Il sistema non è in crisi, il sistema è la crisi!
MANIFESTO
- Possiamo togliere il potere alle banche?
- Possiamo sbarazzarci dei politici corrotti?
- Possiamo garantire a tutti un lavoro, una casa, un futuro?
- Possiamo stabilire un governo voluto dalla gente, per la gente, della gente?
- Possiamo abolire tutti i confini ed essere patrioti per il nostro pianeta?
- Possiamo vivere tutti in maniera sostenibile e fermare il caos climatico?
- Possiamo far sì che il capitalismo diventi storia?
Sì POSSIAMO! – YES WE CAN!
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Europa: costruiamo un’economia più forte ed equa

Dalla Delegazione Italiana nel Pse:
COSTRUIAMO UN’ECONOMIA PIÙ FORTE ED EQUA – di Massimo D’Alema
Delle evidenti difficoltà che l’Europa sta incontrando nell’offrire risposte adeguate alla crisi economica se ne é discusso questa settimana al Parlamento europeo in occasione della conferenza organizzata dal gruppo socialista sul tema. Tra i relatori erano presenti alcune tra la figure di spicco del socialismo europeo, tra i quali Massimo d’Alema, Poul Nyrup Rasmussen, Joaquin Almunia, Michel Rocard, Jeremy Rifkin.
Un’iniziativa che ha rappresentato anche un momento utile per fare il punto riguardo alla più generale posizione dei socialisti sul tema delicato della crisi economica. Come finanziare la crescita economica, come preservare l’integrità del mercato interno messa in discussione da posizioni neo protezionistiche, in che maniera rinforzare il modello sociale europeo, quale il ruolo della politica nella riscrittura delle regole della finanza, questi sono stati i principali temi di discussione, elementi che con tutta probabilità saranno al centro del dibattito politico che animerà la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo ormai alle porte.
Di seguito, il testo della relazione introduttiva, di Massimo D’Alema, alla conferenza “Stop alla finanza creativa. Costruiamo un’economia più forte ed equa” organizzata dal Gruppo PSE al Parlamento europeo (Bruxelles, 3 marzo 2009)
“Sono grato al PSE e al Gruppo socialista al Parlamento europeo per avere promosso questo incontro e sono onorato della responsabilità che mi è affidata di aprire il dibattito con alcune considerazioni di carattere generale. Non sono uno specialista, non pretendo di proporre un’analisi particolare della grande crisi che sta sconvolgendo il mondo, che sta colpendo le nostre economie e le nostre società. Altri potranno meglio di me approfondire diversi aspetti fondamentali della crisi e delle terapie che sono necessarie per affrontarli. Non credo tuttavia che questo fondamentalmente sia il tempo degli specialisti e degli economisti. É compito della politica restituire fiducia e speranza, indicare una prospettiva nuova, assumere la guida. Per fare questo è importante che ci chiariamo le idee circa la natura e la portata della crisi che abbiamo di fronte. Nella classe dirigente conservatrice, nei paesi più ricchi del mondo, è sembrata prevalere l’idea che la crisi fosse un incidente di percorso, un inciampo lungo il cammino del progresso e della crescita della ricchezza, sulla strada di una globalizzazione dominata dalla ideologia e dalle politiche neoliberiste. Certo sotto accusa era l’ingordigia di certi banchieri; la mancanza di scrupoli etici di una finanza speculativa che ha finito per dominare il lavoro e la produzione materiale; l’eccesso di deregulation che – bontà loro – ora viene riconosciuto anche dai più sfrenati teorici di un mercato senza regole. Ma si tratta davvero soltanto di questo? Se così fosse, sarebbe stato sufficiente rimettere le cose in ordine, liberare le banche dall’inquinamento dei titoli tossici, separare con qualche accorgimento (bad banks or chapter 11) la buona dalla cattiva finanza. E riprendere il cammino. Non era così. Questa è stata una breve illusione. Oggi è investita l’economia reale da una crisi di cui è difficile delineare la portata e prevedere gli esiti. Crolla la produzione, calano i consumi, tante, tantissime imprese, soprattutto piccole e medie, falliscono per mancanza di prospettive e di liquidità. Si affaccia lo spettro di una drammatica crisi sociale e di una moltiplicazione del numero dei disoccupati anche nei paesi più ricchi.
La verità è che sembra essere finito un intero ciclo dello sviluppo, portando alla luce gli squilibri e le contraddizioni di fondo di questa globalizzazione ultraliberale che ha dominato negli ultimi venti anni non solo le scelte della politica economica ma anche la cultura, il senso comune, il modo di vivere delle persone. Il primo nodo che viene alla luce è quello che io definirei “un drammatico deficit di democrazia”. In fondo, la mancanza di regole è precisamente il frutto della asimmetria fra la crescita di un mercato mondiale delle merci e dei capitali e la assenza di istituzioni democratiche in grado di fare da contrappeso rispetto allo strapotere dell’economia e della finanza. È cresciuta così una nuova “razza padrona”: una oligarchia finanziaria che ha preso nelle sue mani il potere, che si è data le sue regole, che ha accumulato un’enorme ricchezza attraverso compensi d’oro e il sistema delle stock options. Questa oligarchia, attraverso il controllo dei media, ha diffuso una cultura e un senso comune. Il disprezzo verso la politica, verso le istituzioni rappresentative, verso gli stati nazionali, l’idea del dominio dell’economia sulla politica; la concezione secondo cui l’unico compito che la politica deve svolgere è quello di rimuovere gli ostacoli al pieno dispiegarsi degli effetti benefici della globalizzazione e della finanziarizzazione. Oggi assistiamo al crollo di questo castello ideologico. E i banchieri orgogliosi bussano alla porta dei tanto disprezzati Stati nazionali con il cappello in mano per acquisire gli aiuti necessari a salvare i loro imperi finanziari. Ma se vogliamo dare una risposta che non si limiti all’esigenza, che potrebbe rivelarsi illusoria, di fronteggiare l’emergenza drammatica in cui ci troviamo, dobbiamo essere consapevoli che non sarà sufficiente l’azione dei governi nazionali o il ricorso a istituzioni “tecniche”, come le banche centrali e il Fondo Monetario Internazionale. Insomma, sia pure colpita da una crisi profonda, l’economia globale resta globale e non sarà sufficiente una risposta imperniata sul ruolo degli Stati nazionali. Questo è vero su scala mondiale, ma è particolarmente vero – lo vedremo in seguito- per il futuro dell’Unione europea. Dunque, oggi è il momento di costruire coraggiosamente una nuova architettura istituzionale internazionale, di ripensare il ruolo di organismo come il Fondo Monetario Internazionale che – come si è cominciato a discutere nel G20 – può assumere compiti di sorveglianza a condizione di mutarne radicalmente la governance e di farne una strumento a disposizione dell’intera comunità internazionale e non soltanto un’agenzia di Paesi ricchi. Si è parlato della necessità di una nuova Bretton Wood. Forse non è realistico pensare a un nuovo regime di parità fra le principali monete del mondo, tuttavia il sistema di tassi di cambio liberamente fluttuanti ha favorito la speculazione e la crescita di squilibri globali. Per cui appare necessario, anche in questo campo, accrescere i poteri di sorveglianza e di intervento del FMI, in particolare attraverso la possibilità di convertire le valute nazionali create in eccesso rispetto alla domanda in diritti speciali di prelievo, creando così una maggiore stabilità ai detentori. È aperto, oramai in sede scientifica e politica un dibattito assai ricco sulle forme di regolazione e di sorveglianza necessarie per evitare il ripetersi di shock finanziari e di massicci fenomeni speculativi. Ma guai dimenticare che c’è, al fondo, un problema politico e cioè la necessità che anche i Paesi più ricchi a partire dagli Stati Uniti si assoggettino a una sorveglianza internazionale e multilaterale. Altrimenti, il FMI resterà ciò che è stato a partire dagli anni ’80 e cioè uno strumento di sorveglianza soltanto sui Paesi poveri, per assoggettarli a politiche neoliberiste con conseguenze – come si è visto – disastrose per quegli stessi Paesi e per l’equilibrio dell’economia mondiale. Insomma, se la crisi mette in luce quello che ho definito un deficit di democrazia e la necessità di un rinnovato primato della politica sull’economia, questo non può risolversi in un ritorno alla centralità degli Stati. Ma deve spingerci ad un coraggioso impegno per rafforzare le istituzioni internazionali e multilaterali della governance globale. Non solo le istituzioni di natura tecnica ed economica. Ma le istituzioni politiche, a cominciare dalle Nazioni Unite e dal sistema delle agenzie internazionali.
La seconda contraddizione di fondo che viene alla luce nella crisi attuale e che spiega la fragilità delle nostre economie e delle nostre società di fronte alla crisi è il “deficit di giustizia sociale” che si è accumulato in questi anni. La stessa crisi dei mutui sub prime che ha innescato il credit crunch americano, ha avuto origine nell’impoverimento e nell’indebitamento delle classi medie americane anche se poi un mercato finanziario spericolato e speculativo ne ha enormemente moltiplicato gli effetti. Ma all’origine appunto vi è un dato sociale. Un recente studio dell’OCSE “Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries” mostra in modo assai significativo gli effetti delle trasformazioni economiche dell’ultimo ventennio. Non mi riferisco soltanto alle diseguaglianze fra Paesi ricchi e Paesi poveri ma a quelle che attraversano le nostre società. Negli ultimi venti anni l’indice di diseguaglianza è aumentato in modo rilevante in un periodo di crescita della ricchezza. L’aumento ha riguardato i due terzi dei paesi OCSE e in particolare i maggiori fra questi come gli Stati Uniti il Canada l’Italia la Germania… Si è ridotta notevolmente la quota dei salari sul valore aggiunto e quindi è aumentata la forbice tra i redditi dei lavoratori dipendenti e i redditi da capitale e da lavoro autonomo. In Italia, la crescita dei redditi da lavoro dipendente è stata del 6%, la crescita dei redditi da lavoro autonomo è stata del 44%… una differenza impressionante. È cresciuto l’indice di povertà tra i giovani adulti, le famiglie con figli e tra i bambini. È cresciuto il fenomeno della povertà anche in famiglie in cui almeno un componente lavora. È evidente cha la finanziarizzazione dell’economia e la crescita enorme del peso della rendita finanziaria hanno accresciuto e enfatizzato questi fenomeni. Credo che sia giusto tra di noi riflettere non soltanto sugli effetti sociali intollerabili di questi trends che abbiamo subito e contro i quali abbiamo agito in modo insufficiente anche quando abbiamo svolto funzioni di governo; ma anche sugli effetti che queste diseguaglianze producono sull’economia e sullo sviluppo. In realtà questi fenomeni sociali rendono fragile lo sviluppo economico. È evidente, infatti, che una società diseguale è una società nella quale si restringe il mercato interno e si riducono i consumi, perché se la crescita della ricchezza si concentra in una fascia ristretta della popolazione questo certamente non aiuta la crescita dei consumi. Ma è anche evidente che società fortemente diseguali producono una ridotta mobilità sociale e una caduta della produttività del lavoro. Vi è una corrispondenza tra la crescita delle diseguaglianze e la redditività della produzione da lavoro. Insomma noi abbiamo subito per troppi anni un pensiero economico dominante, una sorta di “saggezza convenzionale” secondo cui la riduzione della spesa sociale e la rinuncia a politiche fiscali di redistribuzione del reddito avrebbe portato a una più alta capacità competitiva dell’economia europea. Non era vero. Anzi era vero il contrario. Un più elevato investimento sociale a favore della salute e dell’istruzione; un sistema di protezione più efficiente per i disoccupati in grado di non abbandonare le persone a sé stesse nei momenti di difficoltà giocano un ruolo fondamentale per la formazione e il miglioramento del capitale umano e quindi per rendere più solido lo sviluppo e più forte la competitività delle nostre economie. Questo significa che la crisi che impone la necessità di un intervento pubblico per rilanciare lo sviluppo e sostenere la domanda deve essere considerata da noi come l’occasione per imporre un cambiamento profondo nella qualità dello sviluppo. Non avrebbe senso, per dirla con la battuta ironica di Keynes, spendere “per scavare buche e poi riempirle”; piuttosto gli interventi di sostegno immediato della domanda dovrebbero avere contenuti che gettano le basi strutturali per una crescita stabile di lungo periodo e collegarsi con riforme in grado di correggere gli squilibri strutturali che la globalizzazione selvaggia ha determinato. Ed è evidente che rinnovate politiche di welfare e incisive politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza sono una condizione importante per una nuova fase di sviluppo.
Non mi sembra onestamente che la risposta complessiva dell’Europa alla crisi sia ispirata al coraggio e alla lungimiranza che sarebbero necessari. E questo dipende anche dalla divisione dalla timidezza delle forze riformiste progressiste e socialiste in Europa. Qualche settimana fa il settimanale americano News Week intitolava la sua copertina in modo provocatorio “Siamo tutti socialisti”. Socialista è una parola molto difficile da usare negli Stati Uniti d’America. Eppure, paradossalmente, la risposta più “socialista” alla crisi sembra venire proprio dalla nuova amministrazione democratica americana. Non mi riferisco soltanto alla imponenza della mobilitazione di risorse pubbliche, ma soprattutto al carattere coraggiosamente innovativo delle scelte che vengono proposte. Aumentare le tasse ai ricchi per estendere l’assistenza sanitaria ai disoccupati è una scelta concretamente importante e anche di un grande significato simbolico. Più in generale, la manovra americana punta ad una redistribuzione della ricchezza, attraverso l’uso della leva fiscale dopo che per anni si era teorizzato l’appiattimento della curva delle aliquote. In secondo luogo, ci si propone l’obiettivo di estendere sistemi pubblici di protezione sociale anche colpendo la resistenza di potenti lobbies finanziarie e assicurative. Infine, gli investimenti pubblici destinati a rilanciare l’economia puntano a rafforzare settori innovativi della ricerca, in particolare lo sviluppo di tecnologie verdi in campo energetico e della tutela ambientale. Certo, l’America è stata ed è l’epicentro di questa crisi e il Paese che con le sue scelte politiche ed economiche ne porta le maggiori responsabilità. Tuttavia, l’America è anche il Paese nel quale, con l’elezione di Barack Obama e le scelte che la nuova amministrazione sta via via proponendo, la risposta alla crisi appare più forte e coraggiosa.
Dobbiamo dire invece con chiarezza che l’iniziativa europea è stata sin qui confusa e inadeguata. In una prima fase ha prevalso la convinzione che la crisi finanziaria fosse sostanzialmente un problema americano e che noi europei fossimo al riparo dai rischi maggiori. In effetti è vero che le nostre banche sono meno inquinate da una finanza spericolata e speculativa come quella che ha messo in ginocchio il sistema americano. È anche vero che il Paese europeo più esposto alla crisi finanziaria d’oltre Oceano – e cioè il Regno Unito – è stato anche quello nel quale, grazie a Gordon Brown, la risposta del governo nazionale si è mostrata più pronta ed efficace. Ma, nell’ottimismo europeo, vi era una sconcertante sottovalutazione degli effetti economici, sistemici, che la crisi finanziaria avrebbe prodotto in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo. La caduta dei consumi, la contrazione della liquidità per le imprese, il collasso di diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale la cui crescita è avvenuta in questi anni all’insegna del più sfrenato modello di neoliberismo hanno rapidamente fatto svanire le illusioni delle leadership conservatrici del nostro continente e la crisi sta assumendo tali proporzioni da mettere a dura prova i sistemi di protezione e di stabilizzazione sociale che pure sono in Europa assai più forti che negli Stati Uniti (anche perché in questi anni abbiamo fortunatamente resistito alla ideologia che pretendeva di cancellarli nel nome della modernità).
Di fronte all’incalzare della crisi, è emersa la debolezza delle istituzioni dell’Unione. Bisogna riconoscere che solo il Parlamento europeo – lo dico con l’orgoglio di un ex-parlamentare – con le sue discussioni e, in parte, con le sue deliberazioni si è mostrato all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte. Per il resto la risposta alla crisi è stata sostanzialmente affidata alle decisioni dei governi nazionali. Salvo l’affannoso e inconcludente succedersi di vertici e Consigli straordinari. Si potrebbe dire, parafrasando Sraffa, “produzione di vertici a mezzo di vertici”. In questa situazione il rischio concreto è che anziché cogliere questa crisi come una opportunità per fare un salto di qualità nell’integrazione e nel coordinamento delle politiche economiche in realtà si vada verso una rinazionalizzazione delle decisioni fondamentali ed un allentamento dei vincoli sia in materia di politiche di bilancio, sia in materia di aiuti di stato. Con una Commissione ridotta ad avallare ex post le decisioni dei singoli governi nazionali. Credo che dobbiamo dire con forza che questa tendenza sarebbe disastrosa. Non solo perché senza un forte coordinamento europeo le misure dei singoli paesi non possono avere la forza d’urto per invertire il ciclo e rilanciare lo sviluppo; ma perché la frammentazione delle scelte accentuerebbe le diseguaglianze in Europa e finirebbe per mettere in crisi l’unione economica e monetaria ed il mercato unico: cioè le più importanti conquiste degli europei negli ultimi 50 anni. È il momento, al contrario, di prendere finalmente atto che senza istituzioni più forti ed un effettivo coordinamento nella indicazione degli obiettivi e nell’uso delle risorse l’Unione europea non sarà mai in grado di mantenere le sue promesse in termini di crescita economica, dell’occupazione e della qualità della vita dei suoi cittadini. Come possiamo proporre una regolazione ed un controllo a livello internazionale dei mercati finanziari quando all’interno dell’Unione non si riesce ad assicurare un effettiva cooperazione tra le autorità nazionali di vigilanza? Come possiamo sostenere la necessità di alleggerire la pressione fiscale sul lavoro e sui redditi medio-bassi quando siamo ancora alle prese, persino all’interno dell’area dell’euro, con la concorrenza fiscale in materia di tassazione dei redditi da capitale e anche soltanto l’espressione “armonizzazione” continua ad essere per molti governi europei un tabù? Quale funzione di stabilizzazione può svolgere il bilancio dell’Unione europea – così come avviene negli USA – se non si riesce neppure a passare dall’1 all’1,24 per cento del PIL dell’Unione? Quale politica europea di investimenti si potrà compiere se dal Piano Delors ad oggi la proposta di emissione di Eurobonds continua ancora ad essere considerata una fuga in avanti da alcuni Stati e non uno strumento essenziale senza il quale risulta assai difficile sostenere i grandi obiettivi in materia di infrastrutture e di innovazione necessari per una nuova fase di sviluppo? Ciò che oggi è in discussione è il meccanismo stesso di crescita dell’Europa che si basa sul mercato unico, sulla moneta unica, sulla strategia di Lisbona. Dovremmo prendere atto che a dieci anni dal vertice di Lisbona, che produsse il più straordinario manifesto riformista in Europa, non siamo riusciti ad introdurre vincoli ed incentivi efficaci per indirizzare risorse pubbliche e private verso l’innovazione e la conoscenza. Anche perché alla indicazione di quegli obiettivi coraggiosi non corrispondevano strumenti istituzionali comuni e meccanismi decisionali adeguati. Oggi la recessione rischia di colpire, più di altre voci, le spese per ricerca e sviluppo e per la formazione del capitale umano, perché l’emergenza finanziaria sembra imporre altre priorità. Questo è ciò che sta avvenendo per esempio in Italia. Solo un forte impulso europeo può evitare il pericolo di un ripiegamento nazionalistico, di spinte che, di fatto, al di là delle dichiarazioni, assumono il segno protezionista delle disperate lotte fra poveri, come quelle che abbiamo visto nelle manifestazioni dei lavoratori inglesi contro gli operai italiani o come quelle che si manifestano nelle ondate razzistiche anti immigrati in diversi paesi europei. È dunque per ragioni politiche oltre che economiche che è essenziale puntare su una risposta europea alla crisi e fare della crisi appunto una occasione per rafforzare le nostre istituzioni comuni e rilanciare i nostri valori. Sarebbe un grave errore ritenere che possa funzionare una sorta di “strategia dei due tempi”: oggi ciascuno per sé affronti l’emergenza e domani riprenderà il processo di integrazione. In questo modo rischiamo di non arginare l’emergenza e di compromettere l’integrazione futura.
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo che cadrà in un momento davvero cruciale per la storia del mondo e del nostro continente. Corriamo il rischio noi che rappresentiamo il campo delle forze riformiste progressiste e socialiste di trovarci in una situazione davvero paradossale. Se guardiamo al panorama dei governi europei non siamo da molti anni mai stati così deboli, mentre il mutamento sconvolgente della realtà del mondo mostra come i valori fondamentali, che sono alla base del nostro movimento, tornano ad essere attuali e necessari. Davvero è il momento di agire e non lasciare al populismo della destra la risposta al sentimento di paura e di insicurezza che colpisce oggi milioni di europei. Come ci hanno mostrato anche le elezioni americane la forza e la chiarezza del messaggio di cambiamento possono coinvolgere una larga opinione pubblica, ridare fiducia e speranza, mutare rapporti di forza consolidati, spostare in avanti gli equilibri politici. In questo senso la crisi è anche un’opportunità ed una sfida per i socialisti e per i riformisti. Una sfida da affrontare insieme.
Grazie”
Global Crisis Fuels Protests
Partial transcript of the program broadcast by the Real News Network on 6 February 2009:
As economists in the US warn against the potential for double-digit unemployment, much of the world is already experiencing that reality. In Spain, 200,000 workers lost their jobs in January alone, the most for a single month on record, pushing that country’s unemployment rate to over 14%. Over 9% of workers in the Republic of Ireland are now jobless, representing more unemployed people than any time since the Irish began keeping record in 1967. Over 2 million workers in Colombia now find themselves without jobs, representing over 10% of the workforce. Meanwhile in China, the New York Times reports that 20 million rural migrant workers have lost their jobs.
Migrant workers make up a major part of the globalized economy, and they will be impacted severely, says Joseph Chamie of Pakistan’s The Daily Times. “The global economic crisis, which is hitting the developed countries hard, might generate a tsunami-like wave of migrants returning home.” He explains that the drop in remittances from employees sending their earnings home to their families would cause living conditions in many countries to worsen. In Russia, even those who still have their jobs are finding their salaries less and less valuable, as the ruble fell to an 11-year low. Russia, which depends on energy for 80% of its export revenue, was counting on $95 a barrel of oil for its 2009 budget. It will have to adjust to the $40 reality we see today.
In what was labeled as the first political casualty of the crisis, Iceland’s entire ruling administration resigned, under the pressure of massive anti-government protests. The demonstrations were sparked when Prime Minister Geir Haarde accepted a $10 billion rescue package from the International Monetary Fund.
The protests in Iceland are part of an anti-government response to the financial crisis that is observed in streets all around the world. In France last week, an estimated 2.5 million people hit the streets to protest President Sarkozy’s $33 billion stimulus plan. Many there are demanding the government nationalize the banking system. A similar protest took place in Italy in October when hundreds of thousands protested Prime Minister Berlusconi’s cuts to the education budget. In December, Greece was overcome with an anti-government uprising, and just last week, thousands blockaded the streets of Mexico City in anger at President Felipe Calderón’s neoliberal economic policies. Meanwhile, back at the World Economic Forum, the annual demonstration that has accompanied the meeting since its inception was cracked down on heavily by Swiss authorities this year. An article on Infoshop News said 130 protesters had been arrested. Reuters reported that the protesters were demonstrating against the World Economic Forum, saying “the elite gathered for its annual meeting are not qualified to fix the world’s problems.”
World Social Forum a Belem
Il World Social Forum (WSF) di Belem, il primo da quando è scoppiata la crisi economica, si sta svolgendo in un momento in cui il totale fallimento del neo-liberalismo e il carattere distruttivo del capitalismo globale si stanno mostrando in tutta la loro cruda realtà. Inoltre, l’Amazzonia appare come un luogo particolarmente adatto per evidenziare il rapporto tra crisi sociale ed ecologica.
Di grande importanza è anche che, dopo un lungo periodo durante il quale il movimento della “alterglobalizzazione” sembrava aver perso il suo ruolo centrale e unificatore, il Forum si ripresenta come il più distintivo punto di riferimento per il movimento stesso, che necessita di nuovo impeto per sviluppare resistenze sociali “dal basso” e il loro coordinamento generale.
La crisi pone l’urgenza di un rinnovamento di prospettive, che dia risposte all’attuale momento caratterizzato da un crescente rifiuto del corrente sistema economico. Un puro approccio “anti-neo-liberale” non è sufficiente. Il Forum ci sta dicendo che avanzare verso “un altro mondo è possibile”, ma per fare questo è necessario uno sviluppo strategico attraverso l’adozione di un consistente approccio “anti-capitalista”.
E’ troppo presto per sapere quale sarà il risultato del WSF di Belem, ma dovremmo ricordare che i Social Forum non sono finalizzati a se stessi. Una delle loro principali utilità sta nel fatto che sono espressione di lotte e resistenze che rendono possibile la convergenza di vari movimenti sociali ed incoraggiano dibattiti e discussioni.
Cinque anni fa, al WSF di Mumbai, lo scrittore Arundhati Roy sottolineò: “Ciò di cui bisogna discutere urgentemente riguarda le strategie di resistenza. Dobbiamo puntare a obbiettivi reali, ingaggiare battaglie reali”. Ora, più che mai, dovremmo tenerlo a mente.
La crisi economica è arrivata anche a Dubai
Dubai è finita?

PeaceReporter (9.1.2009)
La crisi è arrivata anche a Dubai e ha già causato la perdita di 4000 posti di lavoro. Crisi strutturale o riflesso di quella occidentale?
“Dubai is finished” dice qualcuno. Tra gli “expat”, gli stranieri provenienti da tutto il mondo che raggiungono l’80% degli abitanti di Dubai, non si parla d’altro: la crisi è arrivata, con qualche mese di ritardo, anche qui.
La paura comune a tutti, in una città che per crescere ha avuto bisogno di cervelli e manodopera provenienti da oltre 100 paesi diversi, è quella di perdere il lavoro. Non è ancora chiaro quanto la crisi sia strutturale e quanto invece il riflesso di quella dell’Occidente. Sta di fatto che, nell’emirato che basa la sua ricchezza sul turismo e sugli investimenti immobiliari, per la prima volta qualcosa sta scricchiolando. Hotel, ristoranti e centri commerciali non sono mai stati vuoti come in questo periodo e molte delle gru che costruiscono torri e grattacieli nella New Dubai si stanno fermando. Dal governo arrivano rassicurazioni, ma ogni giorno vengono tagliati posti di lavoro, a tutti i livelli: ingegneri e architetti occidentali, impiegati e operai edili indiani, pakistani o afgani.
Alcune stime dell’agenzia di rating Moody’s dicono che l’emirato di Dubai ha un debito di 50 miliardi di dollari, mentre la Dubai Holding parla di 70 miliardi. Mohammad Alabbar, presidente del Consiglio finanziario consultivo creato dal governo per fare fronte alla crisi economica mondiale e presidente dell’impero immobiliare Emaar, attraverso agenzie e quotidiani ha invece dichiarato che il debito ammonta a 10 miliardi di dollari e che non c’è da preoccuparsi: i beni sovrani sarebbero oltre 90 miliardi, senza contare le infrastrutture. I soldi chiesti in prestito da Dubai, ha precisato ancora Alabbar, non erano finalizzati alla coperture di spese, ma al finanziamento di progetti di sviluppo infrastrutturale. Uno studio dell’Investor Sentiment Survey della società mondiale di consulenza immobiliare Jones Lang LaSalle sottolinea come la possibilità di bancarotta dell’emirato sia estremamente remota: alle spalle c’è Abu Dhabi, capitale degli Emirati e del petrolio, che interverrebbe in caso di necessità. Secondo la ricerca, inoltre, è normale che un mercato con una crescita del 100% e oltre subisca un rallentamento e una decrescita: “Oggi Dubai è per un investimento a medio termine, l’era degli speculatori è finita. Il mercato immobiliare della città entrerà, come è giusto che sia, nella sua fase di maturità e di stabilità”. La crisi, però, pesa già sulle spalle di quasi quattromila persone rimaste senza lavoro. I numeri sono allarmanti e si tratta di stime per difetto, poiché dati ufficiali complessivi non sono stati diffusi: nell’ultimo mese solo la Nakheel, società di costruzioni di proprietà del governo, ha dichiarato 500 tagli e ha sospeso ogni nuovo progetto. La Al Shafar General Contracting, tra le più grandi imprese di costruzioni della città, secondo il sito internet Al Arabiya ha licenziato il 10% dei dipendenti, a tutti i livelli: su un totale di 18mila lavoratori, sono rimaste senza lavoro 1800 persone. Il Dubai Properties Group, invece, secondo le testimonianze di alcuni dipendenti che hanno perso il posto, ha mandato via oltre 600 dipendenti. Per il momento i tagli sono principalmente tra gli ingegneri, gli architetti, gli impiegati e gli sviluppatori immobiliari. Il lavoro regge meglio, invece, tra gli operai: “I cantieri cominciati, anche se stanno rallentando, devono essere terminati – dice un operaio pakistano che lavora alla costruzione di un grattacielo a Dubai Marina -. Tutti questi nuovi edifici non possono rimanere a metà. Non so cosa succederà, per ora i tagli sono stati fatti tra i lavoratori che guadagnano di più. Noi prendiamo solamente 1000 dirham al mese, circa 200 euro”. Quasi tutte le imprese di costruzioni hanno però fermato o rimandato i nuovi progetti, compresi i più noti come la Palma, le isole a forma di mondo e persino il grattacielo di 800 metri, il più alto del mondo, nella business city. La conseguenza, chiaramente, sarà una diminuzione della richiesta di manodopera, compresa quella non qualificata che arriva in prevalenza dall’India, dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’Afganistan. Per chi viene licenziato non c’è nessuna forma di tutela: alcuni lavoratori hanno raccontato che le società li obbligano a dare le dimissioni. Chi non lo fa, non riceve la lettera di raccomandazione del datore di lavoro, indispensabile a Dubai per trovare un altro posto. “Questa città si è espansa troppo velocemente e tutti pensavano potesse essere immune dalla crisi – racconta Pramod, taxista indiano che lavora 12 ore al giorno con un auto che divide con un collega – . Io almeno sono fortunato, il mio lavoro è sicuro. Molti miei connazionali che lavoravano nelle costruzioni, soprattutto impiegati, hanno perso il lavoro, non so come faranno a mantenere ancora le loro famiglie”. Per trovare una nuova occupazione c’è tempo un mese, poi l’alternativa è una sola: tornare a casa e ricominciare tutto da capo.
G7 agrees global rescue plan
• Five-point plan calls for ‘urgent, immediate action’
• US follows UK in move to buy shares in ailing banks
• Government may be forced to take 50% stake in RBS

- The Guardian,
- Saturday October 11 2008
- Article history
A crisis meeting of finance ministers and central bank governors from the west’s seven leading economies last night agreed to take “urgent and exceptional action” to bail out banks amid fears that a fresh wave of panic had pushed the global financial system to the brink of collapse.
The G7 agreed to take “all necessary steps” including adopting Britain’s plans to part-nationalise banks in order to kick- start lending in frozen credit markets after Wall Street suffered the worst week in its history. With shares, oil and sterling all plunging at the end of a dramatic week, the G7 pledged to take decisive action and use all tools available to prevent more big western banks going bust.
The G7 issued a five-point plan in a short communique after meeting in Washington yesterday. It pledged to “ensure that our banks and other financial intermediaries, as needed, can raise capital from public as well as private sources in sufficient amounts to re-establish confidence and permit them to continue lending to households and businesses”.
Facing the most severe stockmarket crash since 1929, Henry Paulson, the US treasury secretary, said last night the US would use some of the $700bn, earmarked by Congress to buy up Wall Street’s “toxic waste”, to buy stakes in US banks.
He said the government programme to purchase stock in private US financial firms will be open to a broad array of institutions, including banks, in an effort to help them raise money.
Paulson said the G7 finance ministers “finalised an aggressive action plan to address the turmoil in the global financial markets”, and that they were focused on the need to stabilise the financial markets. He said it had never been more important to find “collective solutions”.
The G7 was galvanised into action yesterday by a nerve-shredding month on the financial markets. Yesterday alone, the FTSE closed down 8.9%, slipping below the 4,000 mark for the first time in five years. It fell 381.74 points, to 3,932.06, a 21% fall over the week, wiping £250bn off the value of Britain’s companies in the City’s worst week since the crash of 1987.
Across Europe, every major market saw at least a fifth wiped off its value during the week. The Dow Jones industrial average fell more than 700 points at the opening bell, but later rallied to finish 128 points down on 8,451. The Dow has fallen by 18.1% this week.
Shares in UK banks RBS and HBOS were among the worst hit, with RBS falling 25% and HBOS 19%. The government may be forced to take a stake of up to 50% in RBS after its market capitalisation was reduced to £12bn last night.
With little sign that country-by-country plans have helped to kick-start lending, the G7 believes immediate action is vital to avoid a major slump. The past four weeks have seen the biggest cut in growth forecasts in living memory, and the IMF has warned that the world economy is “on the cusp” of recession.
The chancellor, Alistair Darling, said: “If international cooperation is to mean anything, it means governments have to move on from simply agreeing a general approach, and doing something to resolve the problems we are facing today.”
The chancellor hinted that the government would exact a price from UK bank chiefs deemed at fault for creating the crisis. He said taxpayers “won’t accept people taking large risks that have had hugely damaging effects, not just on individual institutions, but on the wider economic system. Agreements will be negotiated.”
Foreign exchange markets were also hit by panic. Sterling at one point slumped to $1.68, a five-year low against the dollar. Meanwhile, Gordon Brown dispatched a Treasury officials and lawyers to Reykjavik in an effort to reclaim some of the £1bn from British savers under threat from the collapse of Icelandic banks.
More details of the Treasury’s rescue plan were revealed yesterday, with the recognition that if it fails, wholesale nationalisation of Britain’s banking system is the only alternative. The government will buy shares in banks at market prices, and place them in an arms-length fund. When the immediate crisis is over, the Treasury hopes to offload the shares to investors.
The five-point plan
· Pledge to save key banks from collapse
· Action to free-up credit and money markets by providing ample amounts of liquidity from central banks
· Support for the part-nationalisation of banks and other institutions by the taxpayer purchase of shares
· Stronger deposit protection schemes to reassure savers their money is safe
· Force banks to disclose the true state of their losses









Manifestazioni anti-G20, scontri con la polizia nel centro di Londra
Il centro di Londra è rimasto paralizzato oggi per le quattro manifestazioni di protesta contro il G20, che in qualche caso hanno registrato una appendice violenta.
Davanti alla sede della Royal Bank of Scotland, la polizia ha caricato per liberare l’edificio, nel quale erano riusciti a penetrare diversi dimostranti. Migliaia di persone sono rimaste bloccate nella piazza, circondata dagli agenti.
Una ventina di persone sono state arrestate, con accuse che vanno dalla detenzione di armi da taglio alla resistenza a pubblico ufficiale.
Alle manifestazioni di Londra, oltre ai noglobal e agli ecologisti, hanno partecipato anche gruppi politici anticapitalisti.
Nel mirino dei dimostranti anche i rischi di degrado ambientale generati dal modello economico dominante.
Più radicali le proteste inscenate davanti all’ambasciata statunitense, dove migliaia di persone hanno chiesto un cambio di direzione delle politiche economiche della superpotenza americana.
1 aprile 2009 Pubblicato da susannacotugno | Ambiente, Capitalism, civil rights, Commenti, crisi finanziaria, diritti umani, Economia, economy, Europa, Europe, G20, globalisation, informazione, news from all over the world, Occidente, opinioni politiche, politica, politics | anticapitalisti, degrado ambientale, ecologisti, fainotizia, G20, Londra, noglobal, proteste anti-G20 | Lascia un commento