Serviva davvero WikiLeaks per parlarne?
Sulla libertà di informazione di WikiLeaks, sull’appoggio dell’intera Islanda (a questo progetto) mi ero soffermato in precedenza. WikiLeaks appare come una rivoluzione coniugata alla massima libertà di informazione e di rete. Far sapere tutto, tutto di tutto (e di tutti) senza filtri. Creare notizia, raccogliendo fatti, inediti, dossier. Propagare tutto alla velocità di internet facendo tremare potenti, governi e mettendo in scacco tutte le democrazie. Informazione libera a tutti i costi, diretta, pienamente accessibile. Senza pesare la qualità delle informazioni, semplicemente facendo esplodere scandali di peso, fino a bombardare tutti di rivelazioni, di testi top secret.
Una rivoluzione basata sulla quantità e sul sensazionalismo, ma spesso non approfondita, non organizzata, men che meno gestita. Quindi amplificata e propagata in modo da bucare ad ogni costo, purchè si getti in pasto all’opinione pubblica qualcosa di inedito e nascosto perchè potenzialmente destabilizzante.
Il caso dell’Afghanistan dimostra però che WiliLeaks è forte e pericolosa allo stesso tempo, dissacrante quanto prevedibile ma già lenta e poco utile per capire la portata sociale dell’informazione trasferita alla massa in preda ad un orgasmo di libertà e indignazione.
Il caso Afghanistan in sostanza era qualcosa di già intuibile, quasi conosciuto e forse sottovalutato da un mondo “ubriaco” di stimoli e ansioso di risposte dal messia nero d’America che appariva come l’angelo della pace e del modernismo comunicativo. Un mito che, a ben rileggere ciò che forse ci era sfuggito, dovrà ripensare la strategia militare degli Usa e spiegare al mondo intero come si possa vincere un Nobel per la Pace con bombardamenti e omissioni che trovano solo nell’omertà e nella pigrizia di molta stampa una possibile giustificazione convincente.
Da Camillo (8 luglio 2009):
Nell’ultima settimana altri tre bombardamenti americani in Pakistan. Questa volta 27 morti. Ecco l’elenco di tutti i bombardamenti. In totale sono 26. I giornali continuano a non parlarne. Rovinerebbe l’immagine pacifista di Obama. Al massimo potrebbe uscire un editoriale di super Zuc. che spiega che “per la sua storia biologica, per il suo modus operandi, per la sua personalità” Obama quando bombarda non intende far male.
We are the world
Giù la maschera. Obama è come Bush. Lo (ri)porta Camillo. Obama è in Afghanistan. E non ci sono dubbi (eccome se resta).
Grande discorso di Obama in visita a sopresa a Kabul:
“That’s why you put on that uniform, because in an uncertain world, the United States of America will always stand up for the security of nations and the dignity of human beings. That’s who we are. That is what we do”.
Briefing Afghanistan
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(di Camillo) – Conference call – senza embargo – con due funzionari della Casa Bianca. Obama invierà 30 mila truppe in Afghanistan, oltre alle 33 mila già inviate. In totale saranno quasi 100 mila gli americani.
Obiettivi: sconfiggere Al Qaeda; fermare l’avanzata talebana, addestrare forze di sicurezza afghane, rendere sicuri i centri abitati e ed evitare che i talebani tornino al governo.
L’impegno non sarà a tempo indeterminato, anche se Obama confermerà la partnership strategica con l’Afghanistan. In tre anni la missione sarà compiuta, ma la decisione finale per l’uscita sarà presa in base alle condizioni reali sul campo
(No, non è un briefing della Casa Bianca di Bush)
Foto del giorno
Prima che arrivi l’inverno….

Kabul, Afghanistan, 1 Dicembre 2009: un uomo porta a casa un sacco di carbone dal campo dell’UNHCR.
Nozze postume
Parigi, 31 lug. (Adnkronos/Dpa) – Una francese di 20 anni si e’ sposata con un soldato morto l’anno scorso in Afghanistan dopo l’autorizzazione alle nozze postume concessa dal presidente Nicolas Sarkozy. “Ora porta il cognome del caduto con il quale voleva dividere la vita”, ha spiegato un funzionario del registro civile che ha sancito l’unione. Il soldato, Damien Gaillet di 20 anni, e altri nove commilitoni erano morti nell’agosto 2008 in una imboscata dei talebani contro i militari dell’Isaf. I genitori di Gaillet si erano detti contrari alle nozze postume.
Afghanistan: diventa legale lo stupro della moglie

Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha firmato una legge che modifica il diritto di famiglia sciita legalizzando lo stupro della moglie da parte del marito e proibendo alle donne sposate di uscire di casa senza il permesso del coniuge. A denunciarlo fonti delle Nazioni Unite e diverse associazioni per i diritti delle donne che operano in Afghanistan. La riforma riguarda solo gli sciiti, per lo più appartenenti all’etnia hazara, la terza del Paese, il cui voto Karzai ha voluto probabilmente corteggiare in vista delle presidenziali di agosto.
All’articolo 132 la nuova legge stabilisce che le mogli devono assecondare i desideri sessuali dei loro mariti e prevede che un uomo possa aspettarsi di avere rapporti con la moglie «almeno una volta ogni quattro notti», a meno che la consorte non sia indisposta. C’è inoltre un tacito consenso per i matrimoni con bambine e si proibisce alla donna di uscire di casa senza il permesso del marito.
Il progetto di legge giaceva in parlamento da più di un anno e solo a febbraio è stato fatto dibattere da Karzai, in cerca di alleati nel braccio di ferro con l’opposizione sulla sua proroga in vista delle presidenziali.
«Abbiamo detto a Kabul pubblicamente che questa legge deve essere modificata o che comunque ci aspettiamo un segnale chiaro che smentisca la possibilità che una legge del genere possa vedere la luce», ha commentato il ministro degli Esteri, Franco Frattini dall’Aja, dove ha preso parte alla Conferenza internazionle sull’Afghanistan.
Sulla questione femminile in Afghanistan si è espressa in giornata anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton che – nel corso di una conferenza stampa tenutasi all’Aja – ha parlato dei diritti delle donne in quel Paese come di un motivo di «assoluta preoccupazione» per gli Usa. «Non si può sviluppare un paese – ha aggiunto ancora la Clinton – se metà della sua popolazione viene oppresso».









In Australia un salvagente umano per i rifugiati
Sydney, Australia, 8 Maggio 2010
Un anello di vita per i rifugiati: manifestanti hanno formato sulla Bondi Beach, in Australia, un salvagente umano bianco e rosso. Se le persone hanno da temere per la loro vita a causa della guerra o delle persecuzioni, esse dovrebbero avere la possibilità di fuggire, questo il messaggio dei manifestanti. L’azione è scaturita a seguito della decisione del governo australiano di bloccare le domande di asilo da parte di rifugiati provenienti dallo Sri Lanka e l’Afghanistan.
8 maggio 2010 Pubblicato da susannacotugno | Afghanistan, civil rights, Commenti, comunicazione, diritti civili, diritti umani, guerra, human rights, informazione, news from all over the world, opinioni politiche, politica, politics, repressione, società, society, solidarietà | Afghanistan, asilo politico, Australia, guerra, manifestazioni, persecuzione, proteste, rifugiati, solidarietà, Sri Lanka | Lascia un commento