Libertà di Espressione
Juan Kalvellido

“Ammetti che adesso hai più libertà di espressione . . . o ti ammazzo!”
Juan Kalvellido, nato a Cádiz, Andalucía, Spagna, nel 1968, è un vignettista della classe operaia.
Cina: scontri etnici nel Xinjiang, un massacro

euronews
Gli scontri etnici più violenti degli ultimi decenni hanno provocato 140 morti e oltre 800 feriti in un solo giorno a Urumqi, capoluogo della regione cinese del Xinjiang.
La sommossa ha messo gli uni contro gli altri migliaia di uiguri, musulmani turcofoni che rappresentano la maggioranza nella regione ma non nel capoluogo, con cinesi Han. La repressione di polizia ed esercito ha fatto il resto, col bilancio delle vittime destinato probabilmente ad aggravarsi. Centinaia gli arresti effettuati.
I rappresentanti del governo cinese attribuiscono la responsabilità del massacro agli uiguri: “Hanno approfittato di un incidente accaduto il mese scorso in una fabbrica per provocare il conflitto – dice il capo della polizia -. Hanno anche usato Internet per organizzare i disordini”.
Gli uiguri accusano invece il governo di Pechino di una costante repressione politica e religiosa nei loro confronti. L’ordine è tornato a Urumqi con un vasto dispiegamento di militari.
Il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha approfittato della visita a Roma del presidente cinese Hu Jintao nel quadro del G8 per sollevare la questione del rispetto dei diritti umani. Il progresso economico e sociale della Cina – ha detto Napolitano – pone nuove esigenze per il rispetto dei diritti fondamentali.
Piazza Tian an Men, ma cosa è cambiato in 20 anni?!
Domani, 4 giugno, ricorre il ventesimo anniversario del massacro di piazza Tian an Men. Ma la cosa passa, o meglio, deve passare sotto silenzio in Cina. La presenza nella storica piazza di poliziotti e soldati, in divisa e in borghese, è il chiaro messaggio fatto transitare dal regime che si tratta di un giorno come tutti gli altri.
Il governo è diventato più forte negli ultimi 20 anni, mentre il potere dei cittadini non è cresciuto affatto. Eppure, è evidente che il governo teme qualunque commemorazione della repressione del 1989, teme che manifestazioni pro-democratiche possano ledere alla sua presa sul potere. Tra le misure adottate dalle autorità, una sorveglianza più severa dei dissidenti, come l’avvocato dei diritti umani Li Baiguang, il quale afferma:
“Come possiamo costruire la democrazia? Dall’interno, sostenendo lo stato di diritto, proteggendo i diritti dei cittadini e usando la legge per ammansire il governo”.
Da martedì scorso sono stati bloccati gli accessi a diversi siti Internet e servizi di posta elettronica. Quando le televisioni internazionali fanno reportage sulla Cina, compare improvvisamente uno schermo nero. A diverse troupe televisive in questi giorni è stato impedito di girare immagini da piazza Tian an Man…
Storie sui diritti umani: “The Final Match”
“Un giorno andai allo stadio Azadi di Tehran per fare un documentario. Un padre voleva vedere la partita con la sua figlioletta. La polizia non lasciò entrare l’uomo nello stadio perchè sua figlia era una femmina…. Non ho mai dimenticato e mai dimenticherò le lacrime sulle guance della bambina, che lei si asciugava con la bandiera azzurra della sua squadra del cuore.” — Saman Salour
Saman Salour è nato nel 1976 a Boroujerd, Iran. “The Final Match” è stato realizzato come parte del progetto “Stories on Human Rights” in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L’ultimo film cui Saman Salour ha partecipato, Lonely Tune of Tehran , è stato presentato al Festival del Cinema di Cannes l’anno scorso.
Quando nel nostro Paese non poteva voltare le spalle agli Albanesi
La coerenza di chi propone e vota leggi per la sicurezza.
La tragedia (albanese) si compì nel canale di Otranto nel marzo 1997. Una vera e propria strage: gli albanesi a bordo della nave Kater i Rader – una motovedetta su cui tentavano la fuga dall’Albania oltre cento bambini, uomini e donne – naufragò in seguito allo speronamento della nave della marina militare Sibilla. Solo 37 i superstiti.
L’allora capo dell’opposizione disse parole chiare e sparse lacrime per gli albanesi.
Roma, 10 apr. – (Adnkronos) – Silvio Berlusconi invita gli italiani a mettere a disposizione le proprie abitazioni e non si tira indietro: lui stesso offrira’ alcune delle sue case per gli sfollati del terremoto dell’Abruzzo. Ma non e’ la prima volta che il presidente del Consiglio si lascia andare alle lacrime. E’ successo anche nel 1997, e anche allora si era sotto Pasqua, quando il Cavaliere pianse di fronte ai profughi albanesi vittime del naufragio della motovedetta ‘Kater I Rades’.
Il 27 marzo del ‘97 nel Canale d’Otranto la ‘Kater I Rades’ entra in collisione con la corvetta della Marina militare ‘Sibilla’, affondando in un tratto di mare di 800 metri di profondita’. A bordo c’erano 130 persone, 35 i superstiti recuperati. Il giorno di Pasqua, Berlusconi (all’epoca non era presidente del Consiglio) vola a Brindisi, dove sono riuniti i profughi, e ‘adotta’ otto persone, di cui 4 bambini.
(ASCA) – Roma, 13 mag – I respingimenti degli immigrati clandestini sono ”in linea totale con le direttive europee, con il diritto internazionale e con la legge italiana. Tutto il resto sono chiacchiere”. Lo ha affermato il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, interpellato alla Camera.
”C’e’ un’agenzia dell’Onu in Libia – ha aggiunto il premier – e chi vuole venire qui e chiedere di essere accolto perche’ ne ha i requisiti, si reca all’agenzia dell’Onu in Libia e li’ avra’ la ricezione del nome. Va ricordato che la Libia ha avuto negli ultimi tempi la presidenza del consiglio dell’Onu per i diritti umani”.
Processo Politkovskaya:censura su censura fino alla sospensione
Smentito clamorosamente il giudice Zubov che presiede il tribunale militare nel processo Politkovskaya: i microfoni di Radio Eko di Mosca, uno dei giurati popolari, Evghenij Kolesso, ha detto che la giuria non c’entra nulla con la sua decisione e non hanno preteso alcuna chiusura delle porte al processo: “Nessuno di noi chiedeva categoricamente che i media non dovessero essere presente in aula, lo posso affermare con certezza”.
Nel frattempo, il processo Politkovskaya si è già fermato. Riprenderà fra dieci giorni. La decisione di Zubov è inappellabile e quasi tutti i quotidiani russi hanno criticato questa scelta. Zubov si è rimangiato ciò che lui stesso aveva stabilito lunedì 17 novembre, quando aveva accolto le richieste delle parti in causa che volevano un processo pubblico. I giornali hanno stigmatizzato l’ipocrisia delle argomentazioni addotte da Zubov (la giuria non vuole i giornalisti) e temono le conseguenze di tale inopinata decisione: d’ora in avanti sarà un processo “manipolato”.
Come mai questo improvviso dietrofront? Ci sono state pressioni dall’alto? L’angusta auletta del Tribunale militare di via Arbat numero 37 è forse diventata uno dei tanti luoghi in cui si stanno consumando i dissensi tra i clan del regime che si spartiscono il potere? C’è chi azzarda questo scenario politico, uno scontro tra ‘liberal’ (che farebbero capo a Medvedev) e ‘falchi’ (Putin e il potentissimo Igor Sechin, il suo vice al governo): i primi avrebbero voluto il processo a porte aperte, i secondi non vogliono che sia messa alla sbarra il discutibilissimo operato degli inquirenti e dei magistrati che hanno condotto l’istruttoria.
Se era abbastanza scontata l’alzata di scudi di Novaya Gazeta, il giornale per cui lavorava Anna, meno prevedibile era la reazione indignata di quasi tutta la stampa russa. Il processo Politkovskaja è infatti sulle prime pagine di Kommersant, Moskovskij Komsomolets, Izvestia, Vremja Novostej, Gazeta; in seconda l’hanno pubblicato il Vedomosti e Nezavissimaja Gazeta mentre la filogovernativa Rossijskaja gazeta e l’ubbidiente Komsomolskaja Pravda hanno relegato la notizia tra la Cultura e le “curiosità”, ma comunque hanno dato la notizia.
Inoltre, l’agenzia Interfax ha diffuso una polemica nota dei rappresentanti dell’Unione Giornalisti della Russia e della Camera Civile: “Non solo c’è stata la violazione dei diritti dei giornalisti, dei cittadini, ma anche della stessa Costituzione. Non c’è neanche un argomento che giustifichi la scelta di continuare il processo, ma a porte chiuse”, ha dichiarato Igor Jakovenko, segretario dell’Unione Giornalisti, “è un insulto alla Costituzione, alla Giustizia, al Paese e al buon senso”.
Come si concretizzerà la protesta dei giornalisti russi? “Ancora non lo posso dire, purtroppo siamo piuttosto scettici su come vanno a finire in Russia le critiche rivolte pubblicamente al potere, perché tutto sommato il caso Politkovskaja è molto politicizzato”.
Pure l’influente Pavel Gussev, direttore di Moskovskij Komsomolets e presidente della commisione per le comunicazioni, la politica dell’informazione e la libertà dei media alla Camera civile, ritiene che l’andamento del processo a porte chiuse “viola i diritti dei giornalisti” e ha ricordato che sempre lo stesso tribunale militare di Mosca ha “applicato lo stesso metodo per nascondere la verità e chiudere la causa in occasione del processo per l’assassinio di Dmitrij Kholodov (giornalista del Komsomolets, ndr.)”. Gussev ha sottolineato il profondo “significato di questo processo per l’opinione pubblica russa e internazionale. Tali processi, come appunto quello Polikovskaja, devono tenersi aperti. Si potrebbe anche fare una o due udienze-lampo a porte chiuse, se il tribunale avesse la necessità di esaminare qualche documento secretato, ma tutto quel che sta accadendo adesso è soltanto una grossolana violazione delle norme democratiche”.
Opinione rafforzata da un altro membro della Camera Civile russa, l’avvocato Anatolij Kucerena, che ritiene “infondata e ingiustificata” la decisione del Tribunale militare presieduto dal giudice Evgenij Zubovel: “Se la causa non contiene informazioni inerenti alla vita intima delle persone coinvolte nel procedimento giudiziario, o materia considerata segreto di Stato, allora il processo, tanto più su un caso talmente significativo, deve tenersi a porte aperte”.
I familiari di Anna Politkovskaya solleciteranno di nuovo lo svolgimento a porte aperte del processo.
Omicidio Politkovskaya:la Corte fa dietro front e chiude le porte del processo

(I quattro imputati nell’aula del tribunale)
Dopo la sorpresa delle porte aperte, la sorpresa delle porte chiuse. Il giudice Evgeny Zubkov è tornato sulla decisione, annunciata in occasione dell’udienza preliminare, per cui il procedimento contro i presunti responsabili dell’omicidio della giornalista Anna Politkovskaya si sarebbe svolto sotto gli occhi del pubblico e della stampa e, quindi, ieri, durante la prima udienza del processo vero e proprio, i quattro imputati si sono dichiarati “non colpevoli” a porte chiuse.
Il magistrato ha così giustificato il ripensamento: “Ne va della sicurezza dei partecipanti al processo e delle loro famiglie”. I 12 membri della giuria popolare, infatti, hanno fatto sapere, poco prima che cominciasse l’udienza, di non volere comparire in pubblico, motivando con il timore di minacce o rappresaglie. Zubkov ha evidentemente ritenuto tale paura legittima e fondata se ha concluso: “Quando arriveranno minacce concrete sarà troppo tardi per ordinare le porte chiuse”.
E’ questo senso di certezza di ritorsioni che fa pensare: chi potrebbe eventualmente vendicarsi, gli estimatori della giornalisa che ha osato raccontare le guerra in Cecenia in chiave anti-Cremlino o i ’putiniani’, che ancora oggi descrivono la Politkovskaya come un sorta di ‘avvocato dei terroristi ceceni’? E poi, di cosa dovrebbe l’una o l’altra parte vendicarsi? Ricordiamo anche che il pubblico ministero aveva subito sollecitato le porte chiuse per non divulgare segreti di Stato contenuti nelle carte processuali.
Contrari all’oscuramento del processo sia i legali degli accusati, sia quelli che rappresentano la vittima, pur se per motivi differenti. Murad Musev, che difende gli imputati, ha criticato la decisione secondo lui presa per non dare troppo rilievo mediatico ad accuse inconsistenti, basate, a suo dire, al 98% su illazioni e supposizioni. Uno degli avvocati della famiglia della Politkovskaya, Karinna Moskalenko, si è detta “molto delusa” e ha protestato: “penso che questo processo avrebbe dovuto essere pubblico, non solo perché dovrebbe essere la norma, ma anche perché Anna Politkovskaya era un personaggio pubblico e la gente dovrebbe poter conoscere le circostanze della sua morte”. A suo avviso, inoltre, il giuramento prestato dopo l’annuncio delle porte aperte inficia il dietro front e mette in cattiva luce il tribunale.
A farle eco il figlio della giornalista uccisa, Ilya, che con tono amaro ha detto: “non ci piace la decisione. Non c’è nulla di male ad avere la stampa in aula”.
Più diretto il commento del direttore della Novaya Gazeta, il giornale per il quale la Politkovskaya realizzava le inchieste che le sono costate la vita: “E’ una vergogna, i giurati si sono tirati indietro senza alcuna minaccia, ma noi faremo il nostro processo sulle pagine di Novaya Gazeta”.
Il processo, in ogni caso, sta andando avanti con il susseguirsi dei testimoni: la difesa ne ha convocati 7, l’accusa ben 48. Ma, attenzione, non se n’è fatto nulla circa la richiesta di quest’ultima che a testimoniare fosse chiamato anche il presidente ceceno (pro-Mosca) Ramzan Kadyrov, in quanto sospettato dalla famiglia della Politkovskaya come mandante dell’assassinio e contro il quale la giornalista si era spesso scagliata definendolo ” un codardo armato fino ai denti e circondato di guardie del corpo”. Kaydrov, peraltro, si è tirato fuori dalla vicenda, ma non dichiarando che non c’entra perchè non avrebbe mai fatto ammazzare qualcuno, bensì precisando che i ceceni quando regolano i conti non colpiscono le donne.
Al momento sembra rimasta senza seguito anche l’ipotesi di un committente dall’estero, un uomo appartenente agli ambienti del potere, ufficialmente senza nome né cognome, ma che di fatto sarebbe l’ex oligarca russo Boris Berezovsky. Il magnate, un tempo vicino al Cremlino ma poi entrato in contrasto con Putin, abita da anni a Londra come rifugiato politico. Nella teoria di un complotto per screditare il governo russo, egli avrebbe ordinato di uccidere la Politkovskaya, certo non amata da Putin.
Dunque manca il mandante. E manca l’esecutore materiale del delitto. L’uomo che quel pomeriggio del 7 ottobre 2006, giorno del 54esimo compleanno di Vladimir Putin, attese Anna Politkovskaya nell’androne di casa e le sparò a morte potrebbe essere Rustam Makhmudov (terzo fratello dei due ceceni Dzhabrajl e Ibrahim accusati di aver organizzato l’agguato), misteriosamente scomparso, probabilmente all’estero, forse anche lui a Londra.
Susanna Cotugno, 20 novembre 2008

Disabili: Disability and Social Exclusion
(Laboratorio teatrale integrato Piero Gabrielli: “Gli scherzi di Caino”)
Disability and Social Exclusion è un portale dedicato alla disabilità, coordinato dall’Istituto per gli Affari Sociali. Uno spazio Internet, in italiano e in inglese, che vuole essere un punto di riferimento per chi vuole un miglioramento della qualità della vita delle persone disabili. Superando pregiudizi, sterotipi e discriminazioni. La pratica è l’inclusione sociale e il rispetto della prassi su tutto il territorio nazionale. Affinché ciò sia possibile è necessario conoscere ed informare.
21 Novembre 2009 Pubblicato da susannacotugno | Commenti, Italia, civil rights, comunicazione, diritti umani, human rights, informazione, news from all over the world, ricerca | diritti umani, Disabili, Disability and Social Exclusion, Istituto per gli Affari Sociali | Ancora nessun commento.