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Il futuro della biblioteca europea di informazione e cultura

(Arcipelago Milano):

Ricordando a distanza di anni, eravamo nel 2001 ma pare un secolo fa, le tre “I” di Berlusconi – Inglese, Informatica, Impresa – come linee guida per la modernizzazione del Paese e pensando a cosa è successo dopo di allora, dall’11 settembre allo scoppio della bolla finanziaria, per arrivare a oggi, ci rendiamo conto che il percorso della modernizzazione non passa tanto dalle tre “I” quanto dalla cultura generale dei suoi cittadini e quest’ultima passa necessariamente anche attraverso il sistema delle biblioteche pubbliche. C’è una particolarità in più: tra le tante “modernizzazioni” quella delle biblioteche sembra essere una delle più necessarie in un sistema d’istruzione-formazione-ricerca che forse più di ogni altro ha visto l’ingresso di tecnologie innovative e di cambiamento quantitativo e qualitativo della domanda. A Milano è dal 1996 che si parla di una grande biblioteca che metta la nostra città al passo con le altre città europee. Sono cambiate le Giunte, sono cambiati i governi, c’è la grande opportunità dell’Expo e forse dopo ventun anni vedremo la nuova BEIC, la Biblioteca europea di informazione e cultura.

Abbiamo chiesto al professor Antonio Padoa Schioppa, presidente della fondazione BEIC, di rilasciarci un’intervista per questo numero di Arcipelagomilano. Ma non è solo di BEIC che si deve parlare e mi sono fatto guidare dal Dottor Massimo Belotti, direttore della rivista Biblioteche oggi e grande esperto del settore, per capire a che punto è la nostra città. «Milano non è messa poi così male dal punto di vista delle sue biblioteche, a partire dalla principale, la Biblioteca Sormani ma va subito detta una cosa: il nostro sistema, in particolare quello delle biblioteche rionali, è figlio del ‘900 , è insomma il modello della biblioteca popolare del glorioso riformismo turatiano come strumento sì di cultura ma soprattutto di emancipazione sociale. Oggi – dice Belotti- l’orientamento è di andare verso le Public Library di modello anglosassone, non più l’austero tempio del sapere ma anche un accogliente luogo di socializzazione e d’informazione e persino di supporto informativo per le necessità della vita quotidiana di lavoro e di svago.

Le biblioteche del terzo millennio hanno lasciato alle spalle il ‘900. » . In questa direzione quelle di più recente realizzazione, fatta eccezione per la Valvassori Peroni da poco inaugurata, sono tutte nell’hinterland e sembra quasi stringano d’assedio la vecchia struttura milanese forte delle sue 24 biblioteche rionali e dei suoi 500 mila volumi. Come sempre nel nostro Paese sono le strutture periferiche e territoriali quelle nelle quali si nasconde l’impegno culturale e civile e così anche i bibliotecari e i direttori si affannano a tener dietro ai tempi pur con strutture inadeguate: la migliore declinazione italiana dell’arte di arrangiarsi.

Ma per finire, quale potrebbe essere il destino della Sormani, dopo l’arrivo della BEIC? «Potrebbe diventare – dice Belotti – la biblioteca del ‘900 e soprattutto quella della cultura milanese, giocata in parte sulla sua grande raccolta di periodici – 20 mila di cui 8 mila testate consultabili – e comunque forte di 800 mila volumi e di migliaia di documenti audiovisivi.». Ci sono tuttavia molte nuvole all’orizzonte di un Paese come il nostro che pensa di essere uscito dalla crisi perché gli indicatori della politica economica – ripresa degli ordini e miglioramento della domanda – sono positivi. Il gettito fiscale è in decrescita e la disoccupazione fa diminuire dunque le risorse finanziarie: sopravvivrà la BEIC alla stretta? Milano non può comunque rinunciare ad avere una biblioteca adeguata ai suoi bisogni anche senza forse pensare a una struttura tanto impegnativa, soprattutto sul versante della gestione, quanto la BEIC.

Non esistono in ogni caso strumenti alternativi alle biblioteche sulla strada della modernizzazione, soprattutto quelle pubbliche e generaliste, aperte a tutti dai bambini di 1 anno – leggere prima di leggere – agli anziani. L’hinterland è andato avanti e forse anticipa con le sue biblioteche la grande Milano dei servizi ai cittadini.

26 gennaio 2010 Pubblicato da | cultura, Culture | , , , , , , , | 1 commento

I topi del Belgio salvano vite umane

(Youreporter) – In Mozambico i topi salvano vite umane: individuano, grazie all’olfatto, gli ordigni e, grazie al loro peso, non causano l’esplosione della mina. Gli esemplari al lavoro nel video sono stati addestrati per tre anni da un’organizzazione belga non governativa l’Apopo, che li ha preparati ad affrontare il test eccezionale trovando 20 mine antiuomo in Mozambico: tutte quelle nascoste nei 500 metri quadrati dell’area perlustrata durante l’esperimento. Oltre al Mozambico, i ratti potrebbero presto essere impiegati in Angola per riconoscere tra vari filtri impregnati di polveri quelli che contengono esplosivo.

26 gennaio 2010 Pubblicato da | news from all over the world | , , | Lascia un commento

Il Pd contro facebook

(L‘Espresso):

Il Pd censura Facebook

l tesoriere del partito, Antonio Misiani, aveva bloccato l’accesso al social network dalla sede del partito, mettendo un filtro al server interno. Il motivo? «Fa perdere tempo e non è uno strumento politico»

E’ durato solo poche ore l’oscuramento di Facebook nella sede del Partito Democratico, al largo del Nazareno. Stamane era stata disposta la chiusura del social network perché troppi dipendenti lo usavano invece di lavorare. Per decisione del nuovo tesoriere, il bersaniano Antonio Misiani, era stato negato l’accesso: con un filtro al server – un po’ come in Cina – nessun pc della sede poteva più collegarsi  a Facebook.

All’ora di pranzo c’è stato però un ripensamento, come si è appreso attraverso l’ufficio stampa: “la chiusura è stata una scelta fatta dal Partito in senso troppo aziendale perché non si è tenuto conto che Facebook è anche uno strumento di lavoro per i politici e per tutta la struttura”.

“E’ paleolitica l’idea che Facebook non venga considerato di utilità alle attività del partito”, ha commentato il consigliere regionale lombardo del Pd, Giuseppe Civati. “Non ci si rende conto – continua – che gli ultimi grandi movimenti spontanei di questi mesi, come il NoBday o lo sciopero degli immigrati, siano nati proprio su Facebook”.

Il consigliere regionale sottolinea inoltre come impedire l’accesso al social network “equivale a perdere il contatto con tantissimi militanti attivi del partito”, ma anche “con quei circoli del Pd che hanno creato un proprio profilo per generare interesse e sinergie intorno alle attività del partito.

(15 gennaio 2010)

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26 gennaio 2010 Pubblicato da | censura, Internet, politica, politica italiana | , , | 1 commento

   

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