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Closed Zone, film di animazione sul blocco di Gaza

Israele continua a mantenere il controllo dei confini della Striscia di Gaza, delle sue acque territoriali e del suo spazio aereo. Ciò include anche il controllo sostanziale, per quanto indiretto, del valico di Rafah.

Durante gli scorsi 18 mesi, Israele ha quasi completamente bloccato il passaggio di merci ed esseri umani sia da sia verso Gaza. Ha punito, cioè, civili innocenti allo scopo di esercitare pressione sul governo di Hamas, violando i diritti di 1,5 milioni di persone che cercano soltanto di vivere le loro vite, di ricongiungersi ai propri familiari, di ricevere adeguate cure mediche, una migliore istruzione, di avere un lavoro.

Gli effetti di questo blocco sono stati particolarmente duri durante le operazioni militari fra dicembre 2008 e gennaio 2009. Per tre settimane, i residenti di Gaza non sapevano dove rifugiarsi per sfuggire ai bombardamenti.

Closed Zone, il film di animazione di Yoni Goodman, realizzato in collaborazione con Gisha – Legal Center for Freedom of Movement (Centro Legale per la Libertà di Movimento) mette in luce tutto questo, e fa appello allo Stato di Israele, affinché apra i confini di Gaza e consenta alle vere vittime di questa situazione la libertà di movimento necessaria a realizzare i loro sogni e le loro aspirazioni.

6 Marzo 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Israele, Oriente, civil rights, diritti umani, freedom, genocide, genocidio, guerra, human rights, news from all over the world, open market, opinioni politiche, palestina, politica, politics | , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Gaza, la difficile vita di un territorio sotto assedio

La vita a Gaza: era difficile prima, lo è ancora di più ora. 66 mila persone, calcola un’organizzatione non governativa, dopo l’offensiva israeliana piombo fuso, vivono disolcate a casa di parenti e amici o bivaccano sotto un tetto di fortuna, tra le macerie. 

Cibo, acqua, carburante, medicine. Ma anche strade, infrastrutture, scuole, macchinari. Manca tutto a Gaza. Ogni cosa che deve valicare la frontiera, è una procedura infinita. Con le autorità israeliane prima, con quelle palestinesi poi.

Il consiglio economico palestinese per lo sviluppo e la ricostruzione stima i danni a 1.54 miliardi di euro. Le case distrutte sono 5000, quelle danneggiate circa 20 mila e solo per la ricostruzione delle abitazioni si spenderanno 370 milioni di euro. Gli ostacoli più difficili da sormontare si pongono per i materiali da costruzione. Israele teme che possano servire ad Hamas per costruire rampe di lancio per missili, bunker, e armi.

Le forniture passano con il contagocce. Ogni tondino, ogni ponteggio,ogni tubo viene schedato e diretto a un sito preciso. I residenti sono costretti a fare provviste sul mercato nero.

Il ferro che viene usato è tutto riciclato perchè non entra niente, non c’è un solo valico di frontiera che lasci passsare il materiale. Ma anche gli aiuti più urgenti, come il cibo, si ammassano alla frontiera e non riescono ad arrivare là dove c’è estremo bisogno.

L’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi si scontra con un muro di gomma. Dice un responsabile dell’UNWA: “Oggi è più urgente che mai trovare una soluzione e far aprire i check points per far entrare i materiali. Ma devo dire chiaro e tondo che oggi come oggi non riusciamo a far passare neppure il cibo e le medicine che sono stati donati”.

Se Israele tiene la striscia sotto assedio, non aiuta il fatto che per ora i pochi aiuti che arrivano debbano passare, perché è l’unica autorità nella striscia, nelle mani di Hamas.

2 Marzo 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Intifada, Israele, Oriente, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics | , , , , , | Ancora nessun commento.

Gaza,il valico di Rafah aperto per tre giorni

euronews, 22 febbraio 2009

Per tre giorni studenti e malati potranno lasciare la Striscia di Gaza ed entrare in Egitto. Il valico di Rafah, chiuso da quando Israele ha imposto il blocco di Gaza, nel 2007, sarà aperto oggi per 500 studenti e altre 500 persone con permessi di soggiorno validi all’estero.

Domani toccherà a 800 persone che necessitano di cure mediche. “Una mia figlia ha un tumore – spiega un palestinese -. Voglio portarla in Egitto per farla curare. Sono otto mesi che cerco di attraversare il valico, ma finora non ho potuto. Spero con l’aiuto di Dio di entrare in Egitto, stavolta”.

Un espatriato che vive negli Emirati Arabi Uniti racconta di essere rimasto bloccato a Gaza per cinque mesi, a causa del blocco. “Non c‘è vita e non c‘è lavoro quando il valico è chiuso”, dice.

Il valico è stato riaperto a tre giorni dalla conferenza di riconciliazione che prenderà il via il 25 febbraio al Cairo, e che punta a mettere fine alle divisioni tra i movimenti palestinesi di Fatah e Hamas. La conferenza fa parte del piano che l’Egitto aveva proposto durante l’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza controllata da Hamas.

23 Febbraio 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Intifada, Israele, Oriente, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics | , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Intervista con Ahmed Yousef: “Arabi sempre divisi”

- Pubblicata in inglese il 29/1/2009 su bitterlemons-international.org 

 

Bitterlemons-International: La Guerra a Gaza, e il summit di Doha, hanno messo in mostra le profonde divisioni del mondo arabo?

Ahmed Yousef*: Gli Arabi sono sempre stati divisi. Queste divisioni sono residui dell’era coloniale di frammentazione e conquista. Non ho mai visto gli Arabi uniti su qualche questione. Ci sono sempre due o tre fazioni. Inoltre, la maggior parte dei regimi arabi è dittatoriale. Nessuno di essi vincerebbe delle reali elezioni o sopravvivrebbe in una vera democrazia.

Molti di essi sono regimi fantocci di capitali occidentali e ognuno cerca di soddisfare Washington mostrando qualche forma di amicizia o di comprensione nei confronti di Israele, in altre parole, soddisfano gli Israeliani per soddisfare Washington. Perciò qualche volta mettono Hamas nella fazione dell’Iran. Prima di ciò eravamo nella fazione dell’Arabia Saudita. Ma questo è solo quel che si dice.

B-I: E’ stato un Paese non-arabo, la Turchia, il primo a cercare una mediazione per un cessate il fuoco. Come avete accolto il ruolo di Ankara?

Yousef: Credo che la Turchia abbia giocato un ruolo molto positivo. Ankara ha contattato Hamas e l’Egitto. [Il Primo Ministro Recep Tayyip] Erdogan ha visitato la regione e incontrato molti leader arabi. Ha anche capito quanto gli Arabi fossero divisi, persino su questa questione. Ha cercato di aiutare gli Egiziani e di cooperare con la Francia riguardo cosa sia meglio per i Palestinesi e gli Israeliani, ma – e questa è la parte della sporca politica della regione – ognuno vuole dimostrare di essere lui ad avere il controllo. L’Egitto, per esempio, ha bisogno di far vedere di essere il Paese che gestisce l’immediato cessate il fuoco e fa di tutto per estenderlo.

Perciò, in definitiva, nonostante tutti questi sforzi, poiché gli Arabi sono divisi e qualche volta lavorano uno contro l’altro, abbiamo fallito nell’ottenere l’unità araba dietro la causa.

B-I: Che si può dire del ruolo degli USA nelle divisioni arabe?

Yousef: Beh, l’amministrazione americana ha giocato la sua parte, o meglio, la precedente amministrazione americana, con [il Presidente George W.] Bush che richiamava tutti a intimorire con minacce il Qatar, l’Egitto e l’Arabia Saudita. Gli USA sono responsabili della terribile situazione nella regione in generale. L’amministrazione Bush non è mai stata di aiuto alla regione, non ha assunto una forte posizione riguardo l’iniziativa araba e, con la pressione americana, i Paesi arabi sono in totale scompiglio. La pressione esercitata dagli USA ha spinto i Paesi arabi a non fare nulla e per questo i Paesi arabi non sanno cosa fare.

Perciò il disordine nella regione è causata dal fatto che Washington cerca soltanto di soddisfare gli Israeliani e non presta attenzione ad alcun Paese arabo né alle masse arabe, che hanno manifestato nelle strade con ogni sorta di sentimento anti-americano.

B-I: E per quanto riguarda la gente comune araba? C’è una divisione anche fra la gente e i loro governi?

Yousef: Sono rimasto sconcertato quando ho visto che persino con tutti quei milioni di persone che facevano dimostrazioni in Marocco, in Algeria, in Mauritania, in Egitto, nessuno dei governi sembrava spaventato. Paesi che non hanno neanche pensato di ritirare i loro ambasciatori o addetti d’ambasciata e non hanno mostrato alcuna inclinazione ad ascoltare le richieste delle loro stesse popolazioni.

Sono rimasto di sasso. Milioni di persone che si riversavano nelle strade e i governi non avevano paura? Sbalorditivo. Sono sicuro che qualcosa monterà; si è accumulato qualcosa. Un giorno o l’altro queste masse si solleveranno contro qualcuno di questi regimi.

B-I: La nuova amministrazione USA  eserciterà lo stesso tipo di pressione di quella precedente?

Yousef: Non credo che [Barack] Obama cercherà di intimorire con minacce alcun Paese. Penso che userà morbida diplomazia. Lavorerà con il dialogo, la discussione e la diplomazia.

B-I: Ciò porterà all’unità araba?

Yousef: No. Per questo ci vorranno ancora degli anni. Quando ci sarà la democrazia nel mondo arabo allora potremo parlare di unità, solidarietà, persino confederazione. Ma ci vorrà molto tempo.

Ahmed Yousef* è Viceministro degli Esteri di Hamas

 

 

2 Febbraio 2009 Pubblicato da susannacotugno | America, Commenti, Democracy, Intifada, Iran, Israele, Occidente, Oriente, Postcolonialism, US imperialism, USA, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, islam, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics, religion, religione, terrorismo | , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Israel-Palestine comparable to Nazis-Jews?

Gaza in Europe
by Jacques Hersh

Freedom of expression is once again on the agenda in Denmark.  The country received world attention when the rightist newspaper Jyllands-Posten published provocative cartoons of the Prophet Muhammad a few years ago.  The cartoons caused widespread protests in the Muslim world, whereas discussions in Denmark and other Western countries revolved around freedom of the press.

Gaza
Warsaw.

This time, a new cartoon controversy was set off by the liberal daily Politiken.  The paper’s cartoonist Per Marquard Otzen published a cartoon that depicts Israeli soldiers’ behavior in the attack on the Gaza Ghetto by drawing upon a 1943 photograph of Nazi persecution of Jewish women and children in the Warsaw Ghetto.

In an open letter of protest to the editors of the paper, Finn Schwartz, a leader of the Jewish community, asked: “Does Politiken really think, as the cartoon implies, that the relation between Israel and Hamas is comparable to that between Hitler’s Germany and European Jews?”  The letter expressed pain and anger at the message of the cartoon: “For the Jewish community, especially for the Jews who survived the Holocaust, it is inconceivable to make such comparisons between the Israeli army’s conduct and the Nazis’ attempt at the final solution [Endlosung] of the Jewish people.”

In his reply, Politiken editor-in-chief Toger Seidenfaden says that such a comparison is indeed inappropriate in his opinion and would never appear in an editorial of the paper.  But he also makes it clear that he doesn’t believe the cartoon to be so crude that it should not have been published at all.  Nor does he regard a debatable and disproportionate historical comparison as equivalent to anti-Semitism.  Furthermore, he points out the fact that most major newspapers in the world have in fact published similar comparisons.

It should be recalled that there has always been a strong pro-Israel public opinion in Denmark since the proclamation of the Jewish state.  However, the war on Gaza has created a shift, which can be also observed within the political class.  At a relatively large Copenhagen demonstration against Israel’s war on January 13, all parties of the opposition (from the center left to the extreme left) had their leading members speak to the 6,000-7,000 people assembled at City Hall Square and in front of the Danish Parliament. 

A similar evolution is visible elsewhere on the continent.  There has been much unease in Europe about the scope of Israel’s military response and the resulting civilian casualties.  Event though the “politically correct” position is still that Israel, like any other country, has the right to defend itself, questions about proportions and consequences for civilians are giving rise to debates on the Israeli policy toward the occupied territories, which are in turn creating a new awareness of the Israel-Palestine problem.  The mantle of Jewish victimhood, which has long served to cover Israel’s occupation in Palestine and its attacks on its Arab neighbors, is in the process of being frayed by Israel’s own warfare on a defenseless population.

Israel has lost carte blanche, and that is a positive development.  On the other hand, there is also a negative development: there have been attacks on individual Jews and Jewish symbols in most European countries, raising fears of new anti-Semitism.  The promise of Zionism that the creation of a Jewish state would bring safety and security to world Jewry has proven to be an illusion.  The tragic irony of modern Jewish history is that anti-Semitism may become reinvigorated, or more accurately a new variety of it may grow, as a reaction against the Zionist project.  An increasing number of Jews, especially in the diaspora, are aware of this danger.  One of the questions raised by Israel’s latest war is what form Jewish responses to Zionism, as well as to shifting public opinions about Israel, will take.


Jacques Hersh is professor emeritus of Aalborg University, Denmark and former head of the Research Center on Development and International Relations there

18 Gennaio 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Europa, Europe, History, Intifada, Israele, Storia, civil rights, diritti umani, genocide, genocidio, guerra, human rights, informazione, nazismo, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics, press, religion, religione, stampa | , , , , , , , , , | 2 Commenti

Hamas: What It Is, What It Wants, and What Israel Makes of It

by Alan Nasser ( professor emeritus of Political Economy at The Evergreen State College in Olympia, Wa. )

Israel’s stated reasons for its declaration of “all-out war” against the population of Gaza are the latest variation on a theme it put forward following the 2006 electoral victory of Hamas in Gaza.  In February of that year Israel issued an official set of demands.  Israel requires that Hamas recognize Israel’s permanent right to exist, forswear violence, and accept the validity of previous Israeli-Palestinian agreements.  Israel claims that Hamas’s failure to meet these demands explains and justifies its aerial blitz on the people of Gaza.

In fact, Israel’s aggression has little to do with Hamas’s response to these demands, which are, as we shall see, disingenuous.

Israel contends that the need to defeat Hamas is the core issue motivating its current air attacks.  This claim is especially difficult for Americans to evaluate.  The US media routinely echo official Israeli demonization of the objectives and actions of Hamas.

Understanding Hamas’s history and current position on the key issues is essential to appreciating what is really at stake in the escalating crisis in Israel and Palestine.

The aim of what follows is simply to situate Hamas in the context of the occupation and Palestinians’ response to it.  Let us begin with Hamas’s origins, and then move on to examine each of Israel’s 2006 demands.

The Emergence of Hamas in Israel

Hamas descended directly from an earlier Islamic movement concerned primarily with the provision of education, health care, food aid, and other social services to Palestinians suffering under the Israeli occupation.  This group was funded by the Saudi monarchy and . . . the government of Israel!  The latter provided the movement with land, buildings, and no small measure of encouragement.

Israel’s rationale was simple: the Palestinian Liberation Organization (PLO), at the time the chief representative of Palestinians’ interests, was overtly political and secular, with a few socialists in its highest ranks.  The organization aimed to organize Palestinians into a force capable of ending the occupation.  The Israeli leadership sought to shift Palestinians’ loyalty from the secular, political PLO to the religious, non-political predecessor of Hamas.

The Israelis imagined that the provision of extensive social services and religion to Palestinians would de-politicize them by relieving their suffering and disinclining them to nationalist, anti-occupation resistance.  Thus, Israeli occupation authorities forcibly exiled pacifist Christian Palestinian activists who encouraged non-violent resistance, but permitted radical Islamic groups to hold gatherings, publish newspapers, and have their own uncensored radio station.

Unsurprisingly, the religious social service groups were to become increasingly politicized.  They witnessed the escalating brutality of the occupation and the ineffectiveness of charitable activity alone in undermining enforced apartheid.  They continued their social service activities, but coalesced in 1987 to form Hamas, an acronym for Harakat al-Muqawama al-Islamiya, the Islamic Resistance Movement.

Hamas’s new political self-definition as representing Resistance to the occupation both sealed their fate in the eyes of the Israelis and boosted their appeal to Palestinians.

In 1992 Israel expelled hundreds of Hamas members.  Very few were accused of violent crimes.  The UN Security Council unanimously declared the expulsions a violation of international law and called for the return of the exiles.  But the incoming Clinton administration blocked the enforcement of the resolution.  The result was that the exiles became heroes, and Hamas’s reputation and political strength among Palestinians grew significantly.

Still, in 1993 Hamas had the support of only 15 percent of Palestinians.  What accounts for the growth of Palestinian support for Hamas since then?

Israel and the Palestinian Authority Kill Palestinians’ Hope

In the years following the 1993 Oslo Agreement between the PLO and Israel, it became clear that nothing was being done to advance the formation of a viable Palestinian state.  Hamas pointed out that the Agreement was, by Israeli design, open-ended, in stages, calculatedly vague and non-committal, and with no guarantees regarding key issues like settlements, land and water, the status of Jerusalem, and the return of refugees.

Moreover, even as the Oslo negotiations proceeded, and lasting for years thereafter, Israel continued to build settlements at an accelerated pace.  The settlement blocs were positioned in such a way as to create “facts on the ground” which would make it impossible to designate an area that could constitute a viable Palestinian state.

The Israeli-born Haifa University history professor Ilan Pappe has accurately described the Oslo Accords as a trick to allow Israel to continue to build settlements such as to corral Palestinians in South African-style bantustans.

All this culminated, at Camp David in 2000, in Barak’s “generous offer,” a striking vindication of Pappe’s accusation: a Palestinian “state” with no territorial continuity, divided by settlement blocs, bypass roads, and roadblocks, with Israeli control of the entire border.  The area permitted to Palestinians would include 69 settlement blocs, housing 85% of all Israeli settlers.  Palestinians would have to travel 50 miles from one town to another, with many pointless delays at checkpoints and roadblocks, in order to traverse a real distance of 5 miles.

And during the entire process, Israel continued to expand its colonization of the West Bank, doubling the number of settlers in the ten years following the signing of the Accords.

This was a slap in the face to Palestinians, who had agreed, through the PLO, to accept a mere 22 percent of the land that was theirs before 1948.  Conceding 78 percent of the land was an historic Palestinian compromise.

Since the Oslo and Camp David meetings the condition of Palestinians continued to deteriorate.  It became increasingly clear that the PLO and its successor, the Palestinian Authority (PA), were not merely inept at negotiation, but that the PA and its leader Yasir Arafat were steeped in corruption, with much of the Authority’s funds lavished on cronies while Arafat spent much of his time living in luxury far from Palestine.  The last straw was the PA’s decision to assign its police to assist the occupation authorities in the suppression of Palestinian resistance.

In contrast, Hamas was perceived by Palestinians as honest and genuinely responsive to their interests.  Hamas unremittingly critiqued the PA’s ineptitude and corruption.  But its approach was not merely negative: as we shall see below, Hamas proposed policies and bargaining points that were constructive and realistic and that did not threaten Israel’s right to exist.

These develpoments were the beginning of mounting Palestinian support for Hamas.

The mainstream media tend to portray Palestinians’ 2006 electoral choice of Hamas as a show of support for political violence as a means of resolving the Israel-Palestine conflict.  Indeed, the media routinely equate Hamas with mindless violence in the service of the destruction of Israel.  None of these allegations against Hamas and the Palestinian people is true.  Let us examine the general question of the political violence of stateless people, before moving on to the specifics of Hamas’s position with respect to the current crisis in Gaza.

Preliminary Questions: Statelessness and Legitimate Violence

The Palestinian resort to violence has no connection to the question of Israel’s right to exist.  That Palestinian resistance to the occupation sometimes takes violent forms does not bespeak a desire to annihilate Israel.  In the case of the Palestinians, the resort to violence cannot be understood apart from an appreciation of the peculiar liabilities of statelessness.

The mainstream media make no effort to communicate to the general public the uniquely debilitating effects of statelessness.  Statelessness is not merely to be without “a land of one’s own.”  Max Weber’s definition of the state is most relevant here: the state is the political institution that monopolizes the legitimate use of violence.

The state may rightfully employ violence as a means of addressing injustices done to its citizens.  If someone kills your child, you may not imprison her in your attic as punishment.  Instead, you report the perceived injustice to the state authorities, who then adjudicate your complaint through the justice system.  A moment’s reflection reveals that a stateless people are a people who lack any legitimate means of defending themselves against injustice.

A stateless people are structurally helpless in the face of injustice.  For if modernity limits the violent response to injustice to state intervention, then statelessness mandates the passivity of the stateless.  The latter are turned into involuntary pacifists.  Statelessness disallows Palestinians the only kinds of resistance appropriate to the instruments of oppression they face, namely forceful, aggressive resistance.  For the entity that oppresses Palestinians is a racist and colonialist state that has made it clear, as we shall see below, that it will negotiate none of the demands of its colonized population, and that it has a strong penchant for the superfluous use of its own instruments of destruction.

Bitter experience has taught Palestinians that non-violent resistance/civil disobedience is in fact ineffective.  Non-violent peace activists like Rachel Corrie (American), Tom Hurndall (British), and Gil Nima’ati (Israeli), among many others, met with death by IDF forces who knew exactly what they were doing.

In spite of all this, the statelessness of Palestinians dictates that they may not “take matters into their own hands.”  For Palestinians to take the measures that would normally be taken by a state whose citizens are treated by an enemy power as Palestinians are treated by Israel is termed “terrorism.”  Lacking a state to protect their interests, Palestinians find themselves in the following unenviable position: irrespective of what is done to them, the only ‘legitimate’ responses are passivity or reliance on the kindness of strangers.  And the response of the “international community” to Palestinians’ plight makes it clear that the former are in effect strangers to them, and not at all kind strangers.  Illegitimate response, then, becomes the only alternative to embracing defeat.

Note the peculiarity of the use of the word “illegitimate” in this context.  To call private or non-state violence “illegitimate” is to imply that state action is available.  But in the remarkable case of an oppressed people without a state, the normal distinction between legitimate and illegitimate action has no application.

While the violence of stateless resistance movements is by definition illegitimate, i.e. not legally effected by a state, it is an open question whether such violence is justified.  It is clear to the majority of the world’s populations that violent resistance to Israeli apartheid is as justified as was the sometimes violent resistance of South African blacks to the apartheid regime of their oppressors.

The question for us in connection with the Gaza crisis is whether Hamas is prepared to forswear violence short of the elimination of the state of Israel.  In other words: Is Hamas open to a non-violent resolution of the Israel-Palestine conflict?  We shall see in what follows that Hamas is indeed open to such a resolution.

Is Hamas Committed to the Destruction of Israel?

Hamas’s earliest founding statements indeed denied Israel’s right to exist.  As we shall see, Hamas has abandoned this absolutist stance.  The organization’s growing support led it to assume a renewed sense of responsibility for those who brought it to power.  The Palestinian community was largely secular and never embraced the absolutism of Islamic fundamentalism.  In spite of continuous Israeli terror it continued to endorse the two-state solution.

Hamas has taken a firm stance against a call by al-Quaeda to pursue a violent jihad aimed at snatching all of Palestine from Israel.  Hamas responded in March 2006: “Our battle is against the Israeli occupation and our only concern is to restore our rights and serve our people.”

In the elections that brought Hamas to power in Gaza in 2006, Hamas’s “pragmatists” prevailed over the minority hard-liners, many of whom have since turned into moderates.  Hamas has always been responsive to its constituency.  It knows that its electoral victory was due not to religious extremism, but to Hamas’s platform of honest, effective, and clean government and improved social services.

In a post-election opinion poll only 1 percent of Palestinians said that Hamas should impose Islamic law on Palestine, while 73 percent supported a two-state solution as part of a peace accord with Israel.  Hamas responded with a reaffirmation of its own support of a two-state solution.

Henry Siegman, former Executive Director of the American Jewish Congress and former director of the U.S. Middle East Project of the Council on Foreign Relations, was assured by an influential member of Hamas’s Political Committee that Hamas does not rule out official recognition of Israel.  Hamas will not renounce its belief that Palestine is a religious endowment assigned by God to Muslims.  However, the official added that this theological belief does not preclude accommodations to temporal realities and international law.  This includes, he emphasized, recognition of Israel’s statehood.

This position has a precise parallel on Israel’s side.  Religious Jews believe that God promised all of Palestine to the Jewish people.  But they are prepared to defer the implementation of this religious claim to the time following the appearance of the messiah.

In other words, in the real world, the religious convictions of both Hamas and religious Jews are consistent with a practical and secular resolution of their conflict.

The Israeli leadership is full aware of all this.  Its real objection to Hamas is that the organization embodies more genuinely than any previous Palestinian leadership resistance to the occupation and savvy negotiations toward an independent Palestinian state.

Why Doesn’t Hamas Now “Recognize” Israel?

The recognition issue is a red herring.  It’s Politics 101: Hamas’s recognition of Israel would signify its acceptance of Israel’s non-recognition of a Palestinian state.  Hamas has made it clear that were Israel to offer a genuine two-state solution with a return to its 1967 borders, and this were ratified by a majority of Palestinians, Hamas would find this acceptable.  That would lead to official recognition of Israel.

What matters is official recognition, which can only be done by a sovereign state.  Hamas can no more “recognize” Israel than Likud can recognize Spain.  And, in the case of Israel, what is to be recognized?  Israel refuses to declare its official borders.

Is Hamas Committed to Political Violence?

Even the Israeli press has reported that Hamas offered Israel, shortly after its 2006 electoral victory, an extended cease-fire and de facto acceptance of two states if only Israel would return to its 1967 borders.

Rather than seize this opportunity to test Hamas’s good faith, Israel chose to punish Gaza’s entire population with a blockade in order to pressure the people to renounce the results of the election.

In fact Hamas has repeatedly held to cease-fires, which Israel has routinely violated.  The connection between Israeli violations of cease-fires and suicide bombings is instructive.  (A fuller treatment of this issue has been provided in two important articles by the Middle East scholar Steve Niva — “Israel’s Assassination Policy: The Trigger for the Latest Suicide Bombings?” and “The Consequence of Killing Sheikh Yassin Israel’s Assassinations Will Only Fuel Suicide Bombings” — upon which I rely heavily in the following remarks on Israel’s provocation of suicide bombings.)

There is a virtually infallible predictor of a suicide bombing: an Israeli assassination of a senior commander or military leader of a militant group.  This predictor is most reliable when the assassinations take place while these groups are negotiating for a truce on attacks on Israelis, or when the assassinations break long-standing cease-fires by Palestinian groups.

This pattern became more frequent and predictable after Ariel Sharon became Prime Minister in February 2001.  He escalated the assassination campaign against leading Palestinian militants.  Sharon deliberately chose periods during which anti-occupation groups were either negotiating or actually upholding cease-fires on attacks on Israeli civilians.  Here is only a selection from many examples:

  • Two months into a Hamas cease-fire, Israel assassinated two leading Hamas commanders in Nablus on July 31, 2001.  Less than two weeks later there was a Hamas suicide bombing in a pizzeria in Jerusalem.
  • While Hamas was adhering to an agreement not to attack targets inside Israel following the 9/11 attacks, Israel assassinated senior Hamas leader Mahmud Abu Hanoud on November 23, 2001.  One week later there were Hamas suicide bombings in Jerusalem and Haifa.
  • In the middle of a cease-fire declared by all the militant groups in late December, Israel assassinated leading Tanzim militant Raed Karmi on January 14, 2002.  Less than 2 weeks later there was a suicide bombing retaliation.
  • In July 2002 there were widespread reports that a unilateral cease-fire declaration by Hamas would be announced on July 23rd.  On that day, just before the anticipated announcement of the cease-fire, Israel assassinated the senior Hamas military leader Salah Shehada by an air attack on a crowded apartment block in Gaza City.  Among those killed were 15 civilians, 11 of them children.  Less than 2 weeks later Hamas retaliated with a suicide bombing.
  • On March 22, 2004 Sharon had the founder and spiritual leader of Hamas, Sheikh Yassin, assassinated.  The predictable followed.

Israeli Journalists Denounce Israel’s Complicity in Suicide Bombings

Some of Israel’s most prestigious political commentators have suggested that Israel is responsible for at least some Palestinian violence.  This position cannot even be formulated in the standard language of the American media, which consistently defines Israeli violence as “retaliation” and Palestinian violence as “attacks.”  In an article (November 25 2001) in Israel’s most widely read newspaper Yediot Aharonot, Alex Fishman, the newspaper’s conservative military commentator, noted that

Whoever decided upon the liquidation of Abu Hanoud knew in advance that [a terrorist attack inside of Israel] would be the price.  The subject was extensively discussed both by Israel’s military echelon and its political one, before it was decided to carry out the liquidation.

Writing in Ha’aretz (January 21, 2002) the journalist Danny Rubinstein pointed out that

Israel’s assassinations today generate far more damage than the benefits they are supposed to bring . . . it can be said explicitly this time that Karmi’s assassination has already and directly cost the lives of the ten Israelis who died in last week’s murderous terrorist attacks.

Rubinstein’s use of “directly” here is an assertion that Israel shares some of the responsibility for the suicide bombings.

An editorial in Ha’aretz (August 2, 2002) following the assassination of Shehada, declared that

In short, “any four-year-old child” who examined this pattern of events would conclude that this government, whether consciously or not, is simply not interested in the cessation of the terrorist attacks, for they constitute its raison d’etre.

Hamas spelled out the chilling implication of all this immediately following the killing of Yassin:

Today Ariel Sharon ordered the killing of hundreds of Zionists in every street, city and centimeter of the occupied lands.

For years, Israel disingenuously insisted that the suicide attacks were the main obstacle to negotiations.  Since the most recent truce that began last summer, Hamas Prime Minister Ismael Haniyeh removed that obstacle by bringing about the complete cessation of suicide bombings.  Predictably, this made no difference to Israel, which responded by denying Gazans electrical power, medicine, medical equipment, and food.

The question, then, is not merely whether Israel has a direct interest in perpetuating Palestinian terrorist attacks, but whether Israel has any intention whatever to make even the slightest concession to Palestinians toward the establishment of the two-state solution.

Israel’s Intentions: A Just Settlement, or Ethnic Cleansing?

Ephraim Halevy, the former head of Israel’s intelligence agency Mossad, reported on December 23 that Hamas

[is] ready and willing to see the establishment of a Palestinian state in the temporary borders of 1967. . .  [Hamas is prepared] to adopt a path that could lead them far from their original goals. . .  Israel, for reasons of its own, did not want to turn the ceasefire into the start of a diplomatic process with Hamas.

Halevy might be unaware of Israel’s “reasons of its own” for sabotaging negotiations aimed at the establishment of a Palestinian state, but not all Israelis are content with such a veil of hypocrisy. Yeshayahu Ben-Porat, an Israeli journalist, challenged the Israeli leadership in 1972 to admit:

It is the duty of Israeli leaders to explain to public opinion, clearly and courageously, a number of certain facts that are forgotten with time.  The first of these is that there is no Zionism, colonization or Jewish state without the eviction of the Arabs and the expropriation of their lands.

In 2004 Dov Weisglass, Sharon’s senior advisor, said of Israel’s withdrawal from Gaza:

The disengagement is actually formaldehyde.  It supplies the amount of formaldehyde that is necessary so that there will not be a political process with the Palestinians . . . this whole package that is called the Palestinian state has been removed from our agenda indefinitely.

Lest it be thought that this position was peculiar to the rabid Sharon camp, here is a trend of settlement expansion under Ehud Olmert, estimated by Peace Now: approximately 2,500 new housing units in the West Bank (not including Jerusalem) from January to November 2008, a sharp increase from 1,389 in 2007, the year of Annapolis.

Israel’s Real Motivations

What Israel fears is not terrorism but Palestinian independence.  Israel will not permit a sovereign Palestinian government to emerge on land it intends to hold — and probably expand — as its own.  The Palestinian Authority was and is in Israel’s pocket.  Hamas never will be Israel’s pawn.  Therefore, it must be eradicated.  This is a principal reason for the current blitzkrieg against Gaza.  But it is not the only one.

Israeli elections will be held in February.  Before the siege Benjamin Netanyahu’s Likud was ahead in the polls.  The blitz is a demonstration of toughness, a gesture of which politicians are known to avail themselves in election times.  Tzipi Livni and Ehud Barak have placed themselves in the spotlight cheering the bombardment since the attacks began, hoping to enhance Kadima’s and Labor’s electoral fortunes.  And indeed Labor’s polls are up 50 percent in the last six days.

Finally, Israel has not won a war in 27 years.  To add insult to injury, the IDF suffered a humiliating defeat at the hands of Hezbollah in Lebanon in 2006.  As Mark Heller, chief research associate at the Institute for National Security Studies at Tel Aviv University, said on December 28, 2008:

Nobody’s afraid of us today, the way they used to be . . . a big reason for this operation [is] to restore credibility in Israel’s ability to deter enemies.

The irony, of course, is that the current sociocide will swell the ranks of Hamas and its sympathizers, much as Israel’s Lebanon fiasco bolstered the prestige of Hezbollah.  But it is only global activism in solidarity with the Palestinian people that will defeat Israel’s colonialist designs and lethal hubris.

13 Gennaio 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, History, Intifada, Israele, USA, diritti umani, genocide, genocidio, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics, terrorismo | , , , , , | Ancora nessun commento.

War of the Tunnels: Economic Aspects of the Israeli Attack on Gaza

Irrational War?


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by Shir Hever (economist, who works for the Alternative Information Center)


As the massive bombardment of the Gaza Strip continues into its second week, onlookers may wonder about Israel’s short memory, i.e., how little Israeli leaders have learned from the 2006 war against the Hezbollah in Lebanon.


Bewildered witnesses speculate as to what reason there could be for the massive destruction and widespread death and suffering that Israel is causing in Gaza.  Surely it is not pure sadism on the part of the Israeli authorities.  But what purpose could the attack possibly achieve?


From a military point of view, the attack makes little sense, as even Israeli military commanders acknowledge it is unlikely to end the firing of rockets against Israel.1


From a political point of view, the chances that the attack will overthrow Hamas are slim.  Even if the Hamas leadership itself is eliminated through violence, the Palestinians in Gaza, as well as in the West Bank, are unlikely to re-adopt the Fatah party — instead, they will seek out a more radical leadership committed to fighting the Israeli occupation.2


Yet from an economic point of view, the situation is more complicated and interesting.


The Israeli media has been quietly spreading the lie, today widely believed by most of the Jewish Israeli public, that Israel has been sending humanitarian aid into the Gaza Strip.  Through multiple uses of headlines such as “Israel to allow more trucks to enter Gaza,” the media has helped conceal the fact that the trucks are paid for by the UN and international donors, that no aid actually comes from Israel to Gaza, and that Israel actually profits from this aid.


Israel Profits from the Siege on Gaza


Israel’s continued occupation of the Gaza Strip no longer follows the classic colonial framework.  Palestinian labor and natural resources are no longer exploited by Israeli companies, but this doesn’t mean that Israeli exploitation of the Palestinian population has ended.


Israel found a way to exploit the Palestinians by taking a toll from the humanitarian aid efforts to Gaza (also to the West Bank, but let’s focus on the Gaza Strip right now).  The Gaza Strip is the most aid-dependent area in the world.  Without the ability to export and to import raw materials, without the needed infrastructure for local industry, the Gaza Strip is unable to generate sufficient local income to sustain its population and must depend on aid.  The Israeli siege thus creates the conditions for large amounts of aid to be sent to Gaza.


This aid must pass through Israeli ports and airports, with customs,3 storage fees, and transport fees ending up in the coffers of Israeli companies.  The limitations set by Israel on the number of trucks allowed to enter Gaza and the prolonged checks the goods must go through increase the transportation and storage costs dramatically.


Much of the aid comes in the form of products — food, animal feed, petrol, cooking gas, medicine, etc. — procured from Israeli companies.  These companies have thus been able to find a captive market in Gaza, get paid up-front (because checks from banks in the Gaza Strip aren’t accepted in Israel), and increase their sales.


Most importantly, this aid is funded with foreign currency (primarily Euros), but the goods come from Israeli companies which must be paid in Israeli currency.  The result is that massive amounts of foreign currency are converted at the Central Bank of Israel into Israeli shekels in order to fund aid, and the Central Bank of Israel gets to keep the foreign currency.


In effect, the Israeli siege of Gaza has transformed the aid industry into one of Israel’s biggest exports — companies that would normally provide domestic services have become sources for foreign currency, which contributes to Israel’s overall economic strength and has already eliminated Israel’s trade deficit almost entirely.


The Tunnels and the War





“Gaza Tunnel Trader Vows to Carry On,” Al Jazeera, 01.01.09

The Hamas party in Gaza was able to put some dents into the Israeli mechanism of exploitation.  By breaking through the fence to Rafah in early 2008, and later by importing goods from Egypt via underground tunnels to supplement the diet of beleaguered Gazans under siege, Hamas has been able to smuggle goods into the Gaza Strip without paying customs to Israel.  The goods, coming from Egyptian merchants, have become an unofficial import channel into the Israeli-controlled customs envelope, a channel through which Israeli foreign currency escapes (because Egyptian merchants are paid by Gazans, with Israeli currency, which is then exchanged for foreign currency from the Central Bank of Israel).


In fact, the source of these shekels used by Palestinians in the Gaza Strip to import was mostly the international community.  This is because civil servants of the Palestinian Authority kept receiving their salaries from the bank account of the Palestinian Authority in Ramallah, a budget heavily funded by the international community.  Gaza has been undermining Israel’s aid-profiteering system by turning aid money into customs-free imports.


Because Hamas didn’t pay customs to Israel, the flight of shekels affected the Israeli economy more than the (small) volume of imports would have indicated.  The threat of this trend becoming permanent, and perhaps expanding into areas of the West Bank, has caused significant worry to senior officials at the Central Bank of Israel.


This could partially explain why economic elites in Israel have refrained from criticizing the Israeli attack on Gaza, despite the economic damage that it causes to the Israeli economy.


Eventually, the bombing and ground invasion of Gaza may restrict trade through the tunnels and reassert Israeli controls over economic borders, but it cannot negate the economic burden of the occupation on Israel and the untenable nature of Israel’s policies in the long term.


 


1  Nevertheless, the Israeli military leaders support the attack, because otherwise they will be thought of as unprofessional and cowardly.  Further, the military leadership stands to gain from massive military actions even if they are unsuccessful in achieving long-term goals, because the immediate victory helps increase the prestige of commanders and paves the way for them to commence political careers following their military ones.


2  Nevertheless, the attacks are supported by a majority of the Jewish Israeli public, which pledges loyalty to its leadership, believing that if the “experts” support the operation, then it must be somehow justified.


3  Israeli is officially obligated to transfer customs levied from goods intended for the Occupied Palestinian Territories to the Palestinian Authority, but rarely transfers the full amounts.

5 Gennaio 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Economia, History, Intifada, Israele, Storia, civil rights, diritti umani, economy, freedom, genocide, genocidio, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics, religion, religione, terrorismo | , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Lo Statuto di Hamas

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Da sito di Cesnur.org ho ripreso lo Statuto di Hamas, il Movimento di Resistenza Islamico. Visti gli accadimenti di questi giorni mi pare una lettura importante.

Statuto del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas)[1]
(18 agosto 1988)
In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso.
“Voi siete la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini, raccomandate le buone consuetudini e proibite ciò che è riprovevole e credete in Allah. Se la gente della Scrittura credesse, sarebbe meglio per loro; ce n’è qualcuno che è credente, ma la maggior parte di loro sono empi. Non potranno arrecarvi male, se non debolmente; essi vi combatteranno, volteranno ben presto le spalle e non saranno soccorsi. Saranno avviliti ovunque si trovino, grazie a una corda di Allah o a una corda d’uomini. Hanno meritato la collera di Allah, ed eccoli colpiti dalla povertà, per aver smentito i segni di Allah, per aver ucciso ingiustamente i Profeti, per aver disobbedito e trasgredito” (Corano 3, 110-112).

“Israele sarà stabilito, e rimarrà in esistenza finché l’islam non lo ponga nel nulla, così come ha posto nel nulla altri che furono prima di lui” (parole dell’imam e martire Hassan al-Banna [fondatore dei Fratelli Musulmani, 1906-1949], possa Allah avere misericordia di lui).

“Veramente, il mondo islamico sta bruciando, ed è pertanto obbligatorio che ognuno si dia da fare per occuparsi dell’incendio per quanto può, senza aspettare che lo facciano altri” (shaykh Amjad al-Zahawi [eminente studioso irakeno della shari’a, 1883-1967], possa Allah avere misericordia di lui).

Introduzione
In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso, ogni lode sia ad Allah. Cerchiamo il Suo aiuto, il Suo perdono e la Sua guida, e in Lui confidiamo.

Inviamo pace e benedizioni sul Messaggero di Allah – la sua famiglia, i suoi compagni, coloro che lo seguono chiamati dal suo messaggio, i seguaci della sua via –, possano le benedizioni e la pace su di lui continuare tanto a lungo quanto durino i Cieli e la Terra. E oltre.

O Popolo:

Da un mondo in tormento, da un mare di sofferenza, dal battito di cuori credenti, da braccia cui è impedito di combattere, per senso del dovere e in risposta al decreto di Allah, è partito l’appello che ha riunito il popolo e lo ha spinto a seguire le vie di Allah, così che ciascuno possa corrispondere al suo ruolo nella vita, superare gli ostacoli, sormontare le difficoltà sulla via. La nostra preparazione è stata costante, e così la nostra disponibilità a sacrificare la vita e tutto quanto ci è caro per l’onore di Allah.

Così il seme di un movimento si è formato, e ha cominciato a viaggiare attraverso un mare tempestoso di speranze e di attese, desideri e aspirazioni, problemi e ostacoli, dolori e sfide, sia all’interno sia all’esterno della comunità.

Quando l’idea è maturata, il seme è cresciuto, e la pianta ha messo radici nella buona terra della realtà, lontano dalle emozioni passeggere e dalla fretta sprezzante, il Movimento di Resistenza Islamico è emerso per rispondere alla sua vocazione, che è quella di combattere per l’onore del Signore. Il movimento ha stretto la mano a tutti i combattenti che lottano per liberare la Palestina. L’anima dei suoi guerrieri si è unita alle anime di tutti i combattenti che hanno sacrificato le loro vite nella terra di Palestina fin da quando fu conquistata dai compagni del Messaggero di Allah – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui – fino ai giorni nostri.

Il patto del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas) ha così preso forma, svelando la sua identità, precisando la sua posizione, chiarendo le sue attese, discutendo le sue speranze, e chiamando ad aiutare, sostenere e aggiungersi ai suoi ranghi. La nostra battaglia con gli ebrei è molto lunga e pericolosa, e chiede la dedizione di tutti noi. È una fase cui altre successive ne seguiranno, un battaglione che dovrà essere sostenuto da molti altri battaglioni del mondo arabo e islamico, oggi diviso, finché il nemico sia vinto e la vittoria di Allah sia sicura.

E vorremmo vedere questi battaglioni avvicinarsi quando guardiamo l’orizzonte.

“E tra qualche tempo ne avrete certamente notizia” (Corano 38, 88).

“Allah ha scritto: ‘Invero vincerò, Io e i Miei messaggeri’. In verità Allah è forte, eccelso” (Corano 58, 21).

“Di’: ‘Ecco la mia via: invito ad Allah in tutta chiarezza, io stesso e coloro che mi seguono. Gloria ad Allah, non sono uno dei politeisti’” (Corano 12, 107).

Capitolo I

Introduzione al Movimento

Origini ideologiche

Articolo 1

La base del Movimento di Resistenza Islamico è l’islam. Dall’islam deriva le sue idee e i suoi precetti fondamentali, nonché la visione della vita, dell’universo e dell’umanità; e giudica tutte le sue azioni secondo l’islam, ed è ispirato dall’islam a correggere i suoi errori.

La relazione fra il Movimento di Resistenza Islamico e la Società dei Fratelli Musulmani

Articolo 2

Il Movimento di Resistenza Islamico è una delle branche dei Fratelli Musulmani in Palestina. Il movimento dei Fratelli Musulmani è un’organizzazione mondiale, uno dei più grandi movimenti islamici dell’era moderna. È caratterizzato dalla profonda comprensione, da nozioni precise, e da una totale padronanza di tutti i concetti islamici in tutti i settori della vita: nelle visioni e nelle credenze, in politica e in economia, nell’educazione e nella società, nel diritto e nella legge, nell’apologetica e nella dottrina, nella comunicazione e nell’arte, nelle cose visibili e in quelle invisibili, e comunque in ogni altra sfera della vita.

Struttura e formazione

Articolo 3

Il Movimento di Resistenza Islamico consiste di musulmani che si sono dedicati interamente ad Allah e che lo adorano in verità – “Ho creato gli spiriti e gli uomini solo per lo scopo dell’adorazione” (dice Allah) – e che hanno riconosciuto i loro obblighi di fronte a se stessi, al loro popolo e alla loro terra. In tutto questo, hanno avuto timore di Allah e innalzato la bandiera del jihad di fronte agli oppressori, per liberare la terra e il popolo dall’immonda sporcizia, dall’impurità e dal male dell’oppressore.

“Invece no, scagliamo la verità sulla menzogna, che le schiacci la testa, ed ecco che essa scompare” (Corano 21, 18).

Articolo 4

Il Movimento di Resistenza Islamico accoglie tutti i musulmani che adottano il suo credo e la sua ideologia, compiono il suo programma, mantengono i suoi segreti, e desiderano unirsi alle sue fila per mantenere gli obblighi che si è assunto. Allah saprà ricompensarli.

La concezione del tempo e dello spazio del Movimento di Resistenza Islamico

Articolo 5

Poiché il Movimento di Resistenza Islamico adotta l’islam come il suo stile di vita, le sue concezioni storiche vanno indietro fino alla nascita del messaggio islamico, all’epoca dei pii antenati. Pertanto, Allah è il suo scopo, il Profeta è il suo modello, il Corano è la sua costituzione. La sua concezione dello spazio si estende ovunque i musulmani – coloro che adottano l’islam come il loro stile di vita – vivono, in ogni luogo sulla faccia della Terra. Di più: si estende fino alle profondità della Terra e alle sfere più alte dei Cieli.

“Non hai visto a cosa Allah paragona la buona parola? Essa è come un buon albero, la cui radice è salda e i cui rami [sono] nel cielo, e continuamente dà frutti, col permesso di Allah. Allah propone metafore agli uomini, affinché riflettano” (Corano 14, 24-25).

Unicità e indipendenza

Articolo 6

Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento palestinese unico. Offre la sua lealtà ad Allah, deriva dall’islam il suo stile di vita, e si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina. All’ombra dell’islam, è possibile per i seguaci di tutte le religioni coesistere nella sicurezza: sicurezza per le loro vite, le loro proprietà e i loro diritti. È quando l’islam è assente che nasce il disordine, che l’oppressione e la distruzione si scatenano, e che infuriano guerre e battaglie.

Come è stato eloquente il poeta musulmano Muhammad Iqbal [1877-1938, nato e vissuto nell’attuale Pakistan], quando ha scritto:

“Quando la fede è perduta, non c’è più sicurezza.

Non c’è vita per coloro che non hanno fede. E chiunque è soddisfatto di una vita senza religione,

egli avrà la caduta nel nulla come compagna per la vita”.

L’universalità del Movimento di Resistenza Islamico

Articolo 7

A causa della distribuzione dei musulmani che hanno adottato la dottrina del Movimento di Resistenza Islamico in tutto il mondo, e che lavorano per sostenerlo, mantenere le sue posizioni e rafforzare il suo jihad, il movimento ha carattere universale. La sua chiamata è ampia a causa della chiarezza del suo pensiero, della nobiltà del suo scopo, dell’ampiezza dei suoi obiettivi.

È su queste basi che il movimento deve essere visto, valutato con equità e riconosciuto nel suo ruolo. Chiunque nega i suoi diritti, o si rifiuta di sostenerlo, o è così cieco da non vedere il suo ruolo, in verità sta sfidando il fato stesso. E chi chiude gli occhi alla realtà, intenzionalmente o meno, si sveglierà per ritrovarsi sopraffatto dagli eventi e non avrà scuse per giustificare la sua posizione. Il premio si dà a coloro che arrivano per primi.

L’oppressione da parte dei propri parenti e concittadini è più dolorosa per l’anima del taglio di una spada indiana.

“E su di te abbiamo fatto scendere il Libro con la Verità, a conferma della Scrittura che era scesa in precedenza e lo abbiamo preservato da ogni alterazione. Giudica tra loro secondo quello che Allah ha fatto scendere, non conformarti alle loro passioni allontanandoti dalla verità che ti è giunta. A ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi” (Corano 5, 48).

Il Movimento di Resistenza Islamico è uno degli anelli della catena del jihad nella sua lotta contro l’invasione sionista. È legato all’anello rappresentata dal martire ‘Izz-Id-Din al-Qassam [1882-1935, su cui cfr. supra in questo volume] e dai suoi fratelli nel combattimento, i Fratelli Musulmani del 1936 [che continuarono la lotta dopo che al-Qassam fu ucciso nel 1935]. E la catena continua per collegarsi a un altro anello, il jihad degli sforzi dei Fratelli Musulmani nella guerra del 1948, nonché le operazioni di jihad dei Fratelli Musulmani nel 1968 e oltre.

Benché gli anelli siano distanti l’uno dall’altro, e molti ostacoli siano stati posti di fronte ai combattenti da coloro che si muovono agli ordini del sionismo così da rendere talora impossibile il perseguimento del jihad, il Movimento di Resistenza Islamico ha sempre cercato di corrispondere alle promesse di Allah, senza chiedersi quanto tempo ci sarebbe voluto. Il Profeta – le preghiere e la pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei” (citato da al-Bukhari e da Muslim).

Il motto del Movimento di Resistenza Islamico

Articolo 8

Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio.

Capitolo II

Obiettivi

Motivazioni e obiettivi

Articolo 9

Il Movimento di Resistenza Islamico si è sviluppato in un tempo in cui l’islam si è allontanato dalla vita quotidiana. Così i giudizi sono stati rovesciati, i concetti sono diventati confusi e i valori sono stati trasformati; il male prevale, l’oppressione e l’oscurità infuriano, e i codardi si sono trasformati in tigri. Patrie sono state usurpate, popoli sono stati espulsi dalle loro terre o sono caduti riversi nell’umiliazione ovunque sulla Terra. Lo stato di verità è sparito, sostituito da uno stato di malvagità. Nulla è rimasto al suo posto, perché quando l’islam è assente dalla scena, tutto cambia. E queste sono le nostre motivazioni.

Quanto agli obiettivi: combattere il male, schiacciarlo, e vincerlo cosicché la verità possa prevalere; le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari; la chiamata alla preghiera si oda dalle moschee, proclamando l’istituzione di uno Stato islamico. Così il popolo e le cose torneranno ciascuno al suo posto legittimo. E l’aiuto si chiederà ad Allah.

“Se Allah non respingesse alcuni per mezzo di altri, la Terra sarebbe certamente corrotta, ma Allah è pieno di grazia per le creature” (Corano 2, 251).

Articolo 10

Mentre il Movimento di Resistenza Islamico crea un suo specifico sentiero, offre sostegno ai miseri e difesa a tutti gli oppressi, con tutte le sue forze. Non risparmierà alcuno sforzo per stabilire la verità e sconfiggere la menzogna, in parole e opere, qui e dovunque possa arrivare ed esercitare la sua influenza.

Capitolo III

Strategie e mezzi

Strategie del Movimento di Resistenza Islamico: la Palestina è un sacro deposito per i musulmani

Articolo 11

Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio?

Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.

E così avvenne che quando i capi delle armate musulmane conquistarono la Siria e l’Iraq, si rivolsero al [secondo] califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab [591-644], chiedendo la sua opinione sulle terre conquistate: dovevano dividerle fra le loro truppe, lasciarla a chi se ne trovava in possesso, o agire diversamente? Dopo consultazioni e discussioni tra il califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab, e i compagni del Messaggero di Allah – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui – decisero che la terra dovesse rimanere a chi ne era in possesso affinché beneficiasse di essa e della sua ricchezza. Quanto alla titolarità ultima della terra, e alla terra stessa, occorreva considerarla come waqf, affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio. La proprietà della terra da parte del singolo proprietario va solo a suo beneficio, ma il waqf durerà fino a quando dureranno i Cieli e la Terra. Ogni decisione presa con riferimento alla Palestina in violazione di questa legge islamica e nulla è senza effetto, e chi la prende dovrà un giorno ritrattarla.

“Questa è la certezza assoluta. Rendi dunque gloria al Nome del Tuo Signore e del Supremo!” (Corano 56, 95).

L’opinione del Movimento di Resistenza Islamico sulla patria e sul nazionalismo

Articolo 12

Secondo il Movimento di Resistenza Islamico, il nazionalismo è parte legittima del suo credo religioso. Nulla è più vero e profondo nel nazionalismo che combattere un jihad contro il nemico e affrontarlo a viso aperto quando mette piede sulla terra dei musulmani. Questo diventa un obbligo individuale per ogni uomo e donna musulmani: alla donna è permesso combattere il nemico anche senza l’autorizzazione del marito, e allo schiavo senza il permesso del padrone.

Nulla di simile si ritroverà in alcun altro sistema; questo è un fatto innegabile. Mentre altre forme di nazionalismo si basano su considerazioni materiali, umane o territoriali, il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico accoglie in sé tutto questo, ma comporta in più fattori divini molto più importanti, che gli infondono spirito e vita, giacché e collegato alle origini stesse dello spirito di chi dà la vita, e leva nel cielo della patria una bandiera divina che collega la Terra al Cielo con un legame strettissimo. Quando Mosè si presenta e leva il suo bastone, in verità la magia e i maghi sono ridotti al silenzio.

“La retta via ben si distingue dall’errore. Chi dunque rifiuta l’idolo e crede in Allah, si aggrappa all’impugnatura più salda senza rischio di cedimenti. Allah è audiente, sapiente” (Corano 2, 256).

Pace, iniziative di pace e conferenze internazionali

Articolo 13

Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono il jihad.

“Allah ha il predominio nei Suoi disegni, ma la maggior parte degli uomini non lo sa” (Corano 12, 21).

Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza internazionale per cercare una soluzione al problema palestinese. Alcuni accettano l’idea, altri la rifiutano per una ragione o per un’altra, domandando il rispetto di una o più condizioni come requisito per organizzare la conferenza o per parteciparvi. Ma il Movimento di Resistenza Islamico – che conosce le parti che si presentano alle conferenze e il loro atteggiamento passato e presente rispetto ai veri problemi dei musulmani – non crede che queste conferenze siano capaci di rispondere alle domande, o restaurare i diritti o rendere giustizia agli oppressi. Queste conferenze non sono nulla di più che un mezzo per imporre il potere dei miscredenti sui territori dei musulmani. E quando mai i miscredenti hanno reso giustizia ai credenti?

“Né i giudei né i nazareni saranno mai soddisfatti di te, finché non seguirai la loro religione. Dì: ‘È la Guida di Allah, la vera Guida’. E se acconsentirai ai loro desideri dopo che hai avuto la conoscenza, non troverai né patrono né soccorritore contro Allah” (Corano 2, 120).

Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad. Quanto alle iniziative e conferenze internazionali, sono perdite di tempo e giochi da bambini. Il popolo palestinese è troppo nobile per mettere il suo futuro, i suoi diritti, e il suo destino nelle mani della vanità. Come afferma un nobile hadith: “Il popolo della Siria è la frusta di Allah sulla Terra. Con loro si prende la sua rivincita su chi vuole. Ai loro ipocriti è vietato regnare sui loro credenti, e muoiono nell’ansia e nel rimorso” (riferito da al-Tabarani, come rintracciabile attraverso una catena di fonti fino al Profeta, e da Ahmad, la cui catena di trasmissione è incompleta. Ma deve trattarsi di un vero hadith, perché queste storie sono credibili, e Allah è veridico).

I tre circoli

Articolo 14

La liberazione della Palestina è legata a tre circoli: il circolo palestinese, il circolo arabo e il circolo islamico. Ciascuno ha un ruolo da giocare nella lotta contro il sionismo, e ha specifici doveri da compiere. È un grave errore e un orribile atto di ignoranza dimenticare uno di questi circoli, perché la Palestina è terra islamica dove la prima quibla [luogo verso cui si volge la preghiera] e il terzo santuario più santo [la moschea di al-Aqsa] sono situati, così come il luogo in cui il Profeta – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con Lui – ascese al Cielo [il riferimento è al viaggio estatico notturno di Muhammad – isrâ’ - a Gerusalemme, da dove partì la sua ascensione al Cielo – mi‘raj - per mezzo di una scala celeste].

“Gloria a Colui che di notte trasportò il Suo servo dalla Santa Moschea alla Moschea remota di cui benedicemmo i dintorni, per mostrargli qualcuno dei Nostri segni. Egli è Colui che tutto ascolta e tutto osserva” (Corano 17, 1).

Considerando questa situazione, la liberazione della Palestina è un dovere individuale, obbligatorio per ciascun musulmano dovunque si trovi. È su queste basi che il problema della Palestina deve essere visto, e ogni musulmano deve saperlo.

Quando il problema è affrontato su questa base, quando tutte le potenzialità dei tre circoli sono mobilitate, allora le circostanze presenti possono cambiare, e il giorno della liberazione si avvicina.

“Voi mettete nei loro cuori più terrore che Allah stesso, poiché invero è gente che non capisce” (Corano 59, 13).

Il jihad per la liberazione della Palestina è un obbligo individuale

Articolo 15

Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, il jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all’usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera del jihad. Questo richiede la propagazione di una coscienza islamica tra il popolo a livello locale, arabo e islamico. È necessario diffondere lo spirito del jihad all’interno della umma, scontrarsi con i nemici, e unirsi ai ranghi dei combattenti.

Il processo educativo deve coinvolgere gli ‘ulama così come i professori e i maestri, gli uomini della pubblicità e dei mezzi di comunicazione così come i dotti, e specialmente la giovinezza dei movimenti islamici e loro docenti. Introdurre cambiamenti fondamentali nei programmi scolastici e universitari è obbligatorio, per ripulirli dalle tracce dell’invasione ideologica degli orientalisti e dei missionari. Questa invasione ha cominciato a sommergere il mondo arabo dopo la sconfitta delle armate crociate da parte del Saladino [1138-1993]. I crociati compresero che era impossibile sconfiggere i musulmani senza prepararsi prima attraverso un’invasione ideologica che confondesse il pensiero dei musulmani, rendesse impura la loro verità, e screditasse i loro ideali; solo in seguito un’invasione militare avrebbe potuto avere successo. L’invasione dell’ideologia prepara la strada all’invasione imperialista, e così il generale [inglese Edmund Henry Hynman] Allenby [1861-1936] poteva dichiarare entrando a Gerusalemme [il 9 dicembre 1917]: “Ora le Crociate sono finite.” E il generale [francese] Gorot [sic: trascritto come “Gorot” in tutte le versioni inglesi a me note dello statuto; in realtà Henri-Joseph-Eugène Gouraud, 1867-1946], ritto di fronte alla tomba del Saladino, disse [nel 1918]: “Ecco, siamo ritornati, o Saladino”. L’imperialismo ha aiutato l’avanzata dell’invasione ideologica e ha reso più profonde le sue radici; e continua a farlo. Tutto questo ha portato alla perdita della Palestina.

Dobbiamo instillare nelle menti di generazioni di musulmani l’idea che la causa palestinese è una causa religiosa, e deve essere affrontata su queste basi. La Palestina include santuari islamici come la moschea di al-Aqsa, che è collegata alla Santa Moschea della Mecca da un legame che rimarrà inseparabile fino a quando i Cieli e la Terra non passeranno, dal viaggio del Messaggero di Allah – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con Lui – fino alla stessa moschea di al-Aqsa, e alla sua ascensione da essa.

“Proteggere i musulmani dagli infedeli nella causa di Allah per un giorno è migliore del mondo intero e di tutto quanto è alla sua superficie, e un posto in Paradiso così piccolo come quello occupato dalla frusta di uno di voi è migliore del mondo intero e di tutto quanto sta sulla sua superficie; e il viaggio di un mattino o di una sera che il credente compie per la causa di Allah è migliore del mondo intero e di tutto quanto sta alla sua superficie (riferito da al-Bukhari, Muslim, al-Tirmidhi, e ibn Maya).

“Da colui nelle cui mani è la vita di Muhammad, amo essere ucciso – sulla via di Allah – poi essere resuscitato alla vita, quindi essere di nuovo ucciso e di nuovo richiamato alla vita, e ucciso ancora una volta” (riferito da al-Bukhari e Muslim).

Educazione delle giovani generazioni

Articolo 16

Dobbiamo offrire alle giovani generazioni islamiche nella nostra area un’educazione islamica fondata sull’applicazione dei nostri precetti religiosi, sullo studio coscienzioso del Libro Sacro, sullo studio della sunna e della storia ed eredità islamiche basato sulle sue fonti più affidabili, sotto la guida di esperti e studiosi musulmani, e usando programmi che inculchino nei musulmani un modo corretto di pensare e la fede. È anche necessario studiare con coscienza il nemico e il suo potenziale materiale e umano, identificare le sue debolezze e i suoi punti di forza, e riconoscere i poteri che lo sostengono e lo appoggiano. È anche necessario essere al corrente dei fatti del giorno, seguire le notizie e studiare le relative analisi e commenti, programmare il presente e il futuro ed esaminare ogni fatto nuovo, così che il combattente musulmano viva la sua vita consapevole dei suoi scopi, obiettivi, mezzi e di tutto quanto lo circonda.

“‘O figlio mio, anche se fosse come il peso di un granello di senape, nel profondo di una roccia o nei Cieli o sulla Terra, Allah lo porterà alla luce. Allah è dolce e ben informato. O figlio mio, assolvi all’orazione, raccomanda le buone consuetudini e proibisci il biasimevole e sopporta con pazienza quello che ti succede: questo è il comportamento da tenere in ogni impresa. Non voltare la tua guancia dagli uomini e non calpestare la terra con arroganza: in verità Allah non ama il superbo vanaglorioso’” (Corano 31, 16-18).

Il ruolo della donna musulmana

Articolo 17

La donna musulmana ha un ruolo non minore di quello dell’uomo musulmano nella guerra di liberazione; è forgiatrice di uomini e ha un ruolo tra i più importanti nella guida e nell’educazione delle nuove generazioni. I nemici hanno compreso il suo ruolo; e credono che, se riusciranno a guidarla ed educarla come vogliono, allontanandola dall’islam, avranno vinto la guerra. Pertanto li vedete perseguire questo scopo attraverso i mezzi di comunicazione e il cinema, l’educazione e la cultura, utilizzando come intermediari i loro manutengoli che sono parte dell’organizzazione sionista e assumono vari nomi e forme, come la massoneria, i Rotary Club, e le cricche spionistiche, tutti covi di sabotatori e di sabotaggi. Queste organizzazioni sioniste hanno grandi risorse materiali, che permettono loro di svolgere la loro funzione nelle diverse società al servizio dei loro scopi sionisti, e di introdurre concetti che fanno il gioco del nemico. Queste organizzazioni operano laddove l’islam è assente ed è lontano dal popolo. Pertanto, i militanti islamici adempiono al loro obbligo quando si oppongono agli schemi di questi sabotatori. Dove l’islam riesce a controllare la vita dei musulmani, elimina queste organizzazioni, che sono ostili all’umanità e all’islam.

Articolo 18

La donna, nella casa e nella famiglia combattenti, si tratti di una madre o di una sorella, ha il suo ruolo più importante nell’occuparsi della casa e nell’allevare i figli secondo i concetti e i valori islamici, e nell’educare i figli a osservare i precetti religiosi preparandosi al dovere del jihad che li aspetta. Pertanto è necessario prestare attenzione alle scuole e ai programmi per le ragazze musulmane, così che si preparino a diventare buone madri, consapevoli del loro ruolo nella guerra di liberazione.

Le donne debbono avere la consapevolezza e le conoscenze necessarie per gestire la loro casa. La frugalità e la capacità di evitare gli sprechi nelle spese domestiche sono requisiti necessari perché ci sia possibile continuare la lotta nelle difficili circostanze in cui ci troviamo. Le donne dovranno sempre ricordare che il denaro equivale al sangue, che non deve scorrere se non nelle vene per assicurare la continuità della vita sia dei giovani sia dei vecchi.

“In verità i musulmani e le musulmane, i credenti e le credenti, i devoti e le devote, i leali e le leali, i perseveranti e le perseveranti, i timorati e le timorate, quelli che fanno l’elemosina e quelle che fanno l’elemosina, i digiunatori e le digiunatrici, i casti e le caste, quelli che spesso ricordano Allah e quelle che spesso ricordano Allah, sono coloro per i quali Allah ha disposto perdono ed enorme ricompensa” (Corano 33, 35).

Il ruolo dell’arte islamica nella guerra di liberazione

Articolo 19

L’arte ha regole e criteri attraverso i quali si può determinare se si tratta di arte islamica o miscredente. Uno dei problemi della liberazione islamica è che ha bisogno di un’arte islamica che possa elevare lo spirito, e non si concentri su un solo aspetto umano a detrimento degli altri, ma valorizzi tutti gli aspetti in modo uguale e armonioso.

L’uomo è un essere strano e miracoloso, fatto di un pugno di terra e del soffio dello spirito. L’arte islamica si rivolge all’uomo su queste basi, mentre l’arte miscredente si rivolge al corpo e considera centrali gli elementi di terra. Quindi tutti questi libri, articoli, bollettini, discorsi, opuscoli, canzoni, poesie, inni, spettacoli teatrali e quant’altro che contengono le caratteristiche dell’arte islamica sono necessari per la mobilitazione ideologica, per il continuo nutrimento sulla via, e per il ristoro dell’anima. La strada è lunga e la sofferenza è grande, e l’anima rischia di stancarsi: ma l’arte islamica rinnova il vigore, ravviva il movimento, e fa nascere ampi concetti e corretta condotta. “Nulla corregge meglio l’anima quanto accompagnarla da una situazione all’altra”.

Si tratta di cose serie, non di un gioco, perché la umma che combatte il jihad non conosce giochi.

Solidarietà sociale

Articolo 20

La società musulmana è una società solidale. Il Messaggero – possano la preghiera e la pace di Allah rimanere con lui – disse: “Che persone meravigliose sono gli Ashariti. Quando si trovavano in difficoltà, sia a casa loro sia in viaggio, mettevano insieme tutte le loro proprietà e le dividevano tra loro in parti uguali”.

È questo spirito islamico che dovrebbe prevalere in ogni società musulmana. Una società che ha di fronte un nemico malvagio e nazista nella sua condotta, che non fa differenza tra uomini e donne, giovani e vecchi, deve essere la prima ad adornarsi di questo spirito islamico. Il nostro nemico usa il metodo della punizione collettiva, rubando al popolo la sua terra e le sue proprietà, cacciandolo in esilio e confinandolo nei campi. È arrivato a spezzare ossa, a sparare su donne, bambini e vecchi, con o senza ragione, e a gettare migliaia e migliaia di persone nei campi di prigionia dove devono vivere in condizioni inumane. Questo in aggiunta a distruggere case, rendere orfani bambini, e pronunciare sentenze ingiuste contro migliaia di giovani, che passeranno i migliori anni della loro vita nel buio delle prigioni. Il nazismo degli ebrei se la prende anche con le donne e i bambini; terrorizza tutti. Questi ebrei rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro, e minacciano il loro onore. Nelle loro orribili azioni trattano la gente come i peggiori criminali di guerra. La deportazione lontano dalla propria patria è una forma di omicidio.

Per opporsi a queste azioni, il popolo deve unirsi nella solidarietà sociale e affrontare il nemico nell’unità, così che, se uno dei suoi organi è colpito, il resto del corpo risponda con prontezza e fervore.

Articolo 21

Solidarietà sociale significa aiutare chi è nel bisogno, sia materiale sia morale, e portare effettivo aiuto. È un dovere dei membri del Movimento di Resistenza Islamico prendersi cura degli interessi del popolo nello stesso modo in cui si occupano dei loro personali interessi, senza risparmiare alcuno sforzo. Devono evitare di fare qualunque cosa che possa mettere in pericolo il futuro della società o delle giovani generazioni. Il popolo è parte del movimento e per il movimento; il suo potere è il potere del popolo e il suo futuro è il futuro del popolo. I membri del Movimento di Resistenza Islamico devono condividere le gioie e i dolori del popolo, rispondere alle sue domande e fare quanto è in loro potere per soddisfare il suo interesse, che è anche quello del movimento. Con questo spirito, il movimento e il popolo diventeranno migliori compagni di strada, la cooperazione e la compassione prevarranno, l’unità sarà stabilita, e si diventerà più forti di fronte al nemico.

I poteri che sostengono il nemico

Articolo 22

Il nemico ha programmato per lungo tempo quanto è poi effettivamente riuscito a compiere, tenendo conto di tutti gli elementi che hanno storicamente determinato il corso degli eventi. Ha accumulato una enorme ricchezza materiale, fonte di influenza che ha consacrato a realizzare il suo sogno. Con questo denaro ha preso il controllo dei mezzi di comunicazione del mondo, per esempio le agenzie di stampa, i grandi giornali, le case editrici e le catene radio-televisive. Con questo denaro, ha fatto scoppiare rivoluzioni in diverse parti del mondo con lo scopo di soddisfare i suoi interessi e trarre altre forme di profitto. Questi nostri nemici erano dietro la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa, e molte delle rivoluzioni di cui abbiamo sentito parlare, qua e là nel mondo. È con il denaro che hanno formato organizzazioni segrete nel mondo, per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti. Queste organizzazioni sono la massoneria, il Rotary Club, i Lions Club, il B’nai B’rith, e altre. Sono tutte organizzazioni distruttive dedite allo spionaggio. Con il denaro, il nemico ha preso il controllo degli Stati imperialisti e li ha persuasi a colonizzare molti paesi per sfruttare le loro risorse e diffondervi la corruzione. A proposito delle guerre locali e mondiali, ormai tutti sanno che i nostri nemici hanno organizzato la Prima guerra mondiale per distruggere il Califfato islamico. Il nemico ne ha approfittato finanziariamente e ha preso il controllo di molte fonti di ricchezza; ha ottenuto la Dichiarazione Balfour [del 2 novembre 1917, che sostiene “il diritto degli ebrei a costituire un focolare nazionale in Palestina” e prende il nome dall’allora ministro degli esteri britannico e già primo ministro Lord Arthur James Balfour, 1858-1930], e ha fondato la Società delle Nazioni come strumento per dominare il mondo. Gli stessi nemici hanno organizzato la Seconda guerra mondiale, nella quale sono diventati favolosamente ricchi grazie al commercio delle armi e del materiale bellico, e si sono preparati a fondare il loro Stato. Hanno ordinato che fosse formata l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con il Consiglio di Sicurezza all’interno di tale Organizzazione, per mezzo della quale dominano il mondo. Nessuna guerra è mai scoppiata senza che si trovassero le loro impronte digitali.

“Ogni volta che accendono un fuoco di guerra, Allah lo spegne. Gareggiano nel seminare il disordine sulla Terra, ma Allah non ama i corruttori” (Corano 5, 64).

I poteri imperialisti sia nell’Ovest capitalista sia nell’Est comunista sostengono il nemico con tutta la loro forza, in termini materiali e umani, alternandosi in questo ruolo. Quando l’islam si risveglia, le forze della miscredenza si uniscono per combatterlo, perché la nazione dei miscredenti è una.

“O voi che credete, non sceglietevi confidenti al di fuori dei vostri, farebbero di tutto per farvi perdere. Desidererebbero la vostra rovina; l’odio esce dalle loro bocche, ma quel che i loro petti secerne è ancora peggio. Ecco che vi manifestiamo i segni, se potete comprenderli” (Corano 3, 118).

Non è invano che il verso precedente finisce con le parole di Allah: “se potete comprenderli”.

Capitolo IV

La nostra posizione su alcuni punti specifici

A. I movimenti islamici

Articolo 23

Il Movimento di Resistenza Islamico considera gli altri movimenti islamici con rispetto e ammirazione. Anche quando si trova in disaccordo con loro su un particolare aspetto o punto di vista, rimane d’accordo con loro su altri aspetti e punti di vista. Considera questi movimenti come compresi nella categoria dello ijtihad [cioè dell’interpretabile], fin quando hanno buone intenzioni, rimangono devoti ad Allah, e la loro condotta rimane nei confini del circolo islamico. Ogni mujtahid [cioè chi è capace di interpretare la legge divina] ha la sua ricompensa.

Il Movimento di Resistenza Islamico considera tutti questi movimenti come suoi, e chiede che Allah guidi e ispiri retta condotta a tutti. Non mancherà di continuare a innalzare la bandiera dell’unità, e a sforzarsi di realizzarla sulla base del Libro e dell’insegnamento del Profeta.

“Aggrappatevi tutti insieme all’accordo di Allah e non dividetevi tra voi e ricordate la grazia che Allah vi ha concesso: quando eravate nemici è Lui che ha riconciliato i cuori vostri e per grazia Sua siete diventati fratelli. E quando eravate sul ciglio di un abisso di fuoco, è Lui che vi ha salvati. Così Allah vi manifesta i segni Suoi affinché possiate guidarvi” (Corano 3, 103).

Articolo 24

Il Movimento di Resistenza Islamico non permette l’offesa o la diffamazione di individui o gruppi, perché un credente non diffama né insulta. Tuttavia, è necessario differenziare tra l’insulto e le posizioni e modi di condotta di individui e di gruppi. Pertanto, quando una posizione o condotta non è corretta, il Movimento di Resistenza Islamico ha il diritto di sottolineare l’errore, di mettere in guardia contro di esso, di insistere nel sottolineare la verità e nel giudicare il problema cui si trova di fronte con imparzialità. La sapienza è lo scopo del credente, e vi si deve aggrappare dovunque la trovi.

“Allah non ama che venga conclamato il male, eccetto da parte di colui che lo ha subito. Allah tutto ascolta e conosce. Che facciate il bene pubblicamente o segretamente o perdoniate un male, Allah è indulgente, onnipotente” (Corano 4, 148-149).

B. Movimenti nazionalisti nell’arena palestinese

Articolo 25

Hamas rispetta i movimenti nazionalisti, comprende le condizioni in cui si trovano e i fattori che li influenzano e li circondano. Li sostiene, nella misura in cui essi non si alleano con l’Est comunista o con l’Ovest crociato. Rassicura coloro che ne sono membri o simpatizzanti che il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento di jihad morale, responsabile nella sua visione della vita e nelle sue azioni verso gli altri. Ha in orrore l’opportunismo e vuole solo il bene degli altri, che si tratti di individui o di gruppi. Non ricerca il guadagno materiale o la fama personale, né chiede premi per sé al popolo. Si affida alle sue stesse risorse, per quanto siano disponibili, così come è scritto: “Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete” (Corano 8, 60). Tutto è fatto per compiere il proprio dovere e conquistarsi il favore di Allah. Non ha ambizioni al di fuori di questa.

Tutte le correnti nazionaliste che operano nell’arena palestinese per la liberazione della Palestina possono essere sicure che Hamas è, definitivamente e irrevocabilmente, una fonte di aiuto e di assistenza per esse, nella parola e nell’azione, nel presente e nel futuro. È qui per unire, non per dividere; per conservare, non per disperdere; per mettere insieme, non per frammentare. Valorizza ogni parola gentile, ogni sforzo devoto e opera buona. Chiude la porta ai dissensi marginali e non ascolta le voci e i pettegolezzi, per quanto al tempo stesso si riservi il diritto all’autodifesa. Tutto quanto sembra essere contrario o contraddire questi orientamenti è propaganda diffusa dal nemico o da coloro che lo aiutano, allo scopo di seminare confusione, dividere le fila e trascinarci in controversie marginali.

“O credenti, se un malvagio vi reca una notizia, verificatela, affinché non portiate, per disinformazione, pregiudizio a qualcuno e abbiate poi a pentirvi di quel che avrete fatto” (Corano 49, 6).

Articolo 26

Per quanto il Movimento di Resistenza Islamico veda con favore quei movimenti nazionalisti palestinesi che non sono leali all’Est, né all’Ovest, si riserva il diritto di discutere gli eventi, sia locali sia internazionali, che riguardano il problema palestinese. Questo dibattito obiettivo mette alla luce in quale misura questi eventi coincidano con l’interesse nazionale, ovvero lo danneggino, alla luce di un punto di vista islamico.

C. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina

Articolo 27

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ci è più vicina di ogni altra organizzazione: comprende i nostri padri, fratelli, parenti e amici. Come potrebbe un buon musulmano respingere suo padre, suo fratello, il suo parente o il suo amico? La nostra patria è una, la nostra tragedia è una, il nostro destino è uno, e il nemico è comune.

A causa delle circostanze in cui è avvenuta la formazione dell’OLP, e la confusione ideologica che prevale nel mondo arabo a causa dell’invasione ideologica che lo ha colpito dopo le Crociate e che è proseguita con l’orientalismo, il lavoro dei missionari e l’imperialismo, l’OLP ha adottato l’idea di uno Stato laico, ed ecco quello che ne pensiamo. L’ideologia laica è diametralmente opposta al pensiero religioso. Il pensiero è la base per tutte le posizioni, i modi di comportamento e le decisioni.

Pertanto, nonostante il nostro rispetto per l’OLP – e per quello che potrà diventare in futuro –, e senza sottovalutare il suo ruolo nel conflitto arabo-israeliano, ci rifiutiamo di servirci del pensiero laico per il presente e per il futuro della Palestina, la cui natura è islamica. La natura islamica della questione palestinese è parte integrante della nostra religione, e chi trascura una parte integrante della sua religione certamente è perduto.

“Chi altri avrà dunque in odio la religione di Abramo, se non colui che coltiva la stoltezza nell’animo suo?” (Corano 2, 130).

Quando l’OLP avrà adottato l’islam come il suo sistema di vita, diventeremo i suoi soldati e la legna per i suoi fuochi che bruceranno i nemici. Fino a quando questo non avvenga – ma preghiamo Allah perché avvenga presto – la posizione del Movimento di Resistenza Islamico rispetto all’OLP è quella di un figlio di fronte al padre, di un fratello di fronte al fratello, di un parente di fronte al parente che soffre per il dolore dell’altro quando una spina gli si è conficcata addosso, che sostiene l’altro nella sua lotta con il nemico e gli augura di essere ben guidato e giusto.

I fratelli, i fratelli! Colui che non ha fratello è come chi va in battaglia senza armi. Un cugino per un uomo svolge il ruolo delle migliori ali, e forse il falco si leva in volo senza ali?

D. Gli Stati e governi arabi e islamici

Articolo 28

L’invasione sionista è veramente malvagia. Non esita a prendere ogni strada e a ricorrere ai mezzi più disonorevoli e ripugnanti per compiere i suoi desideri. Nelle sue attività di infiltrazione e spionistiche, si affida ampiamente alle organizzazioni clandestine che ha fondato, come la massoneria, il Rotary Club e i Lions Club, e altri gruppi spionistici. Tutte queste organizzazioni, siano segrete o aperte, operano nell’interesse del sionismo e sotto la sua direzione. Il loro scopo è demolire le società, distruggere i valori, violentare le coscienze, sconfiggere la virtù, e porre nel nulla l’islam. Sostengono il traffico di droga e di alcol di tutti i tipi per facilitare la loro opera di controllo e di espansione.

Ai paesi arabi che confinano con Israele chiediamo di aprire i loro confini ai combattenti, ai figli dei popoli arabi e islamici, per permettere loro di svolgere il loro ruolo, e di unire i loro sforzi a quelli dei loro fratelli, i fratelli musulmani della Palestina.

Come minimo, gli altri Stati arabi e islamici devono aiutare i combattenti concedendo loro libertà di movimento.

Non dobbiamo mancare di ricordare a ogni musulmano che, quando gli ebrei hanno conquistato la nobile Gerusalemme nel 1967, di fronte alle porte della benedetta moschea di al-Aqsa, gridavano con gioia: “Muhammad è morto, e ha lasciato dietro di sé solo donnicciole”.

Israele, in quanto Stato ebraico, e i suoi ebrei sfidano l’islam e tutti i musulmani. “Così gli occhi dei codardi non dormono”.

E. Associazioni nazionaliste religiose, istituzioni intellettuali del mondo arabo e islamico

Articolo 29

Il Movimento di Resistenza Islamico spera che le associazioni nazionaliste religiose lo sosterranno a tutti i livelli, lo aiuteranno, adotteranno le sue posizioni, promuoveranno le sue attività e azioni, e solleciteranno per esso ulteriore aiuto, così trasformando i popoli islamici nei suoi amici e sostenitori, e aiutandolo a entrare in tutti i campi umani e materiali così come nei mezzi di comunicazione, nel tempo e nello spazio. Questo scopo potrà essere ottenuto organizzando conferenze di solidarietà e pubblicando dichiarazioni di chiarificazione, articoli di sostegno, e opuscoli religiosi che rendano le masse consapevoli del problema palestinese, di che cosa il movimento ha di fronte e di quanto si complotta contro di esso. Dovranno pure mobilitare i popoli islamici dal punto di vista ideologico, educativo e culturale, così che possano svolgere il loro ruolo in questa decisiva guerra di liberazione, così come svolsero il loro ruolo nello sconfiggere le Crociate, mettere in fuga i tartari, e salvare la civiltà umana. E tutto questo non è difficile per Allah.

“Allah ha scritto: ‘Invero vincerò, Io e i Miei messaggeri’. In verità Allah è forte, eccelso” (Corano 58, 21).

Articolo 30

Gli scrittori, gli intellettuali, gli operatori dei mezzi di comunicazione, i predicatori, gli insegnanti e gli educatori, e tutti i diversi settori del mondo arabo e islamico, tutti sono chiamati a svolgere il loro ruolo e a compiere il loro dovere di fronte alla ferocia dell’invasione sionista, alla sua infiltrazione in molti paesi, e al suo controllo di ricchezze e di mezzi di comunicazione, con tutto quel che ne consegue, nella maggioranza dei paesi del mondo.

Il jihad non è limitato a portare le armi e affrontare militarmente il nemico. La parola buona, l’articolo eccellente, il libro utile, sostengono e aiutano dal canto loro il jihad per la gloria di Allah, fino a quando le intenzioni sono sincere e si intende fare della bandiera di Allah il vessillo più alto.

“Chiunque offre l’equipaggiamento a un cavaliere per la gloria di Allah, è come se fosse cavaliere egli stesso. E chiunque ha aiutato efficacemente il cavaliere rimanendo con la sua famiglia, davvero è stato egli stesso cavaliere” (riferito da al-Bukhari, Muslim, Abu-Dawud, e al-Tirmidhi).

F. I membri di altre religioni

Articolo 31

Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento umanistico. Si occupa dei diritti umani, e si impegna a mantenere la tolleranza islamica nei confronti dei seguaci di altre religioni. È ostile solo a coloro che mostrano ostilità nei riguardi dell’islam, si mettono di traverso al suo cammino per arrestarlo o ostacolano i suoi sforzi.

All’ombra dell’islam, è possibile ai seguaci delle tre religioni – islam, cristianesimo ed ebraismo – coesistere in pace e sicurezza. Anzi, pace e sicurezza sono possibili solo all’ombra dell’islam, e la storia antica e quella recente sono le migliori testimoni di questa verità.

I seguaci di altre religioni devono smettere di combattere l’islam a proposito del dominio di questa regione. Perché se fossero loro a dominare, non ci sarebbero altro che lotta, torture ed esilio; sarebbero disgustati gli uni degli altri al loro interno, per non parlare dei seguaci di altre religioni. Il passato e il presente sono pieni di prove di questa verità.

“Vi combatteranno uniti solo dalle loro fortezze o dietro le mura. Grande è l’acrimonia che regna fra loro. Li ritieni uniti, e invece i loro cuori sono discordi: è gente che non ragiona” (Corano 59, 14).

L’islam concede a ciascuno i suoi diritti, e impedisce l’aggressione contro i diritti degli altri.

Le pratiche naziste dei sionisti contro il nostro popolo non dureranno neppure per il tempo della loro invasione. “Perché lo stato di oppressione dura soltanto un’ora, mentre lo stato di giustizia dura fino al giorno del giudizio”.

“Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Allah ama coloro che si comportano con equità” (Corano 60, 8).

Il tentativo di isolare il popolo palestinese

Articolo 32

Il sionismo mondiale e le forze imperialiste hanno tentato, attraverso astute manovre e un’attenta programmazione, di rimuovere gli Stati arabi, uno dopo l’altro, dal circolo del conflitto con il sionismo, così da trovarsi di fronte al popolo palestinese da solo. L’Egitto è già stato rimosso dal circolo del conflitto, in gran parte attraverso gli accordi traditori di Camp David, e ha cercato di trascinare altri Stati arabi in accordi simili, per rimuovere anche loro dal circolo del conflitto.

Il Movimento di Resistenza Islamico chiama i popoli arabi e islamici a fare uno sforzo serio e incessante per prevenire la realizzazione di questo orribile piano e per rendere le masse consapevoli del pericolo di ritirarsi dal circolo del conflitto con il sionismo. Oggi si tratta della Palestina, domani di uno o più altri paesi. Perché lo schema sionista non ha limiti, e dopo la Palestina cercherà di espandersi dal Nilo all’Eufrate. Quando avrà digerito la regione di cui si è cibato, guarderà avanti verso un’ulteriore espansione, e così via. Questo è il piano delineato nei Protocolli degli Anziani di Sion, e il comportamento presente del sionismo costituisce la migliore testimonianza di quanto era stato affermato in quel documento.

Abbandonare il circolo del conflitto con il sionismo è alto tradimento e risulterà in una maledizione sul colpevole.

“Chi in quel giorno volgerà loro le spalle – eccetto il caso di stratagemma per [meglio] combattere o per raggiungere un altro gruppo – incorrerà nella collera di Allah e il suo rifugio sarà l’Inferno. Qual triste rifugio!” (Corano 8, 16).

Dobbiamo mettere insieme le nostre forze e capacità per affrontare questa invasione malvagia, nazista e tartara. Altrimenti, perderemo le nostre patrie, i loro abitanti perderanno le loro case, la corruzione si diffonderà sulla Terra, tutti i valori religiosi saranno distrutti. Che ognuno sappia che ne sarà responsabile di fronte ad Allah.

“Chi avrà fatto [anche solo] il peso di un atomo di bene lo vedrà, e chi avrà fatto [anche solo] il peso di un atomo di male lo vedrà” (Corano 99, 7-8).

All’interno del circolo del conflitto con il sionismo, il Movimento di Resistenza Islamico si considera la punta di lancia o l’avanguardia. Si unisce a tutti coloro che sono attivi nell’arena palestinese. Quello che rimane da fare è un’azione continua da parte dei popoli arabi e islamici, e delle organizzazioni islamiche nel mondo arabo e musulmano, perché sono queste a essere meglio preparate per la prossima fase della lotta contro gli ebrei, i mercanti di guerre.

“Abbiamo destato tra loro odio e inimicizia fino al giorno della resurrezione. Ogni volta che accendono un fuoco di guerra, Allah lo spegne. Gareggiano nel seminare disordine sulla Terra, ma Allah non ama i corruttori” (Corano 5, 64).

Articolo 33

Il Movimento di Resistenza Islamico parte da questi concetti generali, che sono coerenti con norme universali e seguono il corso del destino nel confronto e nella lotta con il nemico in difesa dell’essere umano musulmano, della civiltà islamica, e dei santuari islamici, primo fra i quali è la benedetta moschea di al-Aqsa. Chiede con urgenza ai popoli arabi e islamici, ai loro governi, e alle loro associazioni popolari e ufficiali di mostrare timore di Allah nel loro atteggiamento di fronte al Movimento di Resistenza Islamico e di essere, secondo la volontà di Allah, i suoi sostenitori e partigiani, garantendogli l’aiuto e l’assistenza finché il dominio di Allah sia assicurato. Così ogni fila seguirà l’altra, i combattenti del jihad seguiranno altri combattenti del jihad, e le masse sorgeranno da ogni parte del mondo islamico in risposta all’appello al dovere, ripetendo: Venite al jihad! Questo appello squarcerà le nubi nei cieli, e risuonerà finché la liberazione non sia realizzata, gli invasori siano vinti, e la vittoria di Allah sia assicurata.

“Allah verrà in aiuto di coloro che sostengono [la Sua religione]. In verità Allah è forte e possente” (Corano 22, 40).

Capitolo V

La testimonianza della storia

Il confronto con gli aggressori nel corso della storia

Articolo 34

Fin dall’alba della storia, la Palestina è stata l’ombelico della Terra, il centro dei continenti, e l’oggetto dell’avidità per gli avidi. Il Messaggero – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui – sottolinea questo fatto in un suo nobile hadith, in cui si rivolge al suo venerabile compagno Mu’az bin Jabal [?-640], dicendo: “O Mu’az, Allah conquisterà la Siria per te, quando sarò morto, da al-‘Arish all’Eufrate. I suoi uomini, donne e schiavi diventeranno guardie di frontiera fino al giorno della resurrezione. Se qualcuno di voi sceglierà di rimanere nelle pianure siriane o palestinesi, rimarrà sempre in stato di jihad fino al giorno della resurrezione”.

Gli avidi hanno posto gli occhi sulla Palestina più di una volta, e la hanno invasa in armi perseguendo le loro aspirazioni. Fu invasa da orde di crociati, che portavano con sé la loro fede e alzavano la loro croce. Riuscirono a vincere i musulmani per un momento, e per circa due decenni i musulmani non riuscirono a rialzare la testa, finché si riunirono all’ombra della loro bandiera religiosa, furono capaci di unirsi, resero gloria al loro Signore e partirono per il jihad sotto la guida del Saladino. Così venne l’ovvia vittoria, le Crociate furono sconfitte, e la Palestina liberata.

“Di’ ai miscredenti: ‘Presto sarete sconfitti. Sarete radunati nell’Inferno. Che infame giaciglio!’” (Corano 3, 12).

Questa è l’unica via alla liberazione. La testimonianza della storia non lascia dubbi. È una delle regole dell’universo, è una delle leggi dell’esistenza. Solo il ferro può spezzare il ferro, solo la vera fede dell’islam può sconfiggere la loro credenza falsa e corrotta. La fede può essere combattuta solo dalla fede. In ultimo, la vittoria appartiene alla verità, perché la verità non può essere che vittoriosa.

“Già la Nostra Parola pervenne agli inviati Nostri servi. Saranno loro a essere soccorsi, e le Nostre schiere avranno il sopravvento” (Corano 37, 171-173)

Articolo 35

Il Movimento di Resistenza Islamico considera seriamente la sconfitta dei crociati per opera del Saladino e la liberazione della Palestina da loro, così come la disfatta dei tartari a ‘Ain Jalut [il 3 settembre 1260], quando la loro schiena fu spezzata per mano di [Sayf al-Din] Qutuz [?-1260, sultano dell’Egitto dal 1259 al 1260] e al-Zahir Baybars [1223-1277, generale del sultano Qutuz, poi – dopo avere assassinato Qutuz – sultano dell’Egitto dal 1260 al 1277] e il mondo arabo fu riscattato dal flagello dei tartari, che aveva distrutto tutti gli aspetti della civiltà umana. Il movimento trae le sue lezioni e i suoi esempi da questi eventi. L’invasione sionista dei nostri giorni è stata preceduta dall’invasione crociata dall’Ovest, e – tra l’altro – dalle invasioni tartare dall’Est. Così come i musulmani hanno fatto fronte a queste invasioni e hanno concepito piani per combatterle e sconfiggerle, così ora possono affrontare l’invasione sionista e batterla. Questo non è certo difficile per Allah se le nostre intenzioni sono pure, se la nostra determinazione è sincera, se i musulmani traggono lezioni utili dall’esperienza passata, se si liberano delle vestigia dell’invasione ideologica occidentale, e se mettono a frutto l’esperienza dei loro predecessori.

Conclusione

Il Movimento di Resistenza Islamico e i suoi soldati

Articolo 36

Mentre continua la sua avanzata, il Movimento di Resistenza Islamico ricorda incessantemente a tutti i figli del nostro popolo, e ai popoli arabi e islamici, che non ricerca per se stesso fama, guadagno materiale, o avanzamento sociale. Il movimento non si dirige contro alcun membro del nostro popolo per competere con lui o per prendere il suo posto. Non c’è nulla di simile. Non sarà mai contro alcun figlio di musulmani, né contro i non musulmani che mantengono nei suoi confronti intenzioni pacifiche, qui o altrove. Sosterrà solo le associazioni e organizzazioni che operano fattivamente contro il nemico sionista e i suoi manutengoli.

Il Movimento di Resistenza Islamico accetta l’islam come uno stile di vita. È la sua vita e il suo standard normativo. Chiunque concepisce l’islam come uno stile di vita, qui o in altri paesi, che si tratti di un gruppo, un’organizzazione, uno Stato, ogni altra realtà, troverà all’interno del Movimento di Resistenza Islamico i suoi soldati, nulla di meno.

Chiediamo ad Allah di guidarci, e di guidare altri verso di noi, e di essere giudice fra noi e il nostro popolo con verità.

“O Signore nostro, giudica secondo verità, tra noi e il nostro popolo; Tu sei il Migliore dei giudici” (Corano 7, 89).

La nostra ultima preghiera è che sia lode ad Allah, il Signore dell’universo.

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[1] Le citazioni coraniche sono tratte da Il Corano, cura e traduzione di Hamza Roberto Piccardo. Revisione e controllo dottrinale della Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia, Newton & Compton, Roma 1996. Le parentesi quadre all’interno del testo dello Statuto sono del CESNUR.

Per approfondire
Collana “Religioni e Movimenti”:
Massimo Introvigne, Hamas. Fondamentalismo islamico e terrorismo suicida in Palestina
Elledici, Leumann (Torino) 2003

4 Gennaio 2009 Pubblicato da loriscosta | news from all over the world | , | Ancora nessun commento.

Solidarietà con Gaza: il mondo dice stop al massacro

MISSILI SU GAZA

TEL AVIV (Partito Comunista di Israele e Hadash, Fronte Democratico per la Pace e Uguaglianza), 26.12.2008

AMSTERDAM, 27.12.2008

ISTANBUL, 27.12.2008

MADRID, 27.12.2008

PARIGI, 27.12.2008

COPENHAGEN, 27.12.2008

LONDRA, 28.12.2008

ALGERI, 28.12.2008

NEW YORK, 28.12.2008

TORONTO, 28.12.2008

ROMA, 29.11.2008

29 Dicembre 2008 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Intifada, Israele, Online media, civil rights, comunicazione, diritti umani, freedom, genocide, genocidio, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics, religion, religione | , , , , | Ancora nessun commento.

Israele rilascerà 250 prigionieri palestinesi

Dopo un incontro tra Olmert e Abu Mazen a Gerusalemme, Israele annuncia il rilascio di 250 detenuti palestinesi.

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Un portavoce del primo ministro di Israele ha annunciato che per l’inizio di dicembre è previsto il rilascio di 250 prigionieri, in un «gesto di buona volontà». La decisione è stata presa dopo l’incontro tra Olmert e il Presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas), tenutosi a Gerusalemme per discutere sul deteriorarsi della situazione della sicurezza nella striscia di Gaza.

I 250 prigionieri saranno rilasciati in vista della prossima festa musulmana dell’Eid al Adha, la Festa del sacrificio. A quanto si è appreso i palestinesi che saranno scarcerati non saranno membri di Hamas o della Jihad Islamica e dovranno impegnarsi a rinunciare alla lotta armata contro Israele.

Come ha ricordato il quotidiano «Haaretz», l’ultimo rilascio di detenuti risale al 25 agosto scorso, in occasione di una visita del segretario di Stato americano Condoleezza Rice, quando vennero liberati 198 prigionieri

17 Novembre 2008 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Elections, History, Intifada, Israele, Oriente, civil rights, diritti umani, elezioni, freedom, guerra, human rights, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics, votazioni | , , , , , , , | Ancora nessun commento.