Stare in Confindustria
Ci auguriamo che la Confindustria di Emma Marcegaglia prenda buona nota di questo comunicato:
(IRIS) – ROMA, 29 LUG – Il Comitato di Presidenza di Confindustria Lazio ha esaminato gli effetti della manovra economico-finanziaria 2011-2012 del Governo esprimendo forte allarme per il loro dirompente impatto sulla Regione Lazio.
E’ stato, innanzitutto, considerato il concorso alla manovra delle Regioni –via Patto di Stabilità interno – che per il Lazio significherà nel prossimo biennio tagli agli impegni di spesa nell’ordine di 637 e 717 milioni di euro, rispettivamente nel 2011 e 2012. Un totale, dunque, di circa 1,35 miliardi di euro.
Va aggiunta poi la forte riduzione ai trasferimenti (Legge Bassanini e altri) intorno ai 420 milioni di euro nel 2011 e a circa 470 nel 2012. Un decremento di risorse pari a 890 milioni di euro.
Il combinato disposto di questi due pesanti interventi vale, quindi, oltre 2,2 miliardi di euro nel prossimo biennio.
Chiusi a luglio, venerdì sera
Se trovi esercizi commerciali chiusi a luglio forse pensi che si tratti di ferie, di caldo, di riposo e bla bla. Se ti trovi a Gaeta, piana di Sant’Agostino, venerdì sera di un luglio che dire afoso suona gentile e vuoi andare al ristorante puoi trovare chiuso. Quasi un deserto. Attività che dovrebbero fiorire di turisti e brulicare di consumatori. E invece no. Chiuso. Per ferie?
Mi è accaduto ieri sera. Con amici dovevo andare là, ci siamo trovati e poi…ci siamo rimessi in marcia. Attività chiuse, poca gente, tavoli a singhiozzo, parcheggi semivuoti. Dove non c’è mai stata crisi. Alla fine abbiamo mangiato, questo sì. In un locale carino, ben messo, pulito, che da sulla strada. Ma eravamo i soli…
Occupazione Usa in crescita
WASHINGTON, 2 aprile (Reuters) – L’economia americana ha creato dei posti di lavoro a marzo al tasso più veloce negli ultimi tre anni, grazie a un maggior numero di assunzioni nel settore privato.
Gli impieghi sono saliti a 162.000 a marzo, con un tasso di disoccupazione stabile al 9,7% per il terzo mese consecutivo, secondo le stime pubblicate oggi dal Dipartimento del Lavoro.
Si tratta del terzo aumento da quando l’economia americana è andata in recessione alla fine del 2007, ed è il più alto da marzo di quell’anno. Il settore privato ha assunto più lavoratori del previsto.
“L’economia è sulla strada di una ripresa sostenibile. La fragilità della ripresa sta diventando meno preoccupante”, ha detto Chris Rupkey, economista di Bank of Tokyo-Mitsubishi UFJ a New York.
Le stime di gennaio sono state riviste al rialzo, indicando un guadagno di 14.000 invece di una perdita di 26.000, mentre i tagli di posti di lavoro di febbraio sono stati aggiornati a 14.000 da 36.000.
Leader Pumps Group: massima solidarietà
Ricevo e volentieri pubblico:
Oggetto: I: La protesta delle lavoratrici della Leader Pumps Group, che produce
pompe idrauliche in Friuli.massima solidarietà!IN QUESTO CASO LA SOLIDARIETA’ E’ D’OBBLIGO
E POI PARLANO DI CASSA INTEGRAZIONE
BUON LAVORO
(grazie a Lanfranco Belloni)
L’Italia e la crisi
di Luca Ricolfi
La crisi dell’economia mondiale è iniziata nell’agosto 2007, con lo scoppio della bolla immobiliare americana (i cosiddetti mutui subprime). Si è poi aggravata di colpo nel settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers. Da allora abbiamo sempre sentito due sole canzoni. Quella del governo, che ha ripetuto instancabilmente che l’Italia ha retto, e anzi se l’è cavata meglio della maggior parte degli altri paesi. E quella dell’opposizione, che altrettanto instancabilmente ha ripetuto che siamo andati peggio degli altri paesi, e che il governo doveva e poteva fare di più.
Ora sono passati più di due anni e, con la comunicazione da parte degli uffici statistici europei dei principali dati del 2009, siamo nelle condizioni di tracciare un primo bilancio. Consideriamo i 12 paesi che formano il nucleo storico dell’area euro, nel senso che vi sono entrati fra il 1999 e il 2001: Italia, Germania, Francia, Spagna, Grecia, Austria, Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, Finlandia, Portogallo, Lussemburgo. Per confrontare il comportamento di questi 12 paesi, accomunati dal fatto di avere la medesima moneta e i medesimi vincoli, li abbiamo messi alla prova su 10 indicatori. Si tratta di indicatori sui quali la maggior parte dei paesi, fra il 2007 e il 2009, ha registrato un arretramento più o meno ampio: un modo semplice di valutare la performance del nostro Paese è di controllare, per ciascun indicatore, la posizione dell’Italia nella graduatoria che va dal paese che è andato meglio, o meno peggio (1° posto in classifica), al paese che è peggiorato di più durante la crisi (12° posto in classifica).
Osservando il grafico possiamo vedere che l’Italia è andata malissimo, peggio della maggior parte dei paesi a noi comparabili, su produzione industriale (11° posto su 12), pil, export, disoccupazione, potere di acquisto (10°). È andata male ma non malissimo (8° posto) su entrate tributarie, imposte indirette e occupazione (anche grazie al rafforzamento degli ammortizzatori sociali). È andata discretamente quanto all’evoluzione del debito pubblico (6° posto). È andata decisamente bene (3° posto, dietro ad Austria e Germania) quanto alla variazione dell’indebitamento netto, che è anche il parametro fondamentale ai fini del rispetto dei vincoli di Maastricht.
Si potrebbe concludere che il bilancio è complessivamente negativo, o perlomeno deludente. Ma sarebbe una conclusione affrettata. Molto dipende dal punto di vista da cui osserviamo la crisi. Se guardiamo all’andamento dell’economia reale, non sembrano esserci dubbi sul fatto che l’economia italiana ha confermato di essere fra le più fragili dell’area euro: è da 15 anni che cresciamo molto di meno della media europea, e il biennio della crisi non ha certo fatto eccezione. Se guardiamo alla politica economica, invece, il giudizio si fa più controverso.
È vero, come dice l’opposizione, che si poteva fare di più, ma forse è ancora più vero che quel «di più» non è precisamente quello che l’opposizione e le organizzazioni sindacali si aspettavano, ossia misure di stimolo ai consumi di dubbia copertura. Se il ministro Giulio Tremonti non avesse stretto i cordoni della borsa, ora probabilmente l’Italia sarebbe esposta agli attacchi della speculazione internazionale come lo è la Grecia, il costo del servizio del debito (cioè dei titoli pubblici) sarebbe molto maggiore e i costi della crisi li pagheremmo oggi, con tanto di interessi.
Il di più che si sarebbe potuto fare, purtroppo, è quello che da una decina d’anni nessun governo, di destra o di sinistra, osa fare, per timore di perdere il consenso: mettere mano alla modernizzazione dell’Italia, varare quelle riforme economico-sociali che nel breve periodo possono creare scontento ma nel lungo periodo sono l’unica strada per interrompere il declino.
“E’ un momento di evasione per tutti i cittadini italiani”
Così Scajola al Festival. Altro che crisi economica.
Qualcuno dica al Premier che le tasse le ha aumentate quest’anno
E’ inutile nascondere che quest’anno (2010!) le tasse aumentano, stanno già aumentando.
Anche quelle volute dallo Stato, non solo dagli enti locali (tra le altre: tariffe aeroportuali,ricorso al giudice di pace, ricorso in Cassazione per cause di lavoro). Senza contare le tariffe…
Margini per una riduzione strutturale della spesa

Si parla di taglio delle tasse. Bene. Ma dove tagliare? Non mi piacciano molto le frasi ermetiche. Cosa si vuole ridurre?
Da Libertiamo:
- Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del PdL:
“Per ritrovare la via della crescita, dopo la crisi ma soprattutto dopo quindici anni di stagnazione, l’Italia ha bisogno di una robusta riduzione del carico fiscale, per eliminare un potente disincentivo al lavoro e all’investimento. E’ quindi molto positivo e lungimirante che Silvio Berlusconi abbia annunciato l’impegno del Governo ad un piano di riforma fiscale che possa portare alle due aliquote Irpef del 23 e del 33 per cento, come già prevedeva la riforma Tremonti del 2003. Questo può e deve essere l’obiettivo di questa legislatura, e bene ha fatto il premier a indicare la riforma fiscale come quella prioritaria.
Abbattere la pressione fiscale senza danneggiare la tenuta dei conti dello Stato è possibile, perché nel bilancio pubblico vi sono i margini per una riduzione strutturale della spesa e perché – come prevede il programma elettorale del PdL – a questo si può accompagnare un piano di abbattimento del debito pubblico attraverso la valorizzazione e la collocazione sul mercato di una quota importante di patrimonio pubblico”.








