Se l’informazione fallisce: consiglio di rete
Perfetto! Per chi vuole “regolare” la rete. In Italia come all’estero.
CNNFail
Just read the twitter feed on CNN’s pathetic coverage of the most significant event in world history now happening in front of our eyes. Another reader writes:
I only flipped over to CNN occasionally this morning and didn’t see ANY of this, let a lone a mention of it!! (the coverage this morning was mostly about the latest terrorist attack amid bits of ‘past year’ previously taped stuff…once again CNN is on holiday…)
If you want actual news, don’t switch cable on. Go to the blogs.
Peggiorare la Rai ad ogni costo
Santoro non vi piace? O meglio: Santorno non vi piace ma dice verità scomode? Non avete visto il meglio allora
(Sferapubblica) – La seconda rete della Rai ha il suo “anti – Santoro”. Maurizio Belpietro, direttore di “Libero”, approda a Viale Mazzini con un nuovo talk show voluto fortemente dal direttore generale Mauro Masi per contrastare i programmi considerati “faziosi”. Annozero, in primis. Intanto il programma di Michele Santoro continua il suo exploit di ascolti, stabile sui sei milioni di ascoltatori risulta essere la trasmissione più seguita in casa Rai.
Belpietro, spesso ospite nel confronto con Travaglio, ammette: «Io e Santoro abbiamo idee lontane anni luce. Ma è un fior di protagonista, lo rispetto, ha talento e fa televisione da 20 anni. Io voglio partire con i miei tempi, rodarmi, avere il tempo di fare anche ascolti mirabolanti». L’ex direttore di “Il Giornale” e “Panorama” non è nuovo al mestiere. Ha già provato sui palcoscenici di Mediaset l’esperienza del conduttore: L’Antipatico, Panorama del giorno, La telefonata, rappresentano il suo curriculum in televisione.
Oltre ovviamente a tante, tantissime presenze nelle trasmissioni di mamma Rai. Da Porta a Porta ad Annozero, passando per Ballarò, tanto per fare qualche nome. A Parla con me si è guadagnato perfino l’imitazione di Neri Marcorè, magistrale. Come magistrale è stata la mossa di Masi per quietare gli animi del centrodestra, sempre rancorosi nei confronti di Santoro. Belpietro è la risposta del Pdl. In una Rai nelle mani della politica, non rappresenta altro che la normalità.
Ma quanto valgono gli organi dei palestinesi morti?
(Da Mazzetta):
Israele ammette: rubati gli organi ai palestinesi morti
All’inizio di settembre un articolo del giornale svedese Aftonbladet aveva scatenato una crisi diplomatica tra Svezia e Israele. Nell’articolo i parenti di un palestinese denunciavano che gli israeliani avevano restituito il cadavere del loro caro dopo averne prelevato degli organi e che il loro caso non era unico.
Immediatamente da Israele si alzò un fuoco di sbarramento feroce che definì “antisemita” il giornale, la Svezia e chiunque prestasse orecchio ad accuse immaginarie. Oggi invece sappiamo che le “l’immaginario furto d’organi” è stata pratica comune in Israele per oltre dieci anni. A ridurre, solo parzialmente, l’orrore si è venuto a sapere che l’istituto forense israeliano Abu Kabir, non ne faceva questione di nazionalità, rubava gli organi senza consenso sia ai cadaveri dei palestinesi che a quelli degli israeliani che transitavano dalla struttura per le autopsie. L’istituto era l’unico istituto di medicina legale del paese ed è al centro di un clamoroso scandalo che riguarda proprio un traffico internazionale d’organi a pagamento (nelle foto la retata negli Stati Uniti).
Alcuni parenti di soldati israeliani morti hanno fatto causa all’istituto fin dal 2001, possibilità per ora negata ai parenti delle vittime palestinesi, perché gli espianti sui palestinesi erano negati dl governo israeliano. Il dottor Hiss, nonostane le pesantissime accuse che comprendevano altre irregolarità (tra le quali una collezione di teschi umani e l’aver taroccato l’autopsia di Rabin), è stato assolto da ogni accusa e protetto dal governo, motivo dell’assoluzione è che Hiss non avrebbe tratto profitto dai suoi reati, perché “il suo unico interesse era l’avanzamento della ricerca scientifica”. Una giustificazione ccettabile e imbarazzante che si è già sentita nel passato, Hiss continua ancora oggi a lavorare come patologo nella stessa struttura e il governo, difendendolo, ne ha condiviso implicitamente l’operato.
L’ammissione è contenuta in una intervista del 2000 all’allora capo dell’istituto Jehuda Hiss, al canale televisivo israeliano Channel 2 TV, intervista che poi non è mai stata mandata in onda, conservando il segreto su questo modo criminale di procedere fino a ieri. L’intervista è andata in onda questo fine settimana e non perché in Israele si stia decidendo una nuova e discussa disciplina dei trapianti, per la quale i donatori di organi acquisirebbero la precedenza nei trapianti sui non donatori.
È stata Nancy Sheppard-Hughes, l’accademica statunitense che aveva intervistato il professor Hiss nel 2000, a decidere di rendere pubblica l’intervista proprio per la delicatezza delle questioni sollevate dall’articolo di Aftombladet. Secondo Sheppard-Hughes l’intervista dimostra che non esisteva un accanimento razzista sui corpi dei palestinesi, ma non si può mancare di notare che nell’esercitare la pratica sui palestinesi i medici israeliani hanno infranto leggi e norme che vanno oltre la deontologia professionale, visto che Israele non poteva esercitare alcuna sovranità sui corpi degli “stranieri” e ancora meno su quelli dei nemici uccisi in combattimento o durante i numerosi episodi di repressione ai danni della popolazione palestinese. Al seguito dell’intervista nessuno ha più avuto il coraggio di smentire nulla, anche perché è arrivata anche la stringata ammissione ufficiale dell’esercito “quelle pratiche hanno avuto luogo” a mettere la parola fine sulla questione.
Se il furto d’organi avesse interessato solo i corpi di cittadini israeliani lo scandalo avrebbe avuto una dimensione esclusivamente nazionale, ma ora che si è saputo che il traffico si estendeva ai corpi dei palestinesi la questione diventa un problema di natura necessariamente internazionale e chiama in causa le responsabilità dei vertici del governo israeliano. Responsabilità relative a crimini gravissimi compiuti nei confronti di una popolazione sotto regime d’occupazione militare, ce n’è abbastanza per un’altra causa per crimini di guerra contro i governi israeliani dell’epoca.
Uno scandalo e un colpo all’immagine che non potrà certo risolversi dando dell’antisemita a caso, ma anche una rivincita del quotidiano a del giornalista svedese che a settembre erano finiti nella bufera, costretti poi a precisazioni pelose per quietare l’assalto della propaganda israeliana e deflettere l’accusa di antisemitismo, portata rabbiosamente e a gran voce da blog e testate filo-israeliane, arrivando a parlare di “matrimonio all’inferno” tra l’Aftonbladet e Hamas. In Italia non era andata molto meglio e nessun politico aveva difeso il diritto di cronaca di fronte alla furia dei soliti noti, che erano giunti a chiedere il boicottaggio dell’IKEA contro i cattivi antisemiti.
Oggi, mentre Google News restituisce oltre un migliaio d’articoli sulla clamorosa conferma, la versione italiana offre solo sei risultati, nessuno dai maggiori quotidiani e nessuno che ricordi l’iniziativa di Fiamma Nirenstein (deputata del PDL con cittadinanza israeliana) che da sola causò un piccolo incidente diplomatico tra Italia e Svezia, approfittando della sua posizione in Commissione Esteri per dare dell’antisemita agli svedesi in nome del governo italiano. Nessuno è corso neppure ad intervistare il ministro degli esteri Frattini, che aveva dismesso come false le notizie pubblicate da Aftonbladet.
Ancora una volta l’uso sistematico dell’accusa di antisemitismo da parte della propaganda israeliana si è rivelato efficace nel ridurre al silenzio le voci critiche con Israele, ma ancora una volta l’accusa si è dimostrata falsa, un’offesa e un insulto alla verità. Chi non ha ragioni da opporre, può ricorrere solo all’insulto, da tempo Israele è ridotto a poter usare solo l’espediente dell’accusa di antisemitismo perché di ragioni nel reprimere e cacciare i palestinesi nei territori, etiche o legali che siano, non ne ha più alcuna.
Travagli,travaglismi e travagliati
Stucchevoli polemiche in rete contro Il Riformista.
La riprendo perchè sono un lettore della prima ora di quella testata (e l’ho seguita anche con la coppia Franchi – Macaluso); mi sono preso multe per divieto di sosta per comprare quella copia giornaliera di (allora) 4 fogli. E mi sono preso dell’imbecille da colleghi e amici perchè spendevo 1€ (leggasi uno euro) per un giornale di soli 4 fogli (come se l’informazione si comprasse a chili).
Ma quando trovo in rete pura disinformazione (interessata?) mi domando se davvero l’informazione in Italia non voglia farsi del male da sola, dicendo e non dicendo, ma soprattutto guardandosi la pancia e facendosi le pulci.
Stamattina trovo questo sproloquio su Indymedia Lombardia che merita davvero di essere citato per supponenza e superficialità. Senza contare che già da tempo (!) Il Riformista va in edicola a 1,50€ (sì, avete capito bene, un euro e cinquanta centesimi!).
Ecco lo sproloquio e una piccola precisazione, proprio dal foglio arancione, di seguito (firma Polito).
(Indimydia) – Il riformista contro Travaglio:
Da “Il Riformista” -
L’assemblea di Redazione del Riformista si è riunita ieri per condannare la campagna denigratoria che Marco Travaglio sta portando sul “Fatto quotidiano” contro “Il Riformista” e la sua redazione. Augurare, come fa Travaglio, che un giornale chiuda, è come augurarsi che una persona muoia, perché i giornalisti vivono del lavoro che svolgono ogni giorno.
Tutto questo è molto triste. Sconcerta che l’attacco al pluralismo e alla libertà di informazione, gravissimo di per sé, arrivi da un collega; per di più, da un collega che si considera campione di quella stessa libertà d’informazione e di quel pluralismo che è oggi minacciato dai tagli al finanziamento pubblico ai giornali. Travaglio si arroga il diritto di decidere quale giornale meriti gli aiuti di Stato e quali no.
Tra questi ultimi, mette “Il Riformista”. La cui redazione rivendica orgogliosamente il lavoro che svolge da sette anni, contribuendo al dibattito italiano politico, culturale e informativo. Con il lavoro quotidiano dei suoi redattori e la fedeltà della comunità dei suoi lettori è stato riesumato, dopo decenni di oblio, e rilanciato nel panorama politico italiano, il termine riformista e la cultura democratica che ne deriva.
L’assemblea di Redazione del Riformista
……………………………………………………………………………………..
Cari, carissimi (in tutti i sensi) quattordici redattori de “Il Riformista”,
ripugna intervenire in una discussione tra due contendenti, uno dei quali ricco e famoso e che non ha certo bisogno di essere difeso da un hacker dell’informazione come sono io. Specie se in ballo ci sono, come citate voi, la libertà d’informazione, il pluralismo, i posti di lavoro…
Però per correttezza d’informazione – anzi della controinformazione – di cui mi occupo da anni, sento la necessità di spiegare ai miei lettori (la mia newsletter ne ha quattromila, il doppio di quante copie vendete voi) di come realmente stanno le cose. Innanzi tutto io mi pago la bolletta del telefono e l’allacciamento al server mentre voi ricevete la bellezza di 2.200.000.000 (diconsi duemiliardiduecentomila Euro) per andare in edicola, che diviso per i giorni in cui pubblicate secondo me (ma potrei sbagliare) fanno 6 Euro e cinquanta a copia a cui dovete aggiungere l’Euro che vi versa chi compra il giornale. Che forse vende duemila copie ma forse molte meno. Questo sospetto mi venne un giorno ad una fiera di Roma dove a tutti gli stand venne dato un centinaio di copie al giorno a scopo promozionale. Un centinaio, capite?
Vabbè, io vengo da una esperienza molto significativa che si chiama www.mamma.am dove un gruppo di giornalisti free lance e satiri affermati, essendosi trovati come si dice a Parigi con il culo per terra, si sono messi insieme e hanno dato vita ad un’iniziativa editoriale nel tentativo di sopravvivere con le proprie forze e non sulle spalle della popolazione attiva. Lo stesso ahimè potrebbe dirsi per Travaglio e Co. che ha dato vita a quel deprecabile giornale foriero di tante disgrazie nazionali tra cui l’odio che sparge a piene mani MA LO FANNO COI SOLDI DELLA TIRATURA, cioè se non avessero il consenso dei loro lettori andrebbero a casa, come dovreste dignitosamente fare voi, se foste nutriti di quella cultura democratica di cui fate sfoggio.
Per carità, siete una voce carissima (in tutti i sensi) che va difesa, certo ma non con tutti i privilegi. Il Manifesto, che oggi usciva con un prezzo all’edicola di 50 Euro per pagare i debiti e sopravvivere, per fare un esempio, ha un direttore da 1.500 Euro al mese, mentre il vostro impomatato nullafacente stacca un assegno di 9200 Euro mensili (dati Report) più le marchette che voi ben conoscete. E con quale risultato? Per far sapere la sua preziosa opinione non va a scrivere un editoriale sul vostro carissimo (in tutti i sensi) giornale, ma SI FA INTERVISTARE DA IL SECOLO D’ITALIA mostrando una incrollabile fiducia nella propagazione del pensiero democratico de Il Riformista!
Scusate ma mi viene da sghignazzare
ehehehehe
P.S.
Se proprio gli scappa, dite al vostro impomatato direttore che può mandare la sua preziosa opinione a me: io tra articoli pubblicati on line, blog e Forum ho una tiratura dieci volte superiore al vostro giornale. Gliela faccio girare “aggratis” e in più ci facciamo quattro risate.
Pensateci
Aldo Vincent
www.giornalismi.info/aldovincent
(Da Il Riformista):
Perché non vado ad Annozero
di Antonio Polito
Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l’ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.
La prima è che si tratta di un sedicente combattente per la libertà di infomazione che sta facendo una campagna di stampa il cui obiettivo dichiarato è la chiusura di un giornale, quello che dirigo (lui pensa che sia possibile, abrogando solo per noi i contributi all’editoria). Trovo la cosa moralmente ributtante.
Del resto Travaglio è lo stesso cattivo maestro che, citando un suo sodale, ha scritto l’altro giorno sul blog di Grillo un elogio dell’odio: «Chi l’ha detto che non posso odiare un uomo politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto?». Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.Tutto ciò sempre ammesso che Travaglio sia davvero e ancora un giornalista, visto che si esercita ormai apertamente nella fiction, recitando da attore testi le cui fonti le sa solo lui, ma ciò nonostante la tv pubblica lo paga sempre come giornalista. Evitare ogni contatto è dunque anche questione di deontologia professionale. In più c’è un problema di civiltà; lui non è una persona civile, vive di insulti, come quello che ha rivolto ieri ai giornalisti di Speciale Tg1: «Chiunque ha avuto lo stomaco di vedere quella merda di trasmissione…».
Io non credo, come ha detto ieri Cicchitto a Montecitorio, che Travaglio sia un «terrorista mediatico», perché paura non ne fa a nessuno. Ma un parassita mediatico certamente lo è. E, per dirla con Togliatti, sarebbe bene che nessun destriero offrisse più a questa cimice ospitalità nella sua criniera.
Informazione oggi

Ci sono due casi davvero curiosi:
- il Tagikistan: “Il recupero, da parte delle istituzioni statali dei costi di presentare le informazioni”);
- la Nuova Zelanda: three-strikes (l’uso di internet e i divieti connessi).
(Da Reporters without borders):
Violating Constitution, decree charges media for access to public information
A Tajik government decree charging privately-owned media for access to public information is “utterly grotesque,” Reporters Without Borders said today. Issued on 31 October, the decree “On the recovery by state institutions of the costs of presenting information” took effect on 19 November.
“Having to pay for raw public information is a direct violation of the principles of transparency and free and equal access to information,” Reporters Without Borders said. “This confusing decree is contrary not only to international standards but also Tajikistan’s own laws.”
The media were not consulted about the decree, which was not submitted to parliament and was not the subject of any debate. It concerns “all information in official documents” except state secrets and information involving individual citizens. According to government sources, a number of exceptions are envisaged, but the wording is very vague.
Abdufato Vakhidov, a coordinator of the National Association of Independent Media (NANSMIT), told Reporters Without Borders: “The decree concerns all written information but not oral information.” All branches of the state are required to enforce it, including municipal services.
Since the decree took effect a month ago, privately-owned media have been charged up to 25 somoni (4 euros) for each page of information. At the start of next month, the ceiling will increase to 35 somoni (5.50 euros), a sizable sum in a country in which the average monthly wage is 40 euros.
Reporters Without Borders is perplexed by the decree’s unprecedented and loosely-worded provisions, which appear to contradict both Tajikistan’s constitution and its law “On the right of access to information.”
“As it stands, the decree can only arouse great concern,” Reporters Without Borders said. “The very diverse interpretations in the local press reflect the confusion about its provisions and civil society’s mistrust of authorities that show little interest in giving the public unrestricted access to state information. Clarification is needed about the type of information concerned by the decree, which encourages corruption and unequal treatment of the media.”
The decree’s retrograde nature is particularly serious in a country where good governance is badly lacking and the authorities should be doing everything possible to gain legitimacy in the public’s eyes. The introduction of charges provides additional scope for the corruption that is already endemic in Tajikistan, ranked 150th out of 179 countries in the Transparency International index.
Article 2.13 of the decree stipulates that information continues to be free for the state-owned media, giving them an unfair advantage over the private media, which will either have to pay or limit themselves to tamely using government releases.
When they receive a request for information, officials are supposed to respond within seven days but the decree says the period can be extended “if more time is needed to obtain requested information whose access is more difficult.” This flexibility could be a powerful weapon in the hands of officials who are reluctant to release information or who want to charge extra for “rapid processing.”
The journalistic community’s concern, widely reflected in the media in recent weeks, was expressed again at a round-table organised in Dushanbe on 14 December with the support of the Organisation for Security and Cooperation in Europe.
There is also concern about a proposed new media law that is due to be examined soon by the Tajik parliament. The bill’s content is not yet known but journalists point out that the existing media law can at least be invoked as grounds for claiming that the decree is illegal.
Ranked 113th out of 175 countries in the latest Reporters Without Borders press freedom index, Tajikistan has been hit hard by the international economic crisis and is on the verge of bankruptcy. The country is propped up by remittances from emigrant workers and funding from international bodies.
Access to information is a particularly important issue in the run-up to parliamentary elections scheduled for 21 February.
(Da Boingboing):
Three strikes law reintroduced in New Zealand
The New Zealand government has reintroduced its controversial “three-strikes” Internet law, Bill 92A. Previously defeated after widespread outcry, the new 92A was introduced minutes before Parliament recessed for the holidays, and makes no substantial improvements over the initial proposal. Under the revised proposal, if anyone in your house is accused of three acts of infringement (without any proof of wrongdoing), your entire household loses stands to lose Internet access for six months, and/or pays a NZ$15,000 fine (the previous version of the bill would have taken away your family’s internet for life). The major change in the bill is the opportunity for a counter-notice, if you believe the accusation is false.
This “revised” law is still fundamentally flawed. The two important mistakes that this law makes are:
1. Assuming that taking away your household’s Internet access is a just punishment for copyright infringement.
Even if you’re guilty of infringing copyright, kicking your family off the Internet is a punishment vastly disproportionate to your crime. The Internet is increasingly tied to our earning power, our participation in civic affairs, our dealings with government, our education, and our connections to our community and families. Taking away your Internet access doesn’t just deprive you of one means of copying movies or music: it could deprive your kids’ of their ability to complete their homework; it could cost you your living; it could exclude your family from civic affairs such as Parliamentary hearings, local council initiatives, etc, and impair your ability to interact with government services from health to building permits.
And, of course, it is fundamentally unjust to punish an entire household for the deeds of one person.
2. It contains no real penalties for false accusations.
Earlier Internet copyright initiatives, such as the “notice-and-takedown” system for removing content from websites, have made no provision for punishment in the event of a false accusation of infringement. In the absence of such penalties, companies and other rightsholders have treated these copyright laws are carte blanche to send out abusive, sloppy, or spurious notices, because the cost of their mistakes would be borne by ISPs and web-site creators.
The record on this is clear: giving one group of people the power to punish another group without penalty for abuse of this power leads to abuse. As I’ve pointed out here before, Universal Music would never go for this law if it cut the other way — if Universal stood to have all its New Zealand offices kicked off the Internet in the event that it makes three false accusations — but without some check on power, terrible abuse is inevitable
Update: Thanks to commenter StuartM for pointing to a better source on the bill. While the bill retains the two fatal flaws above (collective punishment, no penalties for false accusations), it does contain some major improvements over the original 92A:
* Guilt must be proven to a copyright tribunal
* The definition of ISP has been narrowed to exclude universities, employers and other institutions that provide Internet access
* Rightsholders must pay a (unspecified) fee to file compliants.
Govt reveals revamped Section 92A (Thanks, Nic)
Informazione oggi. Chi Tartaglia?

Mi pare che la questione sia questa: qualcuno vorrebbe liberare il web da tutto quello che ritiene inutile, da doppioni e spazzatura varia che crea confusione, non apporta informazione e spesso denigra persone o cose (e qui viene proprio ad esempio il caso Tartaglia a cui andrebbe aggiunto, nello specifico, un caso facebook).
Volendo così semplificare la cosa mi rifaccio a quanto segnala oggi Luca Sofri a proposito dell’editoriale di Gian Antonio Stella (Corsera per capirci).
Penso che tutte le argomentazioni pro o contro la rete siano valide. La rete così com’è crea problemi, è un melting pot difficile da gestire e l’unica regola valida sembra quella di poter selezionare in modo autonomo (lasciando cioè le libere aggregazioni in base a gusti individuali) oppure di mettere uno step all’ingresso che impedisca un uso pretestuoso dello spazio (uno step: o un costo per l’accesso o regole stringenti di comportamento).
Posta così la questione penso si dovrebbe fare un piccolo sforzo per comprendere che ogni soluzione, al momento rischia di creare più problemi di quanti non ne risolva. Ma soprattutto credo si possa dire con assoluta certezza che l’unico modo per far viaggiare in tempo reale le informazioni è metterle in rete. E siccome tutto è informazione chi può decidere cosa è informazione buona e meritevole e quale tipo di notizia abbia preventivamente dei parametri per entrare?
In sostanza io vorrei che anche Stella si ponesse questo problema: come mai un sito web può dare una notizia (vedi) che solo a distanza di una settimana viene ripresa dalla stampa nazionale? Ossia: possibile che Stella, arrivato in ritardo nel raccontare ed argomentare notizie che hanno reale impatto pubblico, sia sicuro che la rete vada sfrondata e sia a tal punto ingolfata da avere spazzatura da cestinare e non anche notizie da saper trovare e riportare in tempi più rapidi?
Giornali a pagamento? Se danno notizie sbagliate voglio il rimborso
Il problema della qualità dell’informazione lo ha sollevato spesso Camillo.
Per capirci: com’è che da La Repubblica le notizie compaiono o scompaiono da una sezione ad un’altra in base alla convenienza del momento? Prendete il caso del discorso di Obama insignito del Premio Nobel per la Pace. Che fa La Repubblica? Fa scivolare la notizia al tredicesimo posto sulla home page.
Poi prendete Antonio Polito e il suo Il Riformista. Il 2 novembre Polito innesca una grana, a ragion veduta, con il giornalismo “sdraiato” di D’Avanzo. Secondo Polito D’Avanzo ha cambiato modo di lavorare, è più un giornalista d’opinione che un reporter attento ai fatti e alla notizia in sè. Anche qui parliamo di La Repubblica. Un caso?
Ma veniamo ad oggi. Il quotidiano di Ezio Mauro si scaglia contro facebook, dove ci sarebbero gruppi che da un momento all’altro cambiano nome all’insaputa degli aderenti e trasformano lo stesso in un contenitore di cause estranee al volere iniziale degli aderenti al gruppo (originario). Carmine Saviano, il giornalista che ha scritto questa chicca, sfoggia tutta la sua ignoranza in merito al social network più diffuso del web.
Giustamente su Pensierolibero.eu troviamo che ha il coraggio di andare contro la testata dell’impero De Benedetti. Tanto per rimettere le cose a posto e far capire come stanno davvero le cose.
Ma appunto: che informazione è quella di La Repubblica? Sbagliata, direi. Se l’avessi comprata come vorrebbe l’editore, cioè se avessi pagato per leggere ciò che dice il quotidiano, chi mi avrebbe risarcito di una notizia inesatta? (n.b. trattasi di ignoranza grave, non giustificabile perchè si parla di cose false, dettate da mancanza di informazione specifica sul social network facebook, la cui conoscenza non è aleatoria o indeterminabile ma conoscibile e intellegibile).
IL MISTERO DI REPUBBLICA CHE DOVREBBE ESSERE UN GIORNALE
Roma 14 dicembre 2009 – Repubblica scopre che su facebook sono molti i gruppi che cambiano nome, Carmine Saviano espone nel suo articolo un’analisi un po’ di parte, oppure le varie omissioni sono da imputare a una non corretta informazione sul mezzo o conoscenza tecnica?
In caso di scarsa conoscenza mi chiedo perché ne scriva, Repubblica non mi sembra un giornale di quartiere privo di risorse, certo ultimamente ho avuto modo spesso di definirlo tale visto gli articoli che vi appaiono spesso e volentieri. Nell’articolo si parla principalmente dei cambiamenti dei gruppi che dal terremoto o dai prodotti italiani si siano trasformati in gruppi che esprimono solidarietà verso Silvio Berlusconi e prendono le distanze da Massimo Tartaglia.
Si monta una situazione paradossale dando adito a quanti si lamentano di un semplice cambio di nome, situazione che non è certamente isolata, e della quale esprimo un giudizio negativo; all’arrivo della notifica sovente, se non si tratta di una correzione grammaticale mi cancello dal medesimo.
Notifica? Certo notifica, avviso che Facebook ci manda ogni volta che un gruppo subisce una modifica soprattutto al proprio nome. Quindi nulla di così sporco e meschino, come appare nell’articolo di Repubblica che, ovviamente, omette questo particolare. Come ommette di parlare dei gruppi che sono di colpo diventati sostenitori di Massimo Tartaglia, oppure più di 70.000 iscritti in un giorno a una simile porcata sono veritieri? Di questo Carmine Saviano non si occupa minimamente, ma ci tiene a dire che il gruppo “No B Day” era il più numeroso cercando “Berlusconi” su Facebook, peccato che anche qui sono molti i gruppi che senza clamore hanno cambiato nome e intenti.
L’articolo termina con una chicca degna di chi ignora il mezzo o chi omette di proposito: <<E c’è chi vuole capire: “Chi c’è dietro lo scandaloso cambio di nome dei gruppi più numerosi in favore del Presidente del Consiglio? E’ un atto illegale e mistificante, che non deve ripetersi”. >>.
Prima di tutto non è illegale e le regole di Facebook lo consentono, un buon giornalista dovrebbe dirlo, ma soprattutto visto che lo scopo principale di un giornale è informare, poteva spendere due righe e svelare il mistero! Chi potrà mai cambiare il nome a un gruppo di Facebook? Ovviamente chi l’ha creato e gli amministratori che lui stesso ha abilitato alle modifiche.
Spero solo che sia “ignoranza” e non atto voluto anche se non aver citato i gruppi che sono passati da “Berlusconi non è il mio presidente” a “Massimo Tartaglia sei un grande” lascia adito a un sospetto di omissione dolosa nel diritto di cronaca dai giornalisti tanto amato. Le motivazioni per cui ci sia stato questo cambiamento basta chiederle a chi l’ha creato, forse una persona che ha creato un gruppo di solidarietà verso il terremoto in Abruzzo senza malignità alcuna, ha cambiato il nome per portare la sua solidarietà a una persona che stima, certo non condivido nei metodi, bastava un messaggio in bacheca visibile a tutti, ma fa parte delle libertà personali di cui tutti soprattutto in redazione di Repubblica si fanno portavoce.
Loris Modena
Informazione oggi
Mantellini dice che Tartaglia viaggia a 400 (fans) al minuto (in quel minuto era così!) sul facebook.
Mi domando come fare per essere informato oggi. Seguire i telegiornali? Oppure pagare le notizie (sul web) come vuole Murdoch (ma andrà così?)?
Segnalo che se i primi fornitori di notizie pubbliche sono proprio i personaggi politici e in ultima istanza le istituzioni. Quindi: o informazione istituzionale o a pagamento. E’ davvero questo che si vuole?
In ultimo segnalo che per volere di Fede Di Pietro non andrà mai più al Tg4.
Feltri? Meglio non fidarsi di lui

Dicono che Feltri ci ha ripensato. In realtà ha creato un mostro senza motivo e ha tradito un principio fondamentale del giornalismo: prima di dare una notizia verifare.
Vi fidate di lui?
(Vedi anche Indagato a Firenze, parola di Feltri)
Da Avvenire:
L’AGGRESSIONE
Accuse a Boffo: Feltri ci ripensa
L’ammissione è finalmente esplicita: «La ricostruzione dei fatti descritti nella nota (il falso dossier elaborato non si sa da chi, ndr), oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali». Questo il nocciolo della risposta che oggi Vittorio Feltri, direttore del Giornale in prima pagina dà ad una lettrice che lo interpella sul tema a tre mesi dall’episodio. «Da quelle carte, Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali – prosegue Feltri -, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato. Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire. Inoltre Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione».
Quella di Feltri è «una retromarcia clamorosa e importante» ha commentato il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. «Dicemmo all’inizio della vicenda – ha proseguito – che con un galantuomo come Boffo il tempo sarebbe stato galantuomo. Questa volta abbiamo dovuto aspettare meno del consueto». «Le scuse pubbliche pubblicate sulla prima pagina del Giornale, tuttavia – ha aggiunto – non riparano completamente ai danni subiti non solo da Boffo ma anche da un metodo di informazione corretta fondata sui fatti, e non cancella le responsabilità di chi conduce battaglie mediatiche con mezzi tutt’altro che limpidi». Le affermazioni di oggi di Feltri – ha proseguito Tarquinio – sono importanti perché ridanno dignità «ad una vita brutalmente capovolta», ma devono «far riflettere noi giornalisti sulla responsabilità che abbiamo verso i lettori e verso noi stessi».
“L’articolo di oggi de ‘Il Giornale’ conferma il valore della persona del dottor Boffo che, ancora prima delle tardive ammissioni di Feltri, si è volontariamente fatto da parte per non coinvolgere la Chiesa, che ha peraltro servito da sempre con intelligenza e passione”: è quanto ha dichiarato ai giornalisti monsignor Domenico Pompili, portavoce della Cei, commentando l’editoriale di oggi di Vittorio Feltri..
