materiali da costruzione. Israele teme che possano servire ad Hamas per costruire rampe di lancio per missili, bunker, e armi.

Le forniture passano con il contagocce. Ogni tondino, ogni ponteggio,ogni tubo viene schedato e diretto a un sito preciso. I residenti sono costretti a fare provviste sul mercato nero.

Il ferro che viene usato è tutto riciclato perchè non entra niente, non c’è un solo valico di frontiera che lasci passsare il materiale. Ma anche gli aiuti più urgenti, come il cibo, si ammassano alla frontiera e non riescono ad arrivare là dove c’è estremo bisogno.

L’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi si scontra con un muro di gomma. Dice un responsabile dell’UNWA: “Oggi è più urgente che mai trovare una soluzione e far aprire i check points per far entrare i materiali. Ma devo dire chiaro e tondo che oggi come oggi non riusciamo a far passare neppure il cibo e le medicine che sono stati donati”.

Se Israele tiene la striscia sotto assedio, non aiuta il fatto che per ora i pochi aiuti che arrivano debbano passare, perché è l’unica autorità nella striscia, nelle mani di Hamas.

Marzo 2, 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Intifada, Israele, Oriente, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics | , , , , , | Ancora nessun commento.

Africa: Stabilità, una chimera

Afriche 2009: Prospettive

 Nigrizia.it

africa

Dallo Zimbabwe all’Rd Congo, dal Sudan al Ciad, sono ancora troppi i paesi che non riescono a trovare un equilibrio. E alle crisi politiche si vanno sommando difficoltà economiche, quale contraccolpo della recessione mondiale. Ci si aspetta un segnale incoraggiante da Sudafrica e Angola.

In Africa Australe, l’anno appena iniziato sarà cruciale per più di una ragione. Sono previste elezioni in cinque paesi (Sudafrica, Angola, Mozambico, Namibia e Botswana) in un momento decisivo. La regione, infatti, deve far fronte a numerose sfide. La prima è la crisi finanziaria che, da queste parti, si traduce in una diminuzione dell’attività mineraria. La seconda è la crisi energetica: in mancanza d’investimenti tempestivi nel settore, si potrebbe assistere a una stagnazione della capacità produttiva. La terza è la crisi politica dello Zimbabwe.

Senza una stabilizzazione dello Zimbabwe – che è anche una bomba sanitaria a scoppio ritardato: ai primi di dicembre si contavano 12mila casi di colera e oltre 500 morti dichiarati –, la capacità della regione di superare le prove che ha dinnanzi rischia di essere messa in dubbio a lungo. Nello stesso tempo, la nuova leadership del Sudafrica, locomotiva economica dell’Africa Australe, dovrà prendere serie misure per contrastare il demone della xenofobia che, nel primo semestre del 2008, è sfociato in veri e propri pogrom contro i lavoratori immigrati. Una scommessa tutt’altro che facile da vincere, con la crisi che imperversa e con la prospettiva di un consistente calo dell’occupazione.

In Sudafrica, in marzo o in aprile, si terranno le elezioni politiche. Per questo appuntamento, il segretario generale del Congresso nazionale africano (Anc), il populista Jacob Zuma, ha buone possibilità di essere designato come capofila del suo partito. A due condizioni: che la giustizia, davanti alla quale deve rispondere del reato di corruzione in una vicenda di armamenti, lo lasci in pace; che i militanti dell’Anc non gli preferiscano l’uomo del compromesso – l’attuale presidente ad interim, Kgalema Motlanthe – per mantenere l’unità del partito a rischio scissione.

Infatti, in seguito al siluramento, lo scorso settembre, del presidente Thabo Mbeki dal comitato esecutivo dell’Anc, due dei suoi fedeli, l’ex ministro della difesa, Mosiuoa “Terror” Lekota, e il governatore della provincia del Gauteng, Mbhazima Shilowa, hanno lasciato il partito e annunciato la creazione di una nuova formazione politica. Il timore dell’Anc è che l’emorragia si aggravi. Tuttavia, una frattura nel partito al potere non sarebbe un male per il Sudafrica: la fine dell’egemonia dell’Anc potrebbe vivacizzare la vita democratica, sempre che tutti i partiti siano d’accordo nel bandire la violenza.

L’incertezza prevale anche a proposito dell’atteggiamento sudafricano verso lo Zimbabwe, dopo che l’accordo sulla spartizione del potere, annunciato il 12 settembre dal mediatore Thabo Mbeki, non è ancora stato applicato (a metà dicembre). Lo scorso novembre, Themba Maseko, ministro sudafricano dell’agricoltura, ha affermato di voler condizionare alla formazione di un governo di unità nazionale l’aiuto ai coltivatori zimbabweani. Invece il ministro degli esteri sudafricano, la signora Nkosazana Dlamini-Zuma, vicina a Mbeki, difende una linea di maggiore comprensione nei confronti del presidente-dittatore Mugabe e critica le sanzioni europee e americane contro il leader zimbabweano. In questo modo, si rischia d’incoraggiare il presidente e i falchi della Zanu-Pf nel loro rifiuto di condividere le responsabilità di governo con il Movimento per il cambiamento democratico di Morgan Tsvangirai. La disastrosa era Mugabe potrà finire pacificamente nel 2009? In queste condizioni, è necessario essere molto ottimisti per prevederlo.

Riforme a Luanda

In Mozambico, nel dicembre 2009 il presidente Armando Guebuza, il cui partito Frelimo ha da poco battuto l’opposizione nelle elezioni amministrative, succederà a sé stesso. Guebuza potrebbe ricevere un dispiacere da un avversario più pericoloso del partito d’opposizione, la Renamo: l’astensione. Se, infatti, si confermerà il trend degli ultimi anni, la sua vittoria alle presidenziali non sarà una vittoria della partecipazione: il tasso di partecipazione al voto è crollato dall’85% degli aventi diritto nel 1994 al 36% nel 2004. Intanto, quest’anno dovrebbe entrare in produzione uno dei più grandi progetti minerari del continente: la miniera di carbone di Moatize.

Veniamo alla Namibia. Il presidente Hifikepunye Pohamba, sfidato dal suo predecessore, l’eroe veterano dell’indipendenza Sam Nujoma, avrà i suoi problemi a essere rieletto, a fine anno, nonostante la sua reputazione d’integrità politica.

È in un’atmosfera piuttosto cupa che i cittadini del Botswana si recheranno alle urne, anche per rinnovare il parlamento. Cupa perché nell’anno in corso, per la prima volta dall’indipendenza (1966), il paese potrebbe conoscere una diminuzione del prodotto interno lordo (Pil). E ciò soprattutto a causa della decisione dell’impresa sudafricana De Beers di diminuire del 20% la produzione di diamanti, primo prodotto d’esportazione, allo scopo di bloccare la caduta dei prezzi. La sola consolazione è che, nel corso degli anni, De Beers ha delocalizzato in Botswana una parte delle attività di commercializzazione e nel paese si lavora una quantità crescente dei diamanti estratti.

Più difficile la situazione nello Zambia, una delle nazioni più colpite dalla crisi economica. Si teme che i progetti cinesi nel settore minerario non siano condotti a termine e si paventano le conseguenze sociali della caduta dei proventi del rame e del tasso di occupazione, mentre i prezzi delle derrate alimentari continuano a essere alti.

Chi nel 2009 dovrà fornire non poche risposte ai cittadini è il presidente dell’Angola, José Eduardo dos Santos. Il suo partito, il Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla), ha vinto nettamente le elezioni politiche del settembre 2008, ma il presidente non ha ancora annunciato se intende candidarsi alle presidenziali, previste nel 2009, ma la cui data non è ancora stata fissata. Nel corso della campagna elettorale delle politiche, Eduardo dos Santos e Mpla hanno promesso di riassorbire le disuguaglianze sociali, di migliorare la trasparenza nella gestione delle risorse e di moralizzare la vita pubblica. Ma per mantenere queste promesse sono necessarie profonde riforme dell’amministrazione e della funzione pubblica. Oltre che mantenere la rotta della crescita economica. Ora, dopo una crescita del Pil di più del 20% nel 2007 e una previsione del 26% nel 2008, c’è da aspettarsi un 2009 ben più modesto: lo dice la caduta del prezzo del petrolio (tra luglio e dicembre da 150 a meno di 50 dollari il barile), che vale metà del Pil angolano e il 95% del valore delle esportazioni.

Kinshasa versus Kigali

In Africa Centrale, il tema essenziale è capire se la mediazione dell’inviato speciale dell’Onu, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, e il rafforzamento della Monuc (Missione Onu in Congo) riusciranno, nel corso del 2009, a stabilizzare l’est della Repubblica democratica del Congo. Il governo di questo paese – installatosi due anni or sono, dopo regolari elezioni sostenute dalla comunità internazionale – non è riuscito a fare passi positivi sul terreno sociale. Non a caso, dallo scorso settembre, scioperi a raffica hanno paralizzato la scuola, la sanità e la pubblica amministrazione. E zoppicano anche i settori tradizionalmente trainanti dell’economia, come quello minerario. La recessione in Europa e negli Stati Uniti e il ridursi degli investimenti della Cina hanno provocato una caduta della domanda di rame e di cobalto, tanto che nella regione del Katanga sta chiudendo i battenti uno stabilimento su due.

Nel Nord-Kivu, il problema non è solo condurre i belligeranti al tavolo delle trattative, ma anche far loro rispettare gli accordi già firmati. È rimasto lettera morta quello siglato a Nairobi, nel novembre 2007, tra Rwanda e Rd Congo, che prevedeva la smobilitazione, il disarmo e il rimpatrio delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr): né l’esercito congolese né la Monuc hanno adempiuto a questo compito. E questa mancanza è uno degli argomenti utilizzati dall’ex generale tutsi congolese Laurent Nkunda, capo dei ribelli filorwandesi del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), per giustificare la ripresa delle ostilità, lo scorso agosto. E anche il Rwanda – soprattutto nella persona del suo presidente Paul Kagame – si è sentito meno motivato a moderare l’ardore bellico di Nkunda, suo storico alleato.

L’altro accordo (il piano di pace “Amani”), sottoscritto a Goma nel gennaio del 2008 tra il governo congolese, il Cndp e otto gruppi di Mayi Mayi (guerrieri tradizionali) – che prevede il cessate-il-fuoco, la creazione di zone smilitarizzate, l’integrazione nelle forze armate congolesi (Fardc) di una parte dei combattenti o il loro reinserimento sociale – non è stato rispettato, innanzitutto dallo stato congolese, preoccupato di stabilire la propria sovranità sull’intero territorio nazionale, ma privo dei mezzi per farlo. Fino ad oggi, ogni tentativo di riconquistare i territori perduti si è rivelato infruttuoso, a causa dello stato penoso in cui versano le forze armate. Non si possono comprendere i saccheggi compiuti a Goma dai soldati il 29 e 30 ottobre scorsi e a Ka-nyabayonga a metà novembre, se non ci si rende conto che sono opera di uomini che non ricevono regolarmente lo stipendio, in quanto incamerato dai loro stessi comandanti. Il 20 novembre, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha deciso di dispiegare nella regione altri 3mila caschi blu, per consentire di mettere in sicurezza le vie di comunicazione e di distribuire viveri ai circa 250mila sfollati. Ma questi rinforzi tardano ad arrivare, in quanto Kinshasa non vuole accettare nuove truppe indiane, che sono, peraltro, le meglio preparate ed equipaggiate. Senza contare che la sicurezza della zona e del resto del paese non può essere garantita sul serio, senza che vada in porto la riforma, iniziata da più di due anni, della polizia e dell’esercito.

Parallelamente, un altro difficile compito attende il governo e l’Onu nel 2009: invertire il processo di degrado nella Provincia Orientale, dove si assiste a una recrudescenza delle azioni dei guerriglieri ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra).

Bubbone Ciad

È urgente che pacificazione e stabilità si affermino simultaneamente in più luoghi nella regione che, dal Lago Tanganica al Lago Alberto e al Sud-Sudan, non costituisce solo una spaccatura geologica, ma anche una zona di conflitti. I dirigenti politici della regione, in testa il primo ministro etiopico Meles Zenawi, temono che nel 2011 si riapra uno scontro tra il governo di Khartoum e il Sud Sudan, se la popolazione sud-sudanese votasse, con il referendum, per l’indipendenza. In gioco ci sono anche i pozzi petroliferi.

Un altro bubbone dell’Africa Centrale, contiguo alle regioni sudanesi del Darfur e del Kordofan, è rappresentato dal Ciad. La forza europea, Eufor, dislocata dalla primavera scorsa con il compito di proteggere i campi degli sfollati ciadiani e dei profughi del Darfur alla frontiera sudanese, dovrebbe cominciare a ritirarsi nel marzo 2009 e passare le consegne all’Onu o alla Francia. Ma, nel frattempo, non è stato fatto nessun progresso sul piano politico. Il presidente Idriss Déby, sostenuto da Parigi, rifiuta categoricamente ogni negoziato con i ribelli, che nel febbraio del 2008 hanno attaccato la capitale N’Djamena (respinti solo grazie all’intervento di truppe francesi). Non si possono escludere altri attacchi dei ribelli.

Come l’Angola e il Ciad, anche il Gabon subirà le conseguenze del forte calo del prezzo del petrolio, ma dovrà anche far fronte alle conseguenze di una notevole contrazione del volume della produzione petrolifera. Inoltre, il paese ha concentrato buona parte delle sue energie nel settore minerario (uranio, ferro, manganese), che risente anch’esso dei contraccolpi della crisi.

Va, infine, rimarcato che nel 2009 alcune novità possono arrivare dalla sfera economica. Infatti, il Mercato comune dell’Africa Orientale e Australe (Comesa) dovrebbe darsi una tariffa estera comune. E potrebbe anche essere la prima regione dell’Africa a firmare un accordo di libero scambio con l’Unione europea. Potrebbe avvenire il prossimo luglio, secondo quanto dichiarato dal ministro zambiano del commercio, degli scambi esteri e dell’industria, Felix Mutati.

 

Gennaio 5, 2009 Pubblicato da susannacotugno | Africa, Commenti, Congo, Costituzione, Economia, Elections, Postcolonialism, U.E., civil rights, diritti umani, economy, elezioni, guerra, human rights, news from all over the world, open market, opinioni politiche, politica, politics | , , , , , | Ancora nessun commento.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani compie 60 anni

RaiNews24, 10 dicembre 2008
Quasi un miliardo di persone nel mondo soffre la fame

Quasi un miliardo di persone nel mondo soffre la fame

Sessanta anni fa la Dichiarazione Universale dei diritti umani. Approvata il 10 dicembre del 1948 a Parigi da parte dei rappresentanti dei 51 Paesi allora aderenti all’Onu.

Sessanta anni dopo, quasi un miliardo di persone nel mondo soffre la fame, secondo un rapporto della Fao, e in tutto il mondo si segnalano violazioni gravi del testo. Secondo una ricerca commissionata dalla Conferenza dei presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e delle Province Autonome, solo il 9% dei ragazzi e delle ragazze tra i 18 e i 34 anni ha letto il suo testo integralmente; e addirittura il 50% dei giovani non ne ha mai neanche sentito parlare.

I principi
Dal primo articolo che stabilisce l’uguaglianza e la libertà di tutti gli esseri umani, al trentesimo che sancisce il carattere inalienabile dei diritti, vengono enumerati una serie di principi comuni posti a fondamento della dignità umana. Il diritto alla vita, al giusto processo, alla privacy, all’asilo, alla proprietà, all’istruzione, e poi, la libertà di pensiero e di espressione e la condanna della tortura e della schiavitù.

Le iniziative
Per ricordare i 60 anni di vita della Dichiarazione, sono stati organizzati diversi eventi in tutto il mondo. In Italia 159 città sono coinvolte in iniziative mirate a conoscere e rispettare la carta, promosse da ‘La tavola per la pace’, la rete che riunisce enti locali e associazioni impegnate per la tutela dei diritti umani, e da Flavio Lotti, coordinatore del Comitato nazionale per il 60/mo anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani. Lettura integrale del testo, concerti, ma anche un sit in davanti alla direzione generale della Rai per ricordare alla televisione pubblica il suo ruolo nella diffusione dei valori della democrazia attraverso la corretta informazione.

Napolitano: si impone un rinnovato impegno per garantire la tutela
C’e’ ancora un “profondo divario” tra l’enunciazione dei diritti dell’uomo e “il loro effettivo esercizio”. In occasione del 60esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sottolinea che “la doverosa constatazione dell’insufficienza degli sforzi sinora compiuti impone un rinnovato e piu’ forte impegno da parte delle istituzioni, delle associazioni e dei singoli per prevenire ogni ingiustificata violazione dei diritti e garantirne la loro tutela”.

Dicembre 10, 2008 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, History, Storia, civil rights, comunicazione, diritti umani, freedom, human rights, news from all over the world, politica, politica italiana, politics, racism, razzismo, religion, religione, schiavitù | , , , , | Ancora nessun commento.

Guinea-Bissau:alle elezioni legislative netta vittoria dell’ex partito unico

c_3_africanews_1264_foto(Apcom 21 nov. 2008 ) - L’ex partito unico della Guinea-Bissau, il Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (Paigc), ha ottenuto una netta vittoria alle elezioni legislative della scorsa settimana, conquistando 67 dei complessivi 100 seggi, stando ai dati parziali diffusi oggi. Il Paigc, al centro della vita politica del Paese da 35 anni, si è imposto sul Partito del rinnovamento sociale (Prs) dell’ex-presidente Kumba Yalla, rovesciato dall’esercito nel 2003, che ha ottenuto 28 seggi. Il Partito repubblicano dell’indipendenza per lo sviluppo (Prid), creato otto mesi fa da un parente dell’attuale capo di Stato, Joao Bernardo Vieira, ha ottenuto 3 seggi. Gli ultimi due seggi sono andati a due formazioni minori: Partito nazionale democratico e Alleanza democratica. Stando a quanto riferito dalla Commissione nazionale per le elezioni, l’affluenza alle urne è stata dell’82%. Erano circa 539.036 gli elettori chiamati a eleggere l’Assemblea legislativa, con la speranza di avviare riforme strutturali in uno dei Paesi più poveri del mondo. La spesa per le consultazioni, pari a oltre 6.34 milioni di euro, è stata sostenuta da Unione europea, Onu, Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, Spagna, Angola, Brasile, Portogallo, Germania. La Guinea-Bissau conta 1,3 milioni di abitanti e la sua principale attività commerciale è l’esportazione delle noci di acagiù in India. Il tasso di alfabetizzazione è del 37% e la speranza di vita è di meno di 46 anni. Il mese scorso, il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è detto “seriamente preoccupato per l’aumento registrato nel traffico di droga e nelle attività della criminalità organizzata” nel paese e in tutta la regione.

La Presidenza del Consiglio dell’Unione europea ha accolto con favore “il corretto svolgimento delle elezioni legislative in Guinea-Bissau” i cui risultati saranno annunciati a breve da parte del presidente della commissione elettorale nazionale”. “Queste elezioni, contrassegnate da un alto tasso di partecipazione e da un’atmosfera pacifica – afferma una nota -, sono un successo per la Guinea-Bissau, che conferma così la sua base democratica. La Presidenza accoglie con favore l’atteggiamento civico e il senso di responsabilità che il popolo della Guinea-Bissau ha dimostrato in tutto il processo elettorale”. “Noi incoraggiamo tutti i partiti politici in Guinea-Bissau a rispettare il risultato delle elezioni – conclude la nota – in modo che il paese possa continuare a costruire un sicuro e prospero futuro”.

Novembre 21, 2008 Pubblicato da susannacotugno | Africa, Commenti, Elections, civil rights, elezioni, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics, votazioni | , , , | Ancora nessun commento.

Congo. Ong britanniche lanciano allarme: aiutare popolazione

Bisogna trovare un piano a lungo termine
CONGO FIGHTING

(Apcom, 20 nov. 2008) - Il bisogno di aiuti internazionali è “schiacciante”. A lanciare un grido di allarme per la popolazione della Repubblica Democratica del Congo è il Disasters Emergency Committee britannico, composto da 13 organizzazioni non governative. Il responsabile per l’Africa del ministero degli Esteri di Londra, Lord Malloch Brown, ha spiegato che una strategia per un piano di aiuto alla popolazione è in corso d’opera. “Credo che il processo politico sta cominciando a muoversi” ha spiegato al programma Today di Radio 4 della Bbc. “Dobbiamo trovare un piano di sicurezza a lungo termine sostenuto da una risoluzione politica per le ostilità etniche che da anni infiammano la regione” ha detto. I violenti scontri tra l’esercito e le forze ribelli guidate dal generale Nkunda nell’est del Congo hanno causato una gravissima crisi umanitaria. La situazione è resa ancora più complicata dall’arrivo della stagione delle piogge. “I membri del nostro staff stanno già raggiungendo diverse centinaia di persone ma i bisogni sono tanti e in aumento” ha spiegato il presidente del Disaster Emergency Committee Brendan Gormley. “Le violenze costringono i bambini a separarsi dai genitori e molti di loro rimangono orfani. Migliaia di persone sono a rischio di stupro, malnutrizione, rapimento e malattia” ha aggiunto il presidente di una della organizzazioni del comitato, Charles Badenoch di World Vision, riferisce la Bbc online. Nel villaggio di Kanyabayonga, ha fatto sapere Oxfam, i casi di stupro sono aumentanti del 10 per cento negli ultimi sei mesi. Il Disasters Emergency Committee britannico ha attivato un numero (0370 60 60 900) per fare le donazioni.

Novembre 20, 2008 Pubblicato da susannacotugno | Africa, Commenti, Congo, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics | , , , , | Ancora nessun commento.

Guinea-Bissau:Elezioni,altissima affluenza

Non sono stati registrati incidenti

Begging For Islam

Bissau, 17 nov. (Apcom) - L’affluenza alle urne nelle elezioni politiche che si sono tenute ieri in Guinea-Bissau è stata “molto elevata”. L’ha detto il capo della missione di osservazione delle Nazioni unite (Onu) Johan Van Hecke. Le elezioni “si sono svolte nella calma, nell’ordine, senza tensioni e intimidazioni”, ha detto il capo dei 51 osservatori. “Il tasso di partecipazione – ha aggiunto – è stato molto elevato, la nostra stima si situa tra il 70 e l’80 per cento”. In una conferenza stampa, il funzionario Onu ha spiegato che “malgrado la carenza d’educazione civica, la popolazione ha compreso benissimo” i principi dello svolgimento delle elezioni politiche, necessarie per stabilizzare un paese che non s’è mai veramente ripreso dalla guerra civile del 1998-99. “Non è stato rilevato alcun incidente”, s’è felicitato van Hecke. “I militanti dei partiti politici – ha continuato – sono stati onnipresenti, ma non sono mai intervenuti nel processo, hanno avuto un ruolo importantissimo”. L’unico problema registrato è stato qualche “ritardo nell’apertura” dei seggi. In alcune regioni è mancato il materiale elettorale. In tutto, gli osservatori internazionali presenti sono 150. Le operazioni di spoglio sono immediatamente iniziati dopo la chiusura delle urne. I primi risultati saranno disponibili nei prossimi giorni.

Novembre 17, 2008 Pubblicato da susannacotugno | Africa, Commenti, Elections, Postcolonialism, civil rights, elezioni, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics, votazioni | , , | Ancora nessun commento.

Congo,il capo dei ribelli pronto ai negoziati di pace

Laurent Nkunda ha incontrato l’inviato dell’Onu ed ha detto di sì
alle richieste di un corridoio umanitario per le migliaia di rifugiati

Il presidente Joseph Kabila forse deciso a tagliare il legame
con le milizie estreniste Hutu, preludio per una vera distensione

La Repubblica

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Obasanjo (al centro) e Nkunda (secondo da destra)


GOMA – Forti venti di pace tornano a soffiare sul Nord del Kivu. Il generale Laurent Nkunda, capo dei ribelli congolesi, ha accettato la proposta dell’emissario delle Nazioni unite, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, di proclamare una tregua duratura e avviare delle trattative con il presidente del Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila. Il leader del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo) ha aderito anche alla proposta di aprire da subito un corridoio umanitario per consentire l’invio di soccorsi e di aiuti umanitari al milione e mezzo di profughi sparpagliati nel territorio a causa del conflitto.

Si tratta del primo, importante accordo tre settimane dopo l’inizio delle ostilità. Il lavoro svolto nelle ultime ore dall’emissario Onu spedito nelle regione dal segretario generale Ban ki Moon ha ottenuto risultati che solo stamani apparivano impossibili. Dopo aver incontrato venerdì scorso il presidente ruandese Paul Kagame, Obasanjo è volato a Kinshasa e si è intrattenuto a colloquio per oltre un’ora con il presidente della Rdc Jospeh Kabila. Ha insistito sulla necessità di avviare subito dei negoziati diretti con Nkunda anche per alleviare la sofferenza della popolazione, stremata dai continui scontri e dalle violenze subite durante il ritiro delle truppe regolari congolesi. Il presidente Kabila ha accettato l’idea di un negoziato diretto ed è rimasto in attesa della risposta del generale Laurent Nkunda.

Sostenuto dal clima positivo, l’emissario dell’Onu ha preso un elicottero ed è volato direttamente a Jomba, una cittadina a 80 chilometri a nord di Goma, dove il capo dei ribelli ha installato il suo quartiere generale. Per l’occasione, Nkunda ha smesso la divisa e ha accolto il suo ospite vestito da civile: un completo grigio chiaro su camicia bianca e una cravatta rossa. L’incontro è stato caloroso e cordiale. I due si sono abbracciati, sono sfilati davanti ad una doppia fila di soldati vestiti in alta uniforme. C’è stato il saluto del picchetto, una breve fanfara e alla fine, mano nella mano, Nkunda e Obasanjo si sono avviati verso una chiesa della cittadina dove hanno parlato per circa un’ora e mezza.


La visita dell’emissario Onu era stata preceduta da un violentissimo scambio di artiglieria pesante tra i soldati ribelli schierati attorno a Kanyabayonga, un centro strategico a 180 chilometri a nord ovest di Goma, e le truppe delle Fardc decise a difenderlo. La battaglia, la prima ingaggiata con bombardamenti, colpi di mortaio e di artiglieria dal 28 ottobre scorso, aveva fatto temere un naufragio della mediazione delle Nazioni unite. Ma si è trattato, più che altro, di un segnale lanciato dall’esercito congolese per recuperare terreno e avviare da una posizione di forza un eventuale negoziato. Dopo la sconfitta di tre settimane fa, le Fardc (le truppe regolari congolesi) vivono un momento di grande difficoltà. Disorganizzati, indisciplinati, mal pagati, senza una solida guida centrale, i soldati congolesi hanno subìto il contraccolpo di Nkunda. Spesso hanno agito d’impulso, attaccando quando non dovevano e ritirandosi, sempre prima del tempo, con una fuga che si trasformava in un saccheggio.

Lo Stato maggiore delle Fardc ha preso i primi provvedimenti: ieri mattina ha annunciato l’arresto di venti soldati ritenuti colpevoli delle razzie dei giorni scorsi e il recupero della refurtiva. I responsabili compariranno davanti alla Corte militare operativa di Goma. E’ un gesto importante. Rientra nell’ottica di “normalità istituzionale” più volte sollecitata dal nuovo emissario dell’Onu. La base per l’avvio del nuovo negoziato è stata costruita anche dalla serie di colloqui che Kigali e Kinshasa hanno tenuto durante tutta la settimana. Si sono delineati i nodi non ancora sciolti e che impediscono l’applicazione dell’accordo del gennaio scorso. Tra questi, forse il più spinoso: la presenza nel Nord del Kivu delle milizie di estremisti hutu protagonisti del genocidio in Ruanda nel 1994. Kigali e Khinshasa hanno deciso di inviare sul terreno una squadra mista delle due rispettive intelligence. Joseph Kabila, di fatto, ha deciso di mollare gli interhamwe, le milizie estremiste Hutu. E’ il preludio di una scelta che può davvero aprire le porte alla pace.

(16 novembre 2008)

Novembre 16, 2008 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Congo, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics | , , , , | Ancora nessun commento.