Loriscosta's Weblog

not only news from all over the world

Lanciare scarpe costa 3 anni

Ricordate il giornalista che aveva lanciato le scarpe a Bush?

Ecco come è andata a finire…

Baghdad 12 mar. – (Adnkronos/Aki) – Il giornalista iracheno Montazer al-Zaid e’ stato condannato a 3 anni di carcere dal tribunale di Baghdad per il lancio delle sue scarpe contro l’ex presidente americano, George W. Bush, in occasione della sua ultima visita in Iraq. Lo ha annunciato la tv araba ‘al-Arabiya’. In precedenza il giovane si era dichiarato non colpevole.

12 Marzo 2009 Pubblicato da loriscosta | Commenti, Iraq, TV, US imperialism, USA, opinioni politiche | , , , | Ancora nessun commento.

Intervista con Ahmed Yousef: “Arabi sempre divisi”

- Pubblicata in inglese il 29/1/2009 su bitterlemons-international.org 

 

Bitterlemons-International: La Guerra a Gaza, e il summit di Doha, hanno messo in mostra le profonde divisioni del mondo arabo?

Ahmed Yousef*: Gli Arabi sono sempre stati divisi. Queste divisioni sono residui dell’era coloniale di frammentazione e conquista. Non ho mai visto gli Arabi uniti su qualche questione. Ci sono sempre due o tre fazioni. Inoltre, la maggior parte dei regimi arabi è dittatoriale. Nessuno di essi vincerebbe delle reali elezioni o sopravvivrebbe in una vera democrazia.

Molti di essi sono regimi fantocci di capitali occidentali e ognuno cerca di soddisfare Washington mostrando qualche forma di amicizia o di comprensione nei confronti di Israele, in altre parole, soddisfano gli Israeliani per soddisfare Washington. Perciò qualche volta mettono Hamas nella fazione dell’Iran. Prima di ciò eravamo nella fazione dell’Arabia Saudita. Ma questo è solo quel che si dice.

B-I: E’ stato un Paese non-arabo, la Turchia, il primo a cercare una mediazione per un cessate il fuoco. Come avete accolto il ruolo di Ankara?

Yousef: Credo che la Turchia abbia giocato un ruolo molto positivo. Ankara ha contattato Hamas e l’Egitto. [Il Primo Ministro Recep Tayyip] Erdogan ha visitato la regione e incontrato molti leader arabi. Ha anche capito quanto gli Arabi fossero divisi, persino su questa questione. Ha cercato di aiutare gli Egiziani e di cooperare con la Francia riguardo cosa sia meglio per i Palestinesi e gli Israeliani, ma – e questa è la parte della sporca politica della regione – ognuno vuole dimostrare di essere lui ad avere il controllo. L’Egitto, per esempio, ha bisogno di far vedere di essere il Paese che gestisce l’immediato cessate il fuoco e fa di tutto per estenderlo.

Perciò, in definitiva, nonostante tutti questi sforzi, poiché gli Arabi sono divisi e qualche volta lavorano uno contro l’altro, abbiamo fallito nell’ottenere l’unità araba dietro la causa.

B-I: Che si può dire del ruolo degli USA nelle divisioni arabe?

Yousef: Beh, l’amministrazione americana ha giocato la sua parte, o meglio, la precedente amministrazione americana, con [il Presidente George W.] Bush che richiamava tutti a intimorire con minacce il Qatar, l’Egitto e l’Arabia Saudita. Gli USA sono responsabili della terribile situazione nella regione in generale. L’amministrazione Bush non è mai stata di aiuto alla regione, non ha assunto una forte posizione riguardo l’iniziativa araba e, con la pressione americana, i Paesi arabi sono in totale scompiglio. La pressione esercitata dagli USA ha spinto i Paesi arabi a non fare nulla e per questo i Paesi arabi non sanno cosa fare.

Perciò il disordine nella regione è causata dal fatto che Washington cerca soltanto di soddisfare gli Israeliani e non presta attenzione ad alcun Paese arabo né alle masse arabe, che hanno manifestato nelle strade con ogni sorta di sentimento anti-americano.

B-I: E per quanto riguarda la gente comune araba? C’è una divisione anche fra la gente e i loro governi?

Yousef: Sono rimasto sconcertato quando ho visto che persino con tutti quei milioni di persone che facevano dimostrazioni in Marocco, in Algeria, in Mauritania, in Egitto, nessuno dei governi sembrava spaventato. Paesi che non hanno neanche pensato di ritirare i loro ambasciatori o addetti d’ambasciata e non hanno mostrato alcuna inclinazione ad ascoltare le richieste delle loro stesse popolazioni.

Sono rimasto di sasso. Milioni di persone che si riversavano nelle strade e i governi non avevano paura? Sbalorditivo. Sono sicuro che qualcosa monterà; si è accumulato qualcosa. Un giorno o l’altro queste masse si solleveranno contro qualcuno di questi regimi.

B-I: La nuova amministrazione USA  eserciterà lo stesso tipo di pressione di quella precedente?

Yousef: Non credo che [Barack] Obama cercherà di intimorire con minacce alcun Paese. Penso che userà morbida diplomazia. Lavorerà con il dialogo, la discussione e la diplomazia.

B-I: Ciò porterà all’unità araba?

Yousef: No. Per questo ci vorranno ancora degli anni. Quando ci sarà la democrazia nel mondo arabo allora potremo parlare di unità, solidarietà, persino confederazione. Ma ci vorrà molto tempo.

Ahmed Yousef* è Viceministro degli Esteri di Hamas

 

 

2 Febbraio 2009 Pubblicato da susannacotugno | America, Commenti, Democracy, Intifada, Iran, Israele, Occidente, Oriente, Postcolonialism, US imperialism, USA, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, islam, news from all over the world, opinioni politiche, palestina, politica, politics, religion, religione, terrorismo | , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Lancio di scarpe contro Bush

15 dicembre 2008:George Bush in visita a Bagdad. Durante la conferenza stampa un reporter gli tira contro le sue scarpe.

15 Dicembre 2008 Pubblicato da susannacotugno | America, Commenti, Iraq, US imperialism, USA, guerra, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics, press, stampa | , , , | Ancora nessun commento.

Iraq: via le truppe Usa entro il 2011

Il governo iracheno ha approvato l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti che prevede il ritiro totale delle truppe

usa-iraq280x200

BAGDAD – Il governo iracheno ha approvato l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti che prevede il ritiro totale delle truppe americane entro la fine del 2011. L’accordo è stato approvato con 28 voti favorevoli su 38. C’era bisogno di una maggioranza di due terzi perché si potesse procedere a presentare l’accordo al parlamento. In questa sede per l’approvazione basta la maggioranza semplice.

150MILA SOLDATI – L’accordo è il risultato di un negoziato durato un anno e che spesso è stato condotto con toni aspri. Prevede la partenza dei circa 150mila soldati americani, che attualmente sono distribuiti su oltre 500 basi. Dalle città i soldati se ne andranno entro il 2009 e da tutto il territorio iracheno entro la fine del 2011, vale a dire otto anni dopo il crollo del regime di Saddam Hussein. La riunione del consiglio dei ministri è durata circa due ore. Il premier Nuri al Maliki, che ha fortemente voluto l’accordo, era già praticamente certo di ottenerne l’approvazione perché poteva contare sul sì della coalizione sciita e dei partiti curdi, che insieme hanno 19 ministri. Aveva anche l’appoggio degli indipendenti e di una parte dei ministri sunniti.

LA DECISIONE DEL PARLAMENTO – Il parlamento deve ora procedere a una doppia lettura con un voto definitivo a distanza di almeno sei giorni. Seguirà la ratifica da parte del consiglio presidenziale e solo a questo punto si potrà procedere alla firma ufficiale dell’accordo, presumibilmente a Washington, da parte di Maliki e del presidente americano George W. Bush. La Casa Bianca ha definito il testo un buon accordo, soddisfacente per entrambe le parti. Anche il grande ayatollah Sistani, maggiore autorità religiosa sciita del paese, ha dato un suo informale consenso. L’accordo dà un quadro giuridico certo alla presenza militare americana in Iraq alla scadenza del mandato Onu, alla fine di quest’anno.

 

16 Novembre 2008 Pubblicato da susannacotugno | America, Commenti, Iraq, US imperialism, USA, civil rights, diritti umani, guerra, human rights, neoimperialism, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics | , , , , | 1 Commento

Elezioni USA: -3 giorni

Stoccata Obama a McCain: s’e’ guadagnato appoggio Cheney

Maratona elettorale negli stati che votarono per Bush nel 2004

 

New York, 1 nov. (Apcom) – Nevada, Colorado, Missouri. L’ultimo sabato di campagna del senatore dell’Illinois Barack Obama è apparso come una sorta di maratona elettorale, alla conquista degli “stati rossi”, che quattro anno fa votarono per George W. Bush. E proprio la vicinanza tra John McCain e l’attuale presidente degli Stati Uniti è stato uno dei temi caldi della giornata, dopo il sostegno espresso dal vicepresidente Cheney al senatore dell’Arizona.

Obama non ha infatti rinunciato a lanciare l’ormai classica stoccata all’avversario, accomunandolo a Bush dopo l’endorsement di Cheney. “Se lo è guadagnato, si è schierato con George Bush e Dick Cheney il 90 per cento delle volte”, ha detto Obama. A rincarare la dose è stato Joe Biden, candidato democratico alla vicepresidenza: “Cheney oggi si è schierato con McCain, avete bisogno di altre prove sul fatto che sono uguali?”, ha detto parlando da Marion, in Ohio.

Il senatore dell’Illinois ha insistito sui temi che gli sono cari, promettendo sgravi fiscali per le famiglie, investimenti nello sviluppo di energie rinnovabili, assistenza sanitaria a costi più abbordabili e la fine della guerra in Iraq. Il messaggio lanciato, ripetuto senza sosta, ha fatto leva sul cambiamento che è stato il filo conduttore di tutta la corsa alla Casa Bianca: “se voterete per me martedì, non vinceremo solo le elezioni, insieme possiamo cambiare questo Paese e possiamo cambiare il mondo”.

Obama, che fra tre giorni potrebbe entrare nella storia come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, si è mostrato sicuro di sé e fiducioso, invitando i propri sostenitori ad andare in massa alle urne, consapevoli che “la posta in gioco non potrebbe essere più alta”. Sullo stesso tema ha insistito anche il suo avversario, il senatore dell’Arizona John McCain, indietro nei sondaggi ma convinto di potere essere protagonistadi una rimonta a sorpresa. Comunque vada, si arriverà a conclusione di un’elezione storica, durante la quale tutti i partecipanti non hanno risparmiato energie e fondi, arrivando a spendere, dalle primarie a oggi, complessivamente circa 2 miliardi di dollari.

La giornata di Obama era cominciata di buon ora, con un comizio a Henderson, in Nevada, da dove poi è andato prima a Columbus, quindi a Pueblo, in Colorado. Questa sera, il senatore di Chicago e l’aspirante first lady Michelle saranno a Springfield, in Missouri.

 

2 Novembre 2008 Pubblicato da susannacotugno | America, Commenti, Costituzione, Democracy, Elections, Presidenziali Usa, elezioni, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics, votazioni | , , , , | Ancora nessun commento.

LA TEMPESTA ECONOMICA

Bush: “Presto una conferenza sulla crisi”

Il presidente degli Stati Uniti ha ceduto alle pressioni del collega francese Nicolas Sarkozy e dei colleghi europei, offrendosi di ospitare una conferenza internazionale sulla crisi che ha scosso i mercati di tutto il mondo

 

 New York, 18 ottobre 2008 - Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush alla fine ha ceduto alle pressioni del collega francese Nicolas Sarkozy e dei colleghi europei, offrendosi di ospitare una conferenza internazionale sulla crisi che ha scosso i mercati di tutto il mondo. Il summit si terrà “nel prossimo futuro” ha detto lo stesso presidente, incontrando nella residenza di Camp David Sarkozy, presidente di turno dell’Unione Europea, e il presidente della Commissione José Manuel Barroso. Resta da chiarire tuttavia il carattere della conferenza internazionale e la data in cui si terrà.

L’impiccio per Bush non è di poco conto. Il summit non può tenersi subito: tra 18 giorni gli americani vanno alle urne per eleggere il loro prossimo presidente, e più l’America sente parlare della crisi, che porta il sigillo dei repubblicani al governo, più il candidato repubblicano John McCain affonda nei sondaggi. Ma la conferenza non può neppure tenersi troppo tardi: dopo il voto a Bush non resteranno che poche settimane di governo e il suo peso politico sarebbe praticamente nullo.

Gli europei, dal canto loro, fanno fretta: Sarkozy vorrebbe il summit “se possibile, entro la fine di novembre”. Bush dal tuttavia resta sul vago, parla di “creare le condizioni perché una crisi come quella attuale non si ripeta” e sottolinea la necessità che “i leader mondiali lavorino insieme all’emergenza”.

Ma come? Sarkozy e Barroso chiedono a Bush molto più di un summit. I due rappresentanti europei premono per il sostegno di Washington a una riforma globale dei sistemi finanziari. La conferenza internazionale servirebbe proprio a stabilire le linee guida della riforma, in maniera simile agli accordi di Bretton Woods, nel 1944. Quando la Seconda Guerra Mondiale era ancora in atto, oltre settecento delegati dei 44 Paesi allineati si incontrarono in un albergo del New Hampshire gettando le fondamenta di un nuovo ordine monetario internazionale. Se ha acconsentito all’ipotesi del summit, non ci sono indicazioni che Bush abbia però sposato l’idea di lavorare a un nuovo ordine monetario a pochi giorni dalla pensione.
Barroso lo ha invece ribadito con chiarezza: “Serve una risposta urgente – ha detto, a Camp David – abbiamo bisogno di un nuovo ordine finanziario”.

Dove si terrà il vertice? Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha proposto il Palazzo di Vetro di New York a Bush e Sarkozy ipotizzando una conferenza “al più tardi a dicembre”.

Cruciale è anche determinare chi saranno gli invitati alla conferenza. Sarkozy vorrebbe riunire i paesi del G8, allargando anche ai cinque Paesi in maggiore espansione economica: la Cina, l’India, il Brasile, il Messico e il Sudafrica e a un paese arabo. Il buon senso suggerirebbe tuttavia che un tale incontro toccasse al successore di Bush, che presterà giuramento nella seconda metà di gennaio.

Entrambi i candidati alla successione, il repubblicano John McCain e il democratico Barack Obama, hanno preso le distanze in maniera decisa dalla gestione dell’economia del governo uscente.Bush potrebbe ritrovarsi nell’insolito ruolo di ambasciatore del proprio successore.

Un ultimo elemento è intervenuto a complicare la questione, il nuovo scandalo del Fondo Monetario Internazionale. Il direttore generale, il francese Dominique Strauss-Kahn, è alle prese con un’accusa che somiglia in maniera clamorosa a quella costata la poltrona al suo predecessore Paul Wolfowitz. Strauss-Kahn è a centro di una indagine interna al Fondo per favoritismi a una dipendente con la quale aveva una relazione. Wolfowitz lasciò l’istituto di Washington proprio per aver concesso una promozione e uno stipendio da capogiro alla fidanzata del tempo. Il direttore del Fmi aveva sottolineato come la crisi fosse la prova che “i mercati non possono regolarsi da soli”, esprimendo scetticismo all’idea di una nuova Bretton Woods.

20 Ottobre 2008 Pubblicato da susannacotugno | America, Capitalism, Commenti, Democracy, Economia, economy, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics | , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Quando i complimenti si sprecano…

Berlusconi da Bush: “Sempre con gli Usa”

Il Giornale lunedì 13 ottobre 2008, 15:53

Washington – È in corso alla Casa Bianca la cerimonia di Stato in onore del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Conclusa la cerimonia Berlusconi si recherà nella “blue room” per il rito dello scambio dei doni con il presidente Bush. Si tratta di un raffinato vaso di Ginori con raffigurate le tre grazie e cravatte e foulard di Marinella.

Bush: “Mi piace il suo ottimismo senza limiti” “Ho con il presidente Berlusconi un rapporto eccellente, e un genuino rispetto. Ne ho apprezzato l’amicizia e la saggezza. È un uomo sincero, capace di parole chiare e leali, capace di mantenere la parola data e mi piace il suo ottimismo senza limiti”. Queste le parole di benvenuto rivolte dal presidente Usa George W. Bush a Silvio Berlusconi, accogliendolo alla casa Bianca. Concludendo, in italiano, Bush ha detto: “Benvenuto per questo Columbus Day”

Berlusconi: “Bush un grande presidente” “La storia dirà che George W. Bush è stato un grande, grandissimo presidente degli Stati Uniti”: lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella cerimonia di benvenuto organizzata alla Casa Bianca.

L’Italia serve la pace nel mondo
“Continueremo a restare al vostro fianco finchè i nemici della libertà, che non hanno alla base delle loro decisioni l’amore, non saranno completamente sconfitti” ha precisato Berlusconi. L’Italia “serve la causa della pace e della stabilità in Libano, Kosovo e Bosnia” e ha mostrato il proprio impegno a sostegno della “crescita delle democrazie e della difesa degli innocenti” in Afghanistan e in Iraq: lo ha detto il presidente americano George W.Bush a Silvio Berlusconi, nella cerimonia di benvenuto alla Casa Bianca. “L’America è orgogliosa – ha detto Bush a Berlusconi – di essere vostro alleato in missioni che porteranno un mondo migliore e più sicuro”.

Uniti nella lotta al terrorismo “Lavoreremo insieme per sconfiggere i nemici della libertà e le persone che non hanno l’amore alla base delle proprie azioni”. Il presidente Berlusconi ha garantito che il sostegno dell’Italia non verrà mai meno. Sulla stessa linea anche Bush, che ha ribadito la determinazione a combattere “i nemici finchè non saranno sconfitti. Faremo scudo contro la brutalità”. Bush ha lodato l’impegno dell’Italia per aver schierato truppe in Afghanistan e in altre missioni Nato. “Sono orgoglioso della vostra alleanza”, ha detto il presidente americano.

Crisi: Usa ed Europa agiscano insieme Silvio Berlusconi si dice fiducioso che ci siano mezzi e modalità per riuscire ad impedire che la crisi finanziaria colpisca l’economia reale e che la cosa più importante è il coordinamento messo in campo da Stati Uniti ed Europa per affrontare la situazione. “La cosa più importante è che l’America e l’Unione Europea possano agire di concerto ed in modo coordinato”, ha ribadito Berlusconi alla Casa Bianca. Il premier italiano ha detto, dopo l’incontro di ieri a Parigi con i Paesi della Zona Euro, che sono stati fatti passi per prevenire che la tempesta finanziaria colpisca l’economia reale: “Sono al 100% sicuro e fiducioso che noi abbiamo i mezzi e le armi per prevenire che ciò accada e che il benessere di cui godono i nostri cittadini possa essere colpito da ciò”.

P.S. A me, a leggere tutte queste “zuccherinate” è venuto il diabete…E voi che ne pensate???

13 Ottobre 2008 Pubblicato da susannacotugno | Berlusconi, Capitalism, Commenti, Democracy, Occidente, neoliberalism, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politica italiana, politics | , , , , , | Ancora nessun commento.

I governi del G7 mettono in gioco 2000 miliardi di dollari

di Mario Platero

Il Sole24Ore, 12 ottobre 2008

WASHINGTON – Dopo un comunicato del G7 che gli analisti hanno giudicato in prima battuta “blando” e non sufficientemente aggressivo di fronte alla crisi finanziaria sistemica con cui si confronta il Pianeta, i singoli paesi del G7 cercheranno di passare dalle parole ai fatti. A Washington in ambienti vicini al Gruppo dei Sette, si da certo che Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania metteranno in pratica a breve misure straordinarie che potrebbero mobilitare, una volta erogati i fondi, una disponibilità di danaro complessiva superiore ai 2000 miliardi di dollari. C’e’ intanto il pacchetto americano da 700 miliardi di dollari che potrebbe essere già in parte mobilitato per rafforzare il capitale di Morgan Stanley, la prestigiosa banca d’affari che versa in gravi difficolta’ e ha disperato bisogno di un aumento di capitali o di un accesso a importanti quantitativi di liquidita’.

Fonti autorevoli raccolta a Washington inoltre danno per certo che oggi a Parigi, alle riunioni dei 14 leader europei, il Cancelliere tedesco Angela Merkel presenterà un pacchetto da circa 400 miliardi di euro (circa 536 miliardi di dollari). Il pacchetto includerà garanzie dello stato e l’opzione per la partecipazione diretta nel capitale delle istituzioni in difficoltà. L’erogazione sarà condizionata a certi impegni che dovranno essere sottoscritti dalle banche e il pacchetto potrebbe essere discusso e approvato già domani mattina a Berlino. La Gran Bretagna metterà sul tavolo il suo piano da 400 miliardi di sterline, circa 682 miliardi di dollari già annunciato la settimana scorsa, con l’autorizzazione all’acquisto di titoli fino a 50 miliardi di sterline e garanzie a breve e medio termine per altri circa 100 miliardi di sterline.

Ma il fatto nuovo e’ che alcune delle banche inglesi hanno annunciato che entro le sette del mattino di lunedi’ presenteranno i dettagli della loro partecipazione al piano di salvataggio messo a punto dal governo inglese. Il piano prevede l’annuncio delle dimissioni di alcuni dei manager delle banche in difficoltà ad esempio Fred Goodwin, l’amministratore delegato di Royal Bank of Scotland. Ma secondo le indiscrezioni che circolano a Washington le autorità potrebbero anche richiedere la chiusura temporanea di alcune attività di Borsa per consentire agli investitori di analizzare nel dettaglio il progetto, che dovrebbe portare liquidità al sistema e consentire ai mercati del credito di riprendere a funzionare.

Questi dettagli sono certamente più concreti di quelli che avevamo appreso venerdì sera. Danno corpo al comunicato in cinque punti del G7 che diventa una sorta di ombrello guida al di sotto del quale i paesi cercano lo stesso di coordinare, pur con diverse politiche fiscali, gli interventi per poter rispondere alle sfide del mercato globale.
Proprio quello che aveva chiesto mattina il Presidente George W. Bush quando e’ apparso coi ministri finanziari del G7 nel Giardino delle Rose della Casa Bianca.
“I mercati in agitazione richiedono una seria risposta globale” ha detto il Presidente. E subito dopo ha aggiunto:”la crisi e diffusa a livello mondiale e non potra’ essere risolta in tempi brevissimi… Useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per risolvere i problemi di liquidita’, ci troviamo nel mezzo di questa crisi insieme e ne usciremo insieme” ha detto il Presidente nel suo terzo discorso do questa settimana.
Poi, in serata, i ministri del G7 si sono riuniti con altri 12 paesi membri del G20 piu’ il rappresentante dell’Unione Europea. Il G7 ha cercato cosi’ di estendere anche a un gruppo maggiormente rappresentativo dell’economia globale il pacchetto di aiuti perche’ potesse essere sottoscritto con entusiasmo analogo a quello manifestato venerdi’ dai sette grandi in occasione delle rispettive conferenze stampa.

 

La crisi raggiunge anche il Sudamerica: la divisa brasiliana perde il 45% in 40 giorni
 
Strauss-Kahn: «Il sistema finanziario è
sull’orlo di un collasso sistemico»
 
Bush al G7: «Necessaria una risposta globale alla crisi»
 
Ora la Cina partecipa al gioco di squadra (di Luca Vinciguerra)
 
Crisi mercati, Fmi: collaborare con i Paesi emergenti
 
Le critiche della Cina ai ricchi: debole disciplina finanziaria
 
I sette grandi: «Non lasceremo fallire le banche»
 
Appello degli economisti al G7. Le tre priorità per i leader globali

12 Ottobre 2008 Pubblicato da susannacotugno | Capitalism, Commenti, Economia, U.E., economy, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics | , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Georgia between Russia and the US

The Return of Russia
by Serge Halimi

mrzine monthlyreview , 28/08/2008

On the 16th of August, President George W. Bush correctly invoked, with all seriousness, the “resolutions” of the “United Nations Security Council” and the “sovereignty and independence and territorial integrity” of Georgia whose “borders should command the same respect as every other nation’s.”  It follows that only the United States must have the right to act unilaterally when it perceives (or pretends) that its security is at stake.  In reality, this series of events follows a simpler logic: Washington uses Georgia (and vice versa) to work against Russia;  Moscow uses not only South Ossetia but also Abkhazia to “punish” Georgia.

Since 1992, two reports of the Pentagon have explored the question of how to prevent a possible resurgence of the then crumbling Russian power.  These reports indicated that, to perpetuate the American hegemony born of the victory of the United States in the Gulf War and the breakup of the Soviet bloc, it was important to “[convince] potential competitors that they need not aspire to a greater role.”   And, failing to convince them, Washington must “discourage” them.  The main target of these considerations?  Russia, “the only power in the world with the capability of destroying the United States.”2

Can we then blame the Russian leadership for having experienced Western assistance to the “color revolutions” in Ukraine and Georgia, former Warsaw Pact allies’ membership in the NATO, and the installation of American missiles on Polish soil as elements of the old strategy aimed to weaken their country, whatever its regime?  Besides, Mr. Bernard Kouchner, French Foreign Minister, admitted as much: “Russia has become a great power, which is worrisome.”3

The architect in 1980 of the very dangerous Afghan strategy of Washington (giving military support to Islamists to defeat communists. . .), Mr. Zbigniew Brzezinski has spelled out another aspect of the American design: “Georgia is of strategic importance because we have access through Georgia, through a pipeline that runs from Baku, the capital of Azerbaijan, through Tbilisi, the capital of Georgia, down to Turkey, and to the Mediterranean Ocean, a pipeline which gives us access to the oil, and soon also the gas, that lies not only in Azerbaijan, but beyond it in the Caspian Sea, and beyond it in Central Asia.  So, in that sense, it’s a major and very important strategic asset to us.”4  Mr. Brzezinski cannot be accused of inconstancy: even when Russia was at its nadir in the era of Boris Yeltsin, he was trying to chase it out the Caucasus and Central Asia to secure energy supply for the West.5  Since then, Russia has fared better, the United States worse, and oil is now more expensive.  A victim of its own president’s provocations, Georgia is being buffeted by the clash of these three dynamics.

 

2  Cf. Paul-Marie de La Gorce, “Washington et la maîtrise du monde,” Le Monde diplomatique, April 1992.

3  Interview, Journal du dimanche, Paris, 17 August 2008.

4  Bloomberg Television, 12 August 2008.

5  Zbigniew Brzezinski, Le Grand Echiquier, Paris: Bayard, 1997.


Serge Halimi is a French journalist of Tunisian origin.  He has written for Le Monde diplomatique since 1992 and served as the magazine’s editorial director since March 2008.  The original article “Retour russe” appears in the September 2008 issue of Le Monde diplomatique.  English translation by Yoshie Furuhashi.

 

 

28 Agosto 2008 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Economia, Georgia, History, Russia, US imperialism, economy, freedom, guerra, human rights, neoimperialism, neoliberalism, news from all over the world, opinioni politiche | , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Israel fürchtet die Ära nach Bush

Warum Israel mit Bush zufrieden ist

Jerusalem weiß den US-Präsidenten immer an seiner Seite und fürchtet sich schon vor Barack Obama.
Ein Kommentar von Thorsten Schmitz  aus der SueddeutscheZeitung

AP
vergrößern Israel sieht man bereits mit Misstrauen auf Barack Obama, der sogar die Bereitschaft äußert, mit Iran zu verhandeln.

Auf seiner letzten Reise in den Nahen Osten hat US-Präsident George W. Bush nicht den Friedensprozess vorangetrieben, sondern politische Lager gebildet. Israel wurde von ihm als einzige Demokratie in der Region bezeichnet und nicht etwa daran erinnert, dass die Besatzungspolitik mit dem Friedensfahrplan unvereinbar ist.

Die Palästinenser und die arabischen Staaten aber tadelte Bush und mahnte deren Führer, sie sollten demokratische Zustände schaffen und ihren Völkern “die Würde und den Respekt erweisen, den sie verdienen”.

Israel und der erneut unter Korruptionsverdacht stehende Regierungschef Ehud Olmert brauchen so einen amerikanischen Präsidenten und fürchten bereits die Ära nach Bush. Dessen Welt ist deckungsgleich mit der Olmerts. In ihr sind Araber und Palästinenser böse, und Israel muss daher in Schutz genommen werden.

Die Freundschaft zwischen Washington und Jerusalem ist auch deshalb so eng, weil Bush keine Kritik an Israel übt. In Israel sieht man dagegen bereits mit Misstrauen auf Barack Obama, der sogar die Bereitschaft äußert, mit Iran zu verhandeln.

Israel sieht die Isolationsfront gegenüber Teheran bröckeln. Nur noch sieben Monate, dann sind Bush und seine einseitige Nahost-Politik Geschichte. Mit Missfallen wurde am Montag in Jerusalem auch zur Kenntnis genommen, dass Frankreich Kontakt zur palästinensischen Hamas aufgenommen hat.

Israel hat dem Raketenregen aus dem Gaza-Streifen derzeit kein anderes Konzept entgegenzusetzen als ebenfalls Raketenregen. Und die Rufe nach einer groß angelegten Militär-Operation in dem von der Hamas beherrschten Gebiet werden bereits laut.

Israels Regierung wüsste Bush auch dabei an ihrer Seite. Die US-Administration hält nichts von einem Dialog mit der Hamas, ebenso wenig wie von Gesprächen mit der libanesischen Hisbollah und dem syrischen Staatschef. Das Rezept heißt: Gewalt mit Gegengewalt vergelten.

Politik dient in Israel in erster Linie der Machtsicherung, und Olmert steht mit dem Rücken zur Wand. Er ist der Regierungschef mit den geringsten Zustimmungsraten in der Geschichte des Landes. Ein Einmarsch in den Gaza-Streifen könnte ihm zu mehr Popularität verhelfen, weil in der israelischen Bevölkerung militärische Vergeltung mit Stärke gleichgesetzt wird.

Reden, zumal mit dem Feind, gilt als Schwäche. Zynisch, aber wahr: Eine Gaza-Operation ist zugleich auch Jobsicherung. Selbst wenn gegen Olmert Ermittlungen aufgenommen werden sollten, bliebe er Regierungschef im nationalen Interesse, denn Israel kann nicht gleichzeitig den Gaza-Streifen nach zweieinhalb Jahren wieder besetzen und Neuwahlen abhalten.

Treibende Kraft für einen Militärschlag in Gaza ist auch Ehud Barak, der Verteidigungsminister. Er mag zwar dem Vorschlag der Hamas für eine Waffenruhe zustimmen, sagt aber auch, dass eine Gaza-Operation kaum zu vermeiden sei.Bis jetzt hat die Hamas, wie die Hisbollah, in der Tat noch jede Waffenruhe dazu genutzt, ihre Arsenale aufzustocken.

Barak, der 2000 als Premier mit dem Versuch gescheitert war, in Camp David den damaligen Palästinenserführer Jassir Arafat zu einem Friedensabkommen zu überreden, betreibt ebenfalls Jobbeschaffung in eigener Sache. Am liebsten würde er Anfang 2009 wählen lassen. Er will wieder Regierungschef werden und hat sich von der Friedenstaube in einen Falken verwandelt, weil dies in Israel mit Wahlchancen belohnt wird.

Auf der Strecke bleibt dabei der Frieden, dem Olmert und Palästinenserpräsident Machmud Abbas – wie bei Bushs Annapolis-Konferenz versprochen – bis Ende 2008 näherkommen wollten.

Inzwischen macht auch US-Außenministerin Condoleezza Rice einen Rückzieher und sagt, bis Dezember könnten höchstens Rahmenbedingungen für ein Friedensabkommen geschaffen werden. Diese umzusetzen könne jedoch Jahre dauern.

19 Agosto 2008 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, US imperialism, guerra, news from all over the world, opinioni politiche, votazioni | , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.