Fondi sovrani

Le borse scendono in picchiata, la gente vede svanire i propri risparmi, saltano le banche statunitensi, anche l’Europa sprofonda. Interviene il governo americano, quello cinese, quelli europei e, dopo un po’ di saliscendi, le borse recuperano. Poi, ancora un drammatico tonfo. Altre misure, altri incontri fra i governanti del mondo, e le borse risalgono un po’. Dopodiché crollano di nuovo.
Cosa succede? Vengono date tante spiegazioni. Ma tutte a posteriori, quando tutto è già accaduto.
Perché sembra non sia possibile dire oggi cosa accadrà domani delle nostre azioni e dei nostri risparmi in borsa. Eppure sorge un dubbio: non è che questo è vero quanto il fatto che siamo nelle mani dei “fondi sovrani” scatenati nella conquista del mondo con speculazioni finanziarie?
I fondi sovrani sono fondi statali, utilizzati dai governi per investire gli avanzi fiscali o le riserve di valuta estera in strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni e immobili.
Non a caso, questi fondi sono nati soprattutto nei paesi esportatori di petrolio e di materie prime (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Russia, Norvegia) e in quelli che presentano un elevato surplus fiscale, come Singapore, dove il governo ha costituito il fondo Temasek, uno dei primi nati e dei più attivi, soprattutto nelle imprese del Sud-Est asiatico. Molto attivi sono anche i fondi sovrani di Abu Dhabi e quello di Dubai, che dal 2005 detiene una quota del 5% nella Ferrari. C’è poi ovviamente la Cina che, grazie al suo notevole surplus commerciale, dispone di ingenti riserve di valuta estera (in gran parte investite in titoli di Stato statunitensi) e a fine settembre 2007 ha lanciato il China Investment Corporation, fondo sovrano che vanta un patrimonio di 200 miliardi di dollari.
Appena nato, il fondo del governo di Pechino si è subito messo all’opera acquistando il 10% del gestore statunitense di private equity Blackstone per un esborso di 3 miliardi di dollari e il 9,9% della banca d’affari Usa Morgan Stanley. Manovre di tal tipo hanno portato i fondi sovrani dei Paesi emergenti ad assumere quote di minoranza di società e banche occidentali bisognose di finanziamenti. Fra queste, il fondo degli Emirati Arabi ha rilevato il 4,9% di Citigroup, quello di Dubai il 6% di Hsbc, mentre il Temasek di Singapore ha investito 5 miliardi in Merrill Lynch e 2 miliardi in Barclays. Un attivismo che, connesso alla mancanza di norme sulla trasparenza, preoccupa sia l’Europa sia gli Stati Uniti che temono di perdere il controllo sulle aziende nazionali.
Anche le società italiane sono finite nel mirino dei fondi sovrani dei Paesi emergenti. Tra le operazioni più rilevanti, quelle del fondo Mubadala Investments, il braccio finanziario del Governo degli Emirati Arabi Uniti, che nel 2005 ha acquisito il 5% della Ferrari da Mediobanca e il 35% del produttore di aerovelivoli Piaggio Aero.
Da un paio di anni, pure la Nigeria, paese ricchissimo di materie prime e ottavo esportatore di petrolio al mondo, pensa di implementare un fondo sovrano.
Effettivamente, considerando che dal 1970 ad oggi la Nigeria ha incassato più di 430 miliardi di dollari tra profitti e royalties derivanti dal petrolio, sembra che il paese abbia tutte le carte in regola per farlo. Una montagna di soldi in parte però sperperata negli anni a causa di conflitti interni e cattiva gestione.
Ma è sufficiente avere disponibilità miliardarie per lanciarsi nel complicato mondo degli investimenti finanziari?
La recente crisi globale insegna che una cosa è incassare i profitti legati all’esportazione del petrolio, un’altra è mettersi a capo di un fondo di investimento e riuscire a generare performance soddisfacenti, soprattutto in queste condizioni di mercato.
Gli esempi negativi non mancano, soprattutto tra alcuni dei più grandi fondi governativi del pianeta, che, se dovessero chiudere oggi gli investimenti fatti negli ultimi anni in società, soprattutto finanziarie, registrerebbero perdite miliardarie.
Comunque sia, pare proprio che quello dei fondi sovrani sia divenuto ormai un trend inarrestabile; si calcola che entro il 2015 essi gestiranno più di 15 trilioni di dollari e controlleranno il 5% di tutte le compagnie quotate al mondo.
E, tornando al discorso di apertura, bisognerebbe capire quanto le azioni e il denaro dei piccoli risparmiatori di un Paese dipendano da questi fondi sovrani.
Fondi che dispongono di migliaia di miliardi di dollari e che certamente mirano ad impadronirsi (dopo aver ridotto con manovre speculative il valore alla metà) dei beni primari di un Paese: energia, banche, telefonia, media.
E’, allora, un caso che Berlusconi, nei giorni di pieno tracollo delle borse, abbia invitato gli italiani a comprare azioni dell’Enel e dell’Eni? E’ un caso che abbia tirato fuori la storia dei fondi sovrani da cui il governo dovrebbe difendersi? E’ un caso che dall’inizio del 2008 Enel e Eni abbiano visto ridurre il loro valore in maniera allarmante? E’ un caso che Mediaset in un anno abbia perso circa il 45% del proprio valore in borsa?









Ottimo articolo, complimenti.
Ed ottimi link