Il Pd? Non ha cultura di Governo…

Se vi domandate ancora perchè il Pdl è stabilmente al Governo, maggioranza politica in questo paese, troverete la risposta nelle parole di Chiamparino
(ASCA) – Torino, 27 nov – Sergio Chiamparino promuove la liberalizzazione dei servizi pubblici voluta dal governo.
”Il decreto del governo e’ piu’ moderato di quello che aveva preparato la Lanzillotta”, osserva il presidente dell’Anci commentando il decreto Ronchi sulle il testo convertito in legge nei giorni scorsi, a margine del convegno promosso dall’Anci sui servizi e in particolare sul tema dell’acqua.
La Lega se potesse non metterebbe nulla a competizione – ha aggiunto Chiamparino -. Il problema e’ che in Italia non si sono mai fatte liberalizzazioni, ma privatizzazioni mal riuscite. Telecom e’ un esempio lampante. I servizi pubblici locali devono essere affidati a gara, altrimenti non c’e’ la possibilita’ di capire se vanno bene o no. Ma per evitare che si mettano in discussione i beni primari e che restino universalmente accessibili, ci devono esser incentivi che rendano conveniente l’operazione di distinzione tra rete e servizi. E questo pero’ nel decreto non c’e”’.
eg/mcc/ss
Italia: le armi che fanno pil
(Carta) – Dopo l’uscita del rapporto annuale di Small Arms Survey, la Rete Italiana per il Disarmo denuncia il fatto che l’Italia non solo è il secondo esportatore di armi leggere, ma lo fa senza trasparenza nelle informazioni, fomentando conflitti nel mondo
Non solo l’Italia è il secondo esportatore mondiale di armi leggere e di piccolo calibro, ma tra i paesi che maggiormente si forniscono di armi «made in Italy» figurano Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia. Ancora una volta i dati del rapporto Small Arms Survey fanno capire che le autorizzazioni all’esportazione dall’Italia di queste cosiddette «piccole armi» non sono così rigorose come le nostre leggi richiederebbero. E come il buon senso in un mercato così delicato e in cui siamo tanto protagonisti richiederebbe: in questo modo rischiamo di essere uno dei paesi che maggiormente fomentano conflitti nel mondo. Anche la trasparenza sulle informazioni fornite dalle nostre amministrazioni lascia molto a desiderare visto che il centro indipendente di ricerca di Ginevra nel giro di un anno ha declassato l’Italia dal secondo al dodicesimo posto.
E’ questo il punto centrale della denuncia che la Rete Italiana per il Disarmo avanza alla conoscenza del governo e dell’opinione pubblica a commento del rapporto «Small Arms Survey 2009», redatto del Centro indipendente di ricerca del Graduate Institute of International Studies di Ginevra, presentato nei giorni scorsi nella città elvetica.
Gli Stati Uniti continuano ad essere il leader indiscusso nel commercio globale legale di «small arms and light weapons» cioè le armi leggere – vedi dopo la definizione) avendo esportato nel 2006 ben 643 milioni di dollari di questo tipo di armi. Ma l’Italia – con 434 milioni di dollari di esportazioni – figura al secondo posto precedendo ampiamente la Germania [307 milioni di dollari], il Brasile [166 milioni] e l’Austria [152 milioni]. E se è vero che tra i principali acquirenti delle armi italiane vi sono nazioni del mondo occidentale come Stati uniti, Francia, Spagna, Regno Unito e Germania, il rapporto dell’istituto di ricerca ginevrino segnala anche che Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia annoverano l’Italia come uno dei loro cinque principali fornitori.
Va ricordato inoltre come le armi piccole abbiano per loro natura un prezzo più contenuto rispetto ai grossi sistemi d’arma, per cui un giro d´affari di milioni di dollari [per confronto si pensi che i sistemi d’arma vengono venduti per miliardi di dollari] significa molte armi che possono finire in molte mani, spesso in maniera incontrollata nelle zone di conflitto.
«Sebbene i dati elaborati dal centro di ricerca di Ginevra siano, per loro stesso riconoscimento, carenti in quanto non tutti gli stati forniscono all’Onu informazioni complete o adeguate, per quanto riguarda l’Italia le cifre segnalate nel rapporto sulle esportazioni di ‘piccole armi’ sono abbastanza attendibili, semmai al ribasso – afferma Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sul commercio di armi [Os.C.Ar.] di Ires Toscana, membro di Rete Disramo – Dall’accurato database dell’Istat si apprende, ad esempio, che negli ultimi tre anni le esportazioni di queste armi e munizioni sono fortemente aumentate passando dai 670 milioni di euro del 2006, ai quasi 744 milioni del 2007 agli oltre 861 milioni di euro del 2008: e stiamo parlando, prevalentemente di armi da fuoco ad uso sportivo, da caccia, o per la difesa personale, non militari», conclude Beretta.
L’eccellenza italiana è nota da tempo in tale settore. «Il primato dell’industria italiana delle armi leggere conferma inoltre il ruolo di primissimo piano del distretto armiero bresciano – afferma Carlo Tombola, coordinatore scientifico di Opal [Osservatorio permanente armi leggere e politiche di sicurezza e difesa] di Brescia – a cui si deve in gran parte questo primato. E’ urgente che produttori e autorità tengano conto che l’immagine di qualità delle armi italiane è incompatibile con la scarsissima trasparenza dei dati ufficiali, soprattutto per ciò che riguarda l´export di armi cosiddette ‘civili e sportive’ verso paesi dove vengono quotidianamente calpestati i diritti umani».
Un tema importante, quello dell’impatto delle piccola armi sui diritti umani e lo sviluppo delle popolazioni mondiali, come ricordato da Riccardo Troisi di Pax Christi: «Questi dati confermano l’ipocrisia dei paesi ricchi, che da una parte alimentano il commercio di armi leggere, con i danni che questo produce soprattutto nei paesi del Sud del mondo, dall’altra fanno dichiarazioni sempre puntualmente disattese per combattere la povertà e aiutare i tanti paesi ridotti in miseria dall’attuale sistema economico. I costi stimati ogni anno per i danni prodotti dalle armi leggere sono infatti, secondo la rete mondiale Iansa, di oltre 163 miliardi di dollari. E sono i più poveri a subirne l´impatto più brutale, tanto che le armi possono essere considerate una delle cause strutturali che alimentano la povertà».
Tutti questi dati preoccupano fortemente la Rete Italiana per il Disarmo, soprattutto per il ruolo di primo piano che evidentemente il nostro paese svolge in questo tipo di commercio. «E’ importante arrivare ad alti standard di controllo e di regolamentazione del mercato italiano, interno e soprattutto estero, delle armi leggere – conclude Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo – Qualcosa che già esiste nella nostra legislazione per quanto riguarda i grossi sistemi d’arma. Anche perché, nonostante una raccomandazione Ue in tal senso, il nostro paese è uno dei pochi a non disporre di una legge sull’intermediazione e il cosiddetto brokeraggio di armi, cioè il ruolo dei trafficanti e dei venditori, che ovviamente è molto più facile e possiede impatti molto più negativi proprio nel campo delle piccole armi».
NOTA. Secondo Small Arms Survey, l’Italia nel 2006 ha esportato «armi leggere e di piccolo calibro» per 434 milioni di dollari. I cinque principali acquirenti sono stati: Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. Le tipologie di armi esportate dal nostro paese ricoprono un ampio raggio in cui, in ordine di importanza, figurano «pistole sportive e da caccia», «caricatori per pistole», «revolver e pistole» [ad uso civile, non sportivo né militare], «fucili sportivi e da caccia», oltre a parti accessori e munizioni. Secondo il rapporto sarebbero di misura minore le esportazioni italiane di «armi militari». Con oltre 345 milioni di dollari di esportazioni, nel 2006 l’Italia è stata il principale esportatore internazionale di «pistole e fucili da caccia», mentre nel settennio 2000-6 con una media annuale di quasi 190 milioni di dollari, ha ricoperto da sola più il 51 per cento delle esportazioni di questi sistemi d’arma. Il «Barometro 2009» sulla trasparenza dell’informazione degli stati sull’esportazione di «armi leggere e di piccolo calibro» messo a punto dall’istituto di Ginevra, fa scendere l’Italia al dodicesimo posto [era seconda nel 2008] preceduta anche da Slovacchia, Romania e Serbia. A penalizzare l’Italia nella nuova classificazione è soprattutto il basso livello di «licences refused», che valuta se uno stato «specifica o no i paesi ai quali sono state rifiutate esportazioni, offre una spiegazione dei rifiuti emanati e informa sul tipo, valore e quantità del sistema d’arma per il quale sono stati emanati i rifiuti». Infine,positiva è invece per «tempestività» l’informazione fornita all’Onu dal nostro paese.
Approfondimenti su: http://www.disarmo.org, http://www.opalbrescia.it, http://www.controlarms.org
Surpluss commerciale +388%: dato inferiore alle attese
Accade in Giappone
(ANSA) – TOKYO, 23 LUG – Il surplus commerciale torna a salire in Giappone dopo 20 mesi: saldo attivo in rialzo del 388% su base annua (circa 3,9 miliardi di euro). Il dato pero’ e’ inferiore alle attese degli analisti ed e’ il risultato di un riallineamento tra i flussi delle esportazioni e delle importazioni.Il surplus commerciale nella prima meta’ dell’anno e’ crollato del 99,7% su base annua (pari a circa 64 milioni di euro).
Europa: costruiamo un’economia più forte ed equa

Dalla Delegazione Italiana nel Pse:
COSTRUIAMO UN’ECONOMIA PIÙ FORTE ED EQUA – di Massimo D’Alema
Delle evidenti difficoltà che l’Europa sta incontrando nell’offrire risposte adeguate alla crisi economica se ne é discusso questa settimana al Parlamento europeo in occasione della conferenza organizzata dal gruppo socialista sul tema. Tra i relatori erano presenti alcune tra la figure di spicco del socialismo europeo, tra i quali Massimo d’Alema, Poul Nyrup Rasmussen, Joaquin Almunia, Michel Rocard, Jeremy Rifkin.
Un’iniziativa che ha rappresentato anche un momento utile per fare il punto riguardo alla più generale posizione dei socialisti sul tema delicato della crisi economica. Come finanziare la crescita economica, come preservare l’integrità del mercato interno messa in discussione da posizioni neo protezionistiche, in che maniera rinforzare il modello sociale europeo, quale il ruolo della politica nella riscrittura delle regole della finanza, questi sono stati i principali temi di discussione, elementi che con tutta probabilità saranno al centro del dibattito politico che animerà la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo ormai alle porte.
Di seguito, il testo della relazione introduttiva, di Massimo D’Alema, alla conferenza “Stop alla finanza creativa. Costruiamo un’economia più forte ed equa” organizzata dal Gruppo PSE al Parlamento europeo (Bruxelles, 3 marzo 2009)
“Sono grato al PSE e al Gruppo socialista al Parlamento europeo per avere promosso questo incontro e sono onorato della responsabilità che mi è affidata di aprire il dibattito con alcune considerazioni di carattere generale. Non sono uno specialista, non pretendo di proporre un’analisi particolare della grande crisi che sta sconvolgendo il mondo, che sta colpendo le nostre economie e le nostre società. Altri potranno meglio di me approfondire diversi aspetti fondamentali della crisi e delle terapie che sono necessarie per affrontarli. Non credo tuttavia che questo fondamentalmente sia il tempo degli specialisti e degli economisti. É compito della politica restituire fiducia e speranza, indicare una prospettiva nuova, assumere la guida. Per fare questo è importante che ci chiariamo le idee circa la natura e la portata della crisi che abbiamo di fronte. Nella classe dirigente conservatrice, nei paesi più ricchi del mondo, è sembrata prevalere l’idea che la crisi fosse un incidente di percorso, un inciampo lungo il cammino del progresso e della crescita della ricchezza, sulla strada di una globalizzazione dominata dalla ideologia e dalle politiche neoliberiste. Certo sotto accusa era l’ingordigia di certi banchieri; la mancanza di scrupoli etici di una finanza speculativa che ha finito per dominare il lavoro e la produzione materiale; l’eccesso di deregulation che – bontà loro – ora viene riconosciuto anche dai più sfrenati teorici di un mercato senza regole. Ma si tratta davvero soltanto di questo? Se così fosse, sarebbe stato sufficiente rimettere le cose in ordine, liberare le banche dall’inquinamento dei titoli tossici, separare con qualche accorgimento (bad banks or chapter 11) la buona dalla cattiva finanza. E riprendere il cammino. Non era così. Questa è stata una breve illusione. Oggi è investita l’economia reale da una crisi di cui è difficile delineare la portata e prevedere gli esiti. Crolla la produzione, calano i consumi, tante, tantissime imprese, soprattutto piccole e medie, falliscono per mancanza di prospettive e di liquidità. Si affaccia lo spettro di una drammatica crisi sociale e di una moltiplicazione del numero dei disoccupati anche nei paesi più ricchi.
La verità è che sembra essere finito un intero ciclo dello sviluppo, portando alla luce gli squilibri e le contraddizioni di fondo di questa globalizzazione ultraliberale che ha dominato negli ultimi venti anni non solo le scelte della politica economica ma anche la cultura, il senso comune, il modo di vivere delle persone. Il primo nodo che viene alla luce è quello che io definirei “un drammatico deficit di democrazia”. In fondo, la mancanza di regole è precisamente il frutto della asimmetria fra la crescita di un mercato mondiale delle merci e dei capitali e la assenza di istituzioni democratiche in grado di fare da contrappeso rispetto allo strapotere dell’economia e della finanza. È cresciuta così una nuova “razza padrona”: una oligarchia finanziaria che ha preso nelle sue mani il potere, che si è data le sue regole, che ha accumulato un’enorme ricchezza attraverso compensi d’oro e il sistema delle stock options. Questa oligarchia, attraverso il controllo dei media, ha diffuso una cultura e un senso comune. Il disprezzo verso la politica, verso le istituzioni rappresentative, verso gli stati nazionali, l’idea del dominio dell’economia sulla politica; la concezione secondo cui l’unico compito che la politica deve svolgere è quello di rimuovere gli ostacoli al pieno dispiegarsi degli effetti benefici della globalizzazione e della finanziarizzazione. Oggi assistiamo al crollo di questo castello ideologico. E i banchieri orgogliosi bussano alla porta dei tanto disprezzati Stati nazionali con il cappello in mano per acquisire gli aiuti necessari a salvare i loro imperi finanziari. Ma se vogliamo dare una risposta che non si limiti all’esigenza, che potrebbe rivelarsi illusoria, di fronteggiare l’emergenza drammatica in cui ci troviamo, dobbiamo essere consapevoli che non sarà sufficiente l’azione dei governi nazionali o il ricorso a istituzioni “tecniche”, come le banche centrali e il Fondo Monetario Internazionale. Insomma, sia pure colpita da una crisi profonda, l’economia globale resta globale e non sarà sufficiente una risposta imperniata sul ruolo degli Stati nazionali. Questo è vero su scala mondiale, ma è particolarmente vero – lo vedremo in seguito- per il futuro dell’Unione europea. Dunque, oggi è il momento di costruire coraggiosamente una nuova architettura istituzionale internazionale, di ripensare il ruolo di organismo come il Fondo Monetario Internazionale che – come si è cominciato a discutere nel G20 – può assumere compiti di sorveglianza a condizione di mutarne radicalmente la governance e di farne una strumento a disposizione dell’intera comunità internazionale e non soltanto un’agenzia di Paesi ricchi. Si è parlato della necessità di una nuova Bretton Wood. Forse non è realistico pensare a un nuovo regime di parità fra le principali monete del mondo, tuttavia il sistema di tassi di cambio liberamente fluttuanti ha favorito la speculazione e la crescita di squilibri globali. Per cui appare necessario, anche in questo campo, accrescere i poteri di sorveglianza e di intervento del FMI, in particolare attraverso la possibilità di convertire le valute nazionali create in eccesso rispetto alla domanda in diritti speciali di prelievo, creando così una maggiore stabilità ai detentori. È aperto, oramai in sede scientifica e politica un dibattito assai ricco sulle forme di regolazione e di sorveglianza necessarie per evitare il ripetersi di shock finanziari e di massicci fenomeni speculativi. Ma guai dimenticare che c’è, al fondo, un problema politico e cioè la necessità che anche i Paesi più ricchi a partire dagli Stati Uniti si assoggettino a una sorveglianza internazionale e multilaterale. Altrimenti, il FMI resterà ciò che è stato a partire dagli anni ’80 e cioè uno strumento di sorveglianza soltanto sui Paesi poveri, per assoggettarli a politiche neoliberiste con conseguenze – come si è visto – disastrose per quegli stessi Paesi e per l’equilibrio dell’economia mondiale. Insomma, se la crisi mette in luce quello che ho definito un deficit di democrazia e la necessità di un rinnovato primato della politica sull’economia, questo non può risolversi in un ritorno alla centralità degli Stati. Ma deve spingerci ad un coraggioso impegno per rafforzare le istituzioni internazionali e multilaterali della governance globale. Non solo le istituzioni di natura tecnica ed economica. Ma le istituzioni politiche, a cominciare dalle Nazioni Unite e dal sistema delle agenzie internazionali.
La seconda contraddizione di fondo che viene alla luce nella crisi attuale e che spiega la fragilità delle nostre economie e delle nostre società di fronte alla crisi è il “deficit di giustizia sociale” che si è accumulato in questi anni. La stessa crisi dei mutui sub prime che ha innescato il credit crunch americano, ha avuto origine nell’impoverimento e nell’indebitamento delle classi medie americane anche se poi un mercato finanziario spericolato e speculativo ne ha enormemente moltiplicato gli effetti. Ma all’origine appunto vi è un dato sociale. Un recente studio dell’OCSE “Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries” mostra in modo assai significativo gli effetti delle trasformazioni economiche dell’ultimo ventennio. Non mi riferisco soltanto alle diseguaglianze fra Paesi ricchi e Paesi poveri ma a quelle che attraversano le nostre società. Negli ultimi venti anni l’indice di diseguaglianza è aumentato in modo rilevante in un periodo di crescita della ricchezza. L’aumento ha riguardato i due terzi dei paesi OCSE e in particolare i maggiori fra questi come gli Stati Uniti il Canada l’Italia la Germania… Si è ridotta notevolmente la quota dei salari sul valore aggiunto e quindi è aumentata la forbice tra i redditi dei lavoratori dipendenti e i redditi da capitale e da lavoro autonomo. In Italia, la crescita dei redditi da lavoro dipendente è stata del 6%, la crescita dei redditi da lavoro autonomo è stata del 44%… una differenza impressionante. È cresciuto l’indice di povertà tra i giovani adulti, le famiglie con figli e tra i bambini. È cresciuto il fenomeno della povertà anche in famiglie in cui almeno un componente lavora. È evidente cha la finanziarizzazione dell’economia e la crescita enorme del peso della rendita finanziaria hanno accresciuto e enfatizzato questi fenomeni. Credo che sia giusto tra di noi riflettere non soltanto sugli effetti sociali intollerabili di questi trends che abbiamo subito e contro i quali abbiamo agito in modo insufficiente anche quando abbiamo svolto funzioni di governo; ma anche sugli effetti che queste diseguaglianze producono sull’economia e sullo sviluppo. In realtà questi fenomeni sociali rendono fragile lo sviluppo economico. È evidente, infatti, che una società diseguale è una società nella quale si restringe il mercato interno e si riducono i consumi, perché se la crescita della ricchezza si concentra in una fascia ristretta della popolazione questo certamente non aiuta la crescita dei consumi. Ma è anche evidente che società fortemente diseguali producono una ridotta mobilità sociale e una caduta della produttività del lavoro. Vi è una corrispondenza tra la crescita delle diseguaglianze e la redditività della produzione da lavoro. Insomma noi abbiamo subito per troppi anni un pensiero economico dominante, una sorta di “saggezza convenzionale” secondo cui la riduzione della spesa sociale e la rinuncia a politiche fiscali di redistribuzione del reddito avrebbe portato a una più alta capacità competitiva dell’economia europea. Non era vero. Anzi era vero il contrario. Un più elevato investimento sociale a favore della salute e dell’istruzione; un sistema di protezione più efficiente per i disoccupati in grado di non abbandonare le persone a sé stesse nei momenti di difficoltà giocano un ruolo fondamentale per la formazione e il miglioramento del capitale umano e quindi per rendere più solido lo sviluppo e più forte la competitività delle nostre economie. Questo significa che la crisi che impone la necessità di un intervento pubblico per rilanciare lo sviluppo e sostenere la domanda deve essere considerata da noi come l’occasione per imporre un cambiamento profondo nella qualità dello sviluppo. Non avrebbe senso, per dirla con la battuta ironica di Keynes, spendere “per scavare buche e poi riempirle”; piuttosto gli interventi di sostegno immediato della domanda dovrebbero avere contenuti che gettano le basi strutturali per una crescita stabile di lungo periodo e collegarsi con riforme in grado di correggere gli squilibri strutturali che la globalizzazione selvaggia ha determinato. Ed è evidente che rinnovate politiche di welfare e incisive politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza sono una condizione importante per una nuova fase di sviluppo.
Non mi sembra onestamente che la risposta complessiva dell’Europa alla crisi sia ispirata al coraggio e alla lungimiranza che sarebbero necessari. E questo dipende anche dalla divisione dalla timidezza delle forze riformiste progressiste e socialiste in Europa. Qualche settimana fa il settimanale americano News Week intitolava la sua copertina in modo provocatorio “Siamo tutti socialisti”. Socialista è una parola molto difficile da usare negli Stati Uniti d’America. Eppure, paradossalmente, la risposta più “socialista” alla crisi sembra venire proprio dalla nuova amministrazione democratica americana. Non mi riferisco soltanto alla imponenza della mobilitazione di risorse pubbliche, ma soprattutto al carattere coraggiosamente innovativo delle scelte che vengono proposte. Aumentare le tasse ai ricchi per estendere l’assistenza sanitaria ai disoccupati è una scelta concretamente importante e anche di un grande significato simbolico. Più in generale, la manovra americana punta ad una redistribuzione della ricchezza, attraverso l’uso della leva fiscale dopo che per anni si era teorizzato l’appiattimento della curva delle aliquote. In secondo luogo, ci si propone l’obiettivo di estendere sistemi pubblici di protezione sociale anche colpendo la resistenza di potenti lobbies finanziarie e assicurative. Infine, gli investimenti pubblici destinati a rilanciare l’economia puntano a rafforzare settori innovativi della ricerca, in particolare lo sviluppo di tecnologie verdi in campo energetico e della tutela ambientale. Certo, l’America è stata ed è l’epicentro di questa crisi e il Paese che con le sue scelte politiche ed economiche ne porta le maggiori responsabilità. Tuttavia, l’America è anche il Paese nel quale, con l’elezione di Barack Obama e le scelte che la nuova amministrazione sta via via proponendo, la risposta alla crisi appare più forte e coraggiosa.
Dobbiamo dire invece con chiarezza che l’iniziativa europea è stata sin qui confusa e inadeguata. In una prima fase ha prevalso la convinzione che la crisi finanziaria fosse sostanzialmente un problema americano e che noi europei fossimo al riparo dai rischi maggiori. In effetti è vero che le nostre banche sono meno inquinate da una finanza spericolata e speculativa come quella che ha messo in ginocchio il sistema americano. È anche vero che il Paese europeo più esposto alla crisi finanziaria d’oltre Oceano – e cioè il Regno Unito – è stato anche quello nel quale, grazie a Gordon Brown, la risposta del governo nazionale si è mostrata più pronta ed efficace. Ma, nell’ottimismo europeo, vi era una sconcertante sottovalutazione degli effetti economici, sistemici, che la crisi finanziaria avrebbe prodotto in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo. La caduta dei consumi, la contrazione della liquidità per le imprese, il collasso di diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale la cui crescita è avvenuta in questi anni all’insegna del più sfrenato modello di neoliberismo hanno rapidamente fatto svanire le illusioni delle leadership conservatrici del nostro continente e la crisi sta assumendo tali proporzioni da mettere a dura prova i sistemi di protezione e di stabilizzazione sociale che pure sono in Europa assai più forti che negli Stati Uniti (anche perché in questi anni abbiamo fortunatamente resistito alla ideologia che pretendeva di cancellarli nel nome della modernità).
Di fronte all’incalzare della crisi, è emersa la debolezza delle istituzioni dell’Unione. Bisogna riconoscere che solo il Parlamento europeo – lo dico con l’orgoglio di un ex-parlamentare – con le sue discussioni e, in parte, con le sue deliberazioni si è mostrato all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte. Per il resto la risposta alla crisi è stata sostanzialmente affidata alle decisioni dei governi nazionali. Salvo l’affannoso e inconcludente succedersi di vertici e Consigli straordinari. Si potrebbe dire, parafrasando Sraffa, “produzione di vertici a mezzo di vertici”. In questa situazione il rischio concreto è che anziché cogliere questa crisi come una opportunità per fare un salto di qualità nell’integrazione e nel coordinamento delle politiche economiche in realtà si vada verso una rinazionalizzazione delle decisioni fondamentali ed un allentamento dei vincoli sia in materia di politiche di bilancio, sia in materia di aiuti di stato. Con una Commissione ridotta ad avallare ex post le decisioni dei singoli governi nazionali. Credo che dobbiamo dire con forza che questa tendenza sarebbe disastrosa. Non solo perché senza un forte coordinamento europeo le misure dei singoli paesi non possono avere la forza d’urto per invertire il ciclo e rilanciare lo sviluppo; ma perché la frammentazione delle scelte accentuerebbe le diseguaglianze in Europa e finirebbe per mettere in crisi l’unione economica e monetaria ed il mercato unico: cioè le più importanti conquiste degli europei negli ultimi 50 anni. È il momento, al contrario, di prendere finalmente atto che senza istituzioni più forti ed un effettivo coordinamento nella indicazione degli obiettivi e nell’uso delle risorse l’Unione europea non sarà mai in grado di mantenere le sue promesse in termini di crescita economica, dell’occupazione e della qualità della vita dei suoi cittadini. Come possiamo proporre una regolazione ed un controllo a livello internazionale dei mercati finanziari quando all’interno dell’Unione non si riesce ad assicurare un effettiva cooperazione tra le autorità nazionali di vigilanza? Come possiamo sostenere la necessità di alleggerire la pressione fiscale sul lavoro e sui redditi medio-bassi quando siamo ancora alle prese, persino all’interno dell’area dell’euro, con la concorrenza fiscale in materia di tassazione dei redditi da capitale e anche soltanto l’espressione “armonizzazione” continua ad essere per molti governi europei un tabù? Quale funzione di stabilizzazione può svolgere il bilancio dell’Unione europea – così come avviene negli USA – se non si riesce neppure a passare dall’1 all’1,24 per cento del PIL dell’Unione? Quale politica europea di investimenti si potrà compiere se dal Piano Delors ad oggi la proposta di emissione di Eurobonds continua ancora ad essere considerata una fuga in avanti da alcuni Stati e non uno strumento essenziale senza il quale risulta assai difficile sostenere i grandi obiettivi in materia di infrastrutture e di innovazione necessari per una nuova fase di sviluppo? Ciò che oggi è in discussione è il meccanismo stesso di crescita dell’Europa che si basa sul mercato unico, sulla moneta unica, sulla strategia di Lisbona. Dovremmo prendere atto che a dieci anni dal vertice di Lisbona, che produsse il più straordinario manifesto riformista in Europa, non siamo riusciti ad introdurre vincoli ed incentivi efficaci per indirizzare risorse pubbliche e private verso l’innovazione e la conoscenza. Anche perché alla indicazione di quegli obiettivi coraggiosi non corrispondevano strumenti istituzionali comuni e meccanismi decisionali adeguati. Oggi la recessione rischia di colpire, più di altre voci, le spese per ricerca e sviluppo e per la formazione del capitale umano, perché l’emergenza finanziaria sembra imporre altre priorità. Questo è ciò che sta avvenendo per esempio in Italia. Solo un forte impulso europeo può evitare il pericolo di un ripiegamento nazionalistico, di spinte che, di fatto, al di là delle dichiarazioni, assumono il segno protezionista delle disperate lotte fra poveri, come quelle che abbiamo visto nelle manifestazioni dei lavoratori inglesi contro gli operai italiani o come quelle che si manifestano nelle ondate razzistiche anti immigrati in diversi paesi europei. È dunque per ragioni politiche oltre che economiche che è essenziale puntare su una risposta europea alla crisi e fare della crisi appunto una occasione per rafforzare le nostre istituzioni comuni e rilanciare i nostri valori. Sarebbe un grave errore ritenere che possa funzionare una sorta di “strategia dei due tempi”: oggi ciascuno per sé affronti l’emergenza e domani riprenderà il processo di integrazione. In questo modo rischiamo di non arginare l’emergenza e di compromettere l’integrazione futura.
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo che cadrà in un momento davvero cruciale per la storia del mondo e del nostro continente. Corriamo il rischio noi che rappresentiamo il campo delle forze riformiste progressiste e socialiste di trovarci in una situazione davvero paradossale. Se guardiamo al panorama dei governi europei non siamo da molti anni mai stati così deboli, mentre il mutamento sconvolgente della realtà del mondo mostra come i valori fondamentali, che sono alla base del nostro movimento, tornano ad essere attuali e necessari. Davvero è il momento di agire e non lasciare al populismo della destra la risposta al sentimento di paura e di insicurezza che colpisce oggi milioni di europei. Come ci hanno mostrato anche le elezioni americane la forza e la chiarezza del messaggio di cambiamento possono coinvolgere una larga opinione pubblica, ridare fiducia e speranza, mutare rapporti di forza consolidati, spostare in avanti gli equilibri politici. In questo senso la crisi è anche un’opportunità ed una sfida per i socialisti e per i riformisti. Una sfida da affrontare insieme.
Grazie”
Fondi sovrani

Le borse scendono in picchiata, la gente vede svanire i propri risparmi, saltano le banche statunitensi, anche l’Europa sprofonda. Interviene il governo americano, quello cinese, quelli europei e, dopo un po’ di saliscendi, le borse recuperano. Poi, ancora un drammatico tonfo. Altre misure, altri incontri fra i governanti del mondo, e le borse risalgono un po’. Dopodiché crollano di nuovo.
Cosa succede? Vengono date tante spiegazioni. Ma tutte a posteriori, quando tutto è già accaduto.
Perché sembra non sia possibile dire oggi cosa accadrà domani delle nostre azioni e dei nostri risparmi in borsa. Eppure sorge un dubbio: non è che questo è vero quanto il fatto che siamo nelle mani dei “fondi sovrani” scatenati nella conquista del mondo con speculazioni finanziarie?
I fondi sovrani sono fondi statali, utilizzati dai governi per investire gli avanzi fiscali o le riserve di valuta estera in strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni e immobili.
Non a caso, questi fondi sono nati soprattutto nei paesi esportatori di petrolio e di materie prime (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Russia, Norvegia) e in quelli che presentano un elevato surplus fiscale, come Singapore, dove il governo ha costituito il fondo Temasek, uno dei primi nati e dei più attivi, soprattutto nelle imprese del Sud-Est asiatico. Molto attivi sono anche i fondi sovrani di Abu Dhabi e quello di Dubai, che dal 2005 detiene una quota del 5% nella Ferrari. C’è poi ovviamente la Cina che, grazie al suo notevole surplus commerciale, dispone di ingenti riserve di valuta estera (in gran parte investite in titoli di Stato statunitensi) e a fine settembre 2007 ha lanciato il China Investment Corporation, fondo sovrano che vanta un patrimonio di 200 miliardi di dollari.
Appena nato, il fondo del governo di Pechino si è subito messo all’opera acquistando il 10% del gestore statunitense di private equity Blackstone per un esborso di 3 miliardi di dollari e il 9,9% della banca d’affari Usa Morgan Stanley. Manovre di tal tipo hanno portato i fondi sovrani dei Paesi emergenti ad assumere quote di minoranza di società e banche occidentali bisognose di finanziamenti. Fra queste, il fondo degli Emirati Arabi ha rilevato il 4,9% di Citigroup, quello di Dubai il 6% di Hsbc, mentre il Temasek di Singapore ha investito 5 miliardi in Merrill Lynch e 2 miliardi in Barclays. Un attivismo che, connesso alla mancanza di norme sulla trasparenza, preoccupa sia l’Europa sia gli Stati Uniti che temono di perdere il controllo sulle aziende nazionali.
Anche le società italiane sono finite nel mirino dei fondi sovrani dei Paesi emergenti. Tra le operazioni più rilevanti, quelle del fondo Mubadala Investments, il braccio finanziario del Governo degli Emirati Arabi Uniti, che nel 2005 ha acquisito il 5% della Ferrari da Mediobanca e il 35% del produttore di aerovelivoli Piaggio Aero.
Da un paio di anni, pure la Nigeria, paese ricchissimo di materie prime e ottavo esportatore di petrolio al mondo, pensa di implementare un fondo sovrano.
Effettivamente, considerando che dal 1970 ad oggi la Nigeria ha incassato più di 430 miliardi di dollari tra profitti e royalties derivanti dal petrolio, sembra che il paese abbia tutte le carte in regola per farlo. Una montagna di soldi in parte però sperperata negli anni a causa di conflitti interni e cattiva gestione.
Ma è sufficiente avere disponibilità miliardarie per lanciarsi nel complicato mondo degli investimenti finanziari?
La recente crisi globale insegna che una cosa è incassare i profitti legati all’esportazione del petrolio, un’altra è mettersi a capo di un fondo di investimento e riuscire a generare performance soddisfacenti, soprattutto in queste condizioni di mercato.
Gli esempi negativi non mancano, soprattutto tra alcuni dei più grandi fondi governativi del pianeta, che, se dovessero chiudere oggi gli investimenti fatti negli ultimi anni in società, soprattutto finanziarie, registrerebbero perdite miliardarie.
Comunque sia, pare proprio che quello dei fondi sovrani sia divenuto ormai un trend inarrestabile; si calcola che entro il 2015 essi gestiranno più di 15 trilioni di dollari e controlleranno il 5% di tutte le compagnie quotate al mondo.
E, tornando al discorso di apertura, bisognerebbe capire quanto le azioni e il denaro dei piccoli risparmiatori di un Paese dipendano da questi fondi sovrani.
Fondi che dispongono di migliaia di miliardi di dollari e che certamente mirano ad impadronirsi (dopo aver ridotto con manovre speculative il valore alla metà) dei beni primari di un Paese: energia, banche, telefonia, media.
E’, allora, un caso che Berlusconi, nei giorni di pieno tracollo delle borse, abbia invitato gli italiani a comprare azioni dell’Enel e dell’Eni? E’ un caso che abbia tirato fuori la storia dei fondi sovrani da cui il governo dovrebbe difendersi? E’ un caso che dall’inizio del 2008 Enel e Eni abbiano visto ridurre il loro valore in maniera allarmante? E’ un caso che Mediaset in un anno abbia perso circa il 45% del proprio valore in borsa?









